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Erano passati mesi da che avevo lasciato Carter. L’aria era umida ed appiccicosa come una ragnatela sulla mia pelle gelida. Il mio stato di non-morte non cambiava le sensazioni: era tutto uguale, come se potessi ancora sentirlo, l’odore, il colore dell’estate, intorno a me. La sera era limpida e pacifica, ma le mie emozioni non lo erano. Le nazioni che avevo cambiato, nella mia ricerca, nella mia fuga, erano state così innumerevoli, che mi pareva di non aver mai avuto un’altra vita. E mi sentivo solo, terribilmente solo, e angosciato. Le tracce dell’omicida di Noel erano praticamente invisibili, incomprensibili, e da solo non potevo farcela, tuttavia non potevo fare altro, perché di Carter non avevo più notizie. Era svanito, scomparso, poteva forse essere morto. Nel tempo, la mia empatia si era ampliata, espansa, rendendomi capace di avvertire sensazioni lontane anche chilometri da me, ma di Carter nessuna traccia. Era come uno strano senso d’oblio; prima di conoscerlo, non avrei mai pensato di poter provare la solitudine, eppure, ora, tutto era tenebre e silenzio. Carter mi aveva precluso il nostro contatto, mi aveva sbattuto una porta in faccia. Capivo che lo facesse per proteggermi, ma in fin dei conti non ero un bambino, né ingenuo come lui credeva, nonostante gli sbagli terribili che avevo commesso. Sapevo che era un errore cercare di contattarlo, ma un terribile istinto mi dominava e costringeva a farlo più volte. Era strano, come una sorta di allarme, di spaventosa intuizione, che mi rendeva paranoico e irrequieto, incapace di dominare ogni mio gesto. Forse ero davvero infantile, forse avrei dovuto evitarlo. Ma temevo che Carter mi stesse nascondendo qualcosa di strano, e se fosse stato in pericolo? Che cosa mai avrei potuto fare, se non lo avessi avvertito? E se Trevor e Jesse lo avessero ucciso? No, non doveva succedere. Così avevo trascorso le ultime notti, vagando in uno stato di trance di meta in meta, ignorando quasi il sangue che mi scorreva camminando sotto gli occhi. Le poche tracce esistenti, mi avevano condotto lì, in quel posto caldo, prima di lasciarmi nuovamente a brancolare nel buio. I pochi servi dei vampiri che avevo incontrato, avevano come parlato di un mito, di un mostro leggendario, e se fossi riuscito a trovarlo, lui avrebbe saputo dirmi cosa fare, dove andare. La prima volta che avevo udito quel nome, per poco non ero esploso in risa : possibile che esistesse per davvero? Eppure…
Seguendo scettico le indicazioni che mi erano state date, avevo attraversato una tetra, angusta viuzza, ed ero infine giunto di fronte ad un enorme portone, naturalmente sprangato, sogghignante in un rictus di beffeggio. Ma quando avevo teso la mano sulle decorazioni del battente, quello si era spostato con uno strano cigolio, attutito, aprendo di fronte al mio viso stupefatto un oscuro spiraglio. Interdetto, avevo mosso un lieve passo, temendo una trappola, ma quando l’uscio era rimasto immobile, alle mie spalle, avevo preso coraggio.
Entra.- era echeggiata una voce dai corridoi bui. –E, ti prego, chiudi la porta.-
Sollevato dal fatto di non aver riconosciuto in quella voce l’orrendo tono di Trevor o di Jesse, avevo fatto quanto mi era stato richiesto, piombando nelle tenebre. La mia vista innaturale mi aveva comunque permesso di notare il varco di luce sotto ad una porta, così, quando l’eco spettrale era tornato a farsi sentire (-Vieni avanti-) avevo saputo dove dirigermi. Passato un lungo corridoio dalle mura angoscianti, ornato da bassorilievi e nicchie con statue dalle forme incredibilmente perfette, ero giunto all’uscio chiuso, da cui filtrava quello che in apparenza sembrava il cono di luce di una vecchia lampada ad olio.
- Entra pure.- aveva invitato un’ultima volta la voce, facendomi mettere automaticamente la mano sulla maniglia antica d’ottone, sospingendo la porta verso l’interno della camera. Quello che aveva incontrato il mio sguardo era stato a dir poco sorprendente ed al tempo stesso terrificante : alambicchi e provette antiche e moderne, giacevano su diversi tavoli disposti nel centro della stanza, una sorta di fornace era incassata nel lato est, mentre una bassa vasca, in apparenza di mattoni, pareva far parte integrante del pavimento del lato ovest. Quest’ultima, risultava piena di uno strano liquido bianco marmoreo dall’aspetto calcareo. Sul lato nord, troneggiava una scrivania enorme, dietro la quale stava seduto il Mostro Centenario. Non un vampiro, oh no, niente affatto, eppure dai suoi occhi traspariva indubbiamente l’immortalità, insieme a qualcosa di molto, molto più sinistro e demoniaco. Alle sue spalle, campeggiava uno dei suoi capolavori, perfezionato nel corso dei secoli, mantenuto perfettamente intatto in tutte le sue componenti. Un’opera geniale e raccapricciante, perfetta in ogni sua curva e spigolo, così perfetta che nessun essere umano vivente, per quanto capace, avrebbe mai potuto eseguirla.
- Ti piace?- mi aveva domandato lui, sorridendo leggermente.
- E’ perfetta.- avevo risposto, senza smettere di fissarla. –Troppo perfetta.-
- Nulla, in quanto creato dall’uomo, è mai troppo perfetto.- aveva commentato divertito, portandosi un dito alle labbra.
- Ma tu…- aveva continuato. -…sei un’opera vivente.-
- Così come molti altri.- avevo ribattuto, non stando al gioco. Conoscevo bene le storie, le leggende, dietro a quella perfezione.
- Ma tu dovresti capire. Non sei forse un artista?- aveva richiamato la mia attenzione, un furbo sorrisetto d’onniscienza stampato sul volto.
- Come fa a saperlo?- mi era sfuggito, prima che potessi controllarmi. Una domanda del tutto stupida ed inutile, che non mi avrebbe di certo innalzato ai suoi occhi. Lui si era limitato a ridere leggermente, senza alcuno scherno.
- Dal tuo sguardo. La cosa su cui ti sei soffermato più a lungo, è stata Lei.- aveva indicato la scultura alle sue spalle.
- Se fossi stato uno scienziato, non l’avresti degnata di tali attenzioni. E poi, conosco bene quell’espressione. –
- Quale espressione?- mi aveva incuriosito, e la sua intelligenza era evidentemente superiore alla norma. Avrei dovuto fare molta attenzione.
- Di ammirazione. Quella che solo un artista può avere innanzi ad un’opera perfetta.- aveva fatto una pausa, appoggiandosi alla spalliera dell’ampio sedile antico, compiaciuto. – Ed anche di terrore cieco.- aveva aggiunto, corrugando la fronte in maniera appena visibile.
Avrei potuto ribattere, ma probabilmente le parole che avrei pronunciato erano già state ripetute infinte volte, in precedenza. Così, avevo solo detto:
- Credevo che lei fosse morto.-
- Quante formalità! Non è questo, forse, un nuovo millennio? Un’era moderna? Lasciamo da parte certe sciocchezze. Ma avvicinati, lascia che ti ammiri.-
Avevo obbedito, non sapendo che altro fare, portandomi di fronte a lui. La statua magnifica alle sue spalle, vista da vicino, era ancora più stupefacente. E terrificante.
- Sì.- aveva intanto mormorato l’alchimista. –Sì… assolutamente incredibile! Così simile all’uomo, eppure così diverso, così…-
Mostruoso?- avevo suggerito. Lui aveva riso di gusto.
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di Elettra
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