La notte successiva al disastro, avevo aperto gli occhi, aspettandomi quasi di trovare i tipici rumori attorno a me : il frusciare lento delle pagine del libro di Carter, qualche suo commento sussurrato nell’ombra, o, semplicemente, l’ondata tumultuosa delle sue sensazioni, ma così non era stato. Non c’era alcun suono, alcun respiro, niente di niente, solo un silenzio, un silenzio bianco, ingombrante, che campeggiava nell’aria. Avevo battuto lentamente le palpebre, come risvegliandomi da uno strano sogno, anziché dal mio sonno comatoso, ricordandomi degli eventi incredibili della nottata precedente. Dopo che Carter mi aveva lasciato, volatilizzandosi nell’ oscurità, mi ero incamminato con passo deciso lontano da quel luogo, proseguendo dritto per chilometri, senza voltarmi, senza notare quanto mi stava intorno, finchè le strade si erano fatte più sterrate, i palazzi più radi, le persone che incrociavano il mio cammino sempre inferiori di numero, infine, in un piccolo spiazzo spoglio, mi ero fermato. Dovevo essere caduto in uno stato di shock, perché, anche adesso, non sarei riuscito minimamente a ripercorrere la stessa strada, o a ritrovare lo stesso posto. Era strano ed era assurdo, tutto quello che era accaduto: Carter era “figlio” di Trevor, lui vedeva delle cose, ci dava la caccia da mesi, ci aveva trovati, e i miei genitori… I miei genitori… Con un brivido di orrore avevo di colpo richiamato alla mente le loro teste, bianche e senza vita, che rotolavano sull’asfalto. Morti. Erano tutti morti. La mia intera famiglia era stata sterminata.
“E’ colpa mia” avevo pensato amaramente, stringendo gli occhi, vedendo le lacrime cadere nella polvere ai miei piedi ancora prima di sentirle sulle guance. Era colpa mia, se non avessi stretto quel dannato patto con Trevor, non sarebbe mai successo. Un altro dei miei stupidi errori, che questa volta era stato pagato a caro prezzo. Che cosa dovevo fare? I miei erano morti, Carter era fuggito, ero di nuovo solo, solo e braccato dal resto della mia razza, per quanto detestassi ammetterlo. Ero rimasto fermo a compiangermi, singhiozzando vergognosamente nell’ombra, detestando me stesso. Ero debole, ero inutile… Quando, all’improvviso, un pensiero mi aveva colpito. Ero un idiota, uno stupido idiota, Carter si era allontanato da me per proteggermi ,per permettermi di proseguire nella ricerca dell’assassino di Noel, e io che cosa stavo facendo? Vagavo in periferia senza una meta, allo scoperto, senza un piano chiaro in mente, mi disperavo e piangevo addosso. Non era giusto, non era quello che andava fatto. I miei erano morti, e Carter era in fuga con Trevor alle calcagna. Non potevo permettermi di essere debole, né di essere stupido. Non più, non era il momento. Mi ero alzato, ricercando una forza che non ero del tutto sicuro di possedere, guardandomi intorno. Non avrei dovuto essere lì, dovevo assolutamente andarmene da quella città, forse anche da quella nazione. Dovevo prepararmi per trovare l’assassino di mio fratello, per tornare in America, ma, prima, c’era un ultimo atto sconsiderato che non potevo assolutamente evitare di compiere.
Ripercorrendo il mio tragitto al contrario,dai sobborghi di nuovo al centro, ero dunque arrivato alla mia destinazione, mentre il cielo notturno cominciava a schiarire leggermente. Sapevo che non sarei dovuto tornare là, ma quella sarebbe stato la mia ultima mossa incosciente, prima di chiudere un capitolo della mia esistenza. Ero entrato nella via guardingo, tendendo istintivamente le orecchie per captare un eventuale rumore di passi, scannerizzando il buio con la mia empatia, strisciando lungo i muri delle case, mimetizzandomi con esse. Dopo pochi metri, ero giunto di fronte alla parete contro cui eravamo stati schiantati io e Carter, poche ore addietro. Sembrava la scena di un massacro : pozze larghe di sangue coprivano il pavimento e una parte del muro stesso, in un angolo giacevano anche due denti, brillanti come perle nel buio, e un’intera unghia, abbandonata contro un angolo del marciapiede. La lotta fra Carter e le bodyguard di Trevor doveva essere stata peggiore di quanto non fosse sembrata sul momento, ed avevo involontariamente avvertito una fitta di senso di colpa al petto, mentre rivedevo in un flash il braccio del mio compagno penzolare inerte, intanto che atterravamo sul tetto. Avevo fatto una leggera smorfia, voltando la testa dall’altra parte, avanzando di qualche passo, tremando con raccapriccio alla vista di una macchia nerastra, molto più estesa delle altre, di sangue rappreso. Era quella dove era caduto Trevor, sfracellandosi la parte posteriore del cranio, se ne potevano ancora vedere i segni sul cemento sbiadito. Nessun essere umano avrebbe mai potuto sopravvivere a una lesione del genere, nessun essere umano avrebbe mai potuto permettersi di perdere tanto sangue. Ansimando leggermente (nonostante l’orrore della scena, l’odore metallico del liquido rosso mi dava comunque alla testa), avevo diretto la mia attenzione dove mi interessava di più: davanti a una palazzina di mattoni rossi, si stendevano scie di piccole gocce scure, come un perverso sentierino di briciole. Senza pensarci due volte, le avevo seguite, mandando al diavolo ogni altra decisione che avevo preso in precedenza. In fondo, era per quello che ero tornato, per le teste dei miei genitori. Avevo percorso la macabra traccia con lo sguardo, fino alla sua fine, in due piccole chiazze, nella penombra. Delle teste non v’era alcun segno. - Dannazione.- avevo imprecato sottovoce. Avevo sperato che, nella fretta di soccorrere il loro compare, gli altri vampiri si fossero dimenticati del loro trofeo. Purtroppo avevo sottovalutato Jesse e la sua sadica malevolenza. Doveva averle portate con sé dopo aver aiutato il suo amante. Avevo serrato i pugni, sentendo una forte ira montarmi dentro: si erano presi le loro teste, oltre alle loro vite, e Dio solo sapeva che diavolo ne avevano fatto! Avevo scagliato un feroce pugno contro i mattoni, alla mia sinistra, sentendo il materiale cedere e le mie ossa incrinarsi appena.     [ Vai a pagina: 2 » ]

di Elettra