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- Sì. IL vampiro. Ha capito subito che tipo ero, deve avermelo letto in faccia- aveva abbozzato un sorrisetto un po’ storto, grattandosi il mento.
-Allora era un… Uomo?- la frase mi era sfuggita ancora prima che pensassi di fermarla, ma mi aveva comunque colpito per la sua ingenuità. Carter mi aveva guardato sornione, riprendendo in parte l’espressione a cui ero più abituato.
- Avevi dato per scontato che fosse una sventolona, non è vero?- aveva ridacchiato. – Tranquillo, non posso certo darti torto… Ma ricordati che è stato LUI a trovare me… E comunque, per me il sesso non ha mai fatto differenza.- aveva ammiccato, studiando la mia reazione. Nonostante tutto, non ero nemmeno tanto sorpreso: avevo già notato la bisessualità per nulla latente di Carter, tuttavia mi irritava il modo in cui stava cercando di sbattermela in faccia.
- Già mi immagino…- avevo risposto secco, ignorando la sua provocazione.
“Pervertito” avevo comunque pensato, sperando proprio che lui lo leggesse.
- Ad ogni modo- aveva incassato il nightcreeper, senza darlo a vedere. – Lui mi ha parlato, e quello che mi ha detto mi ha reso quello che sono adesso.-
- Cioè?- avevo commentato sospettoso. Carter non mi sembrava una persona facilmente influenzabile… Era anche vero che quella che avevo sentito finora, però, sembrava la storia di qualcun altro. Era incredibile pensare che si fosse ridotto a tal punto… Aveva una mente incredibilmente brillante, e senza dubbio era molto intelligente e acculturato. Non riuscivo a capire.
- Mi ha dato un motivo per smettere. No, non sto parlando del sesso, non fare quella faccia!- aveva sghignazzato, facendomi veramente incavolare. Si divertiva a trattarmi come una ragazzina tredicenne! Non lo sopportavo.
- E nemmeno del sangue.- aveva aggiunto, con un’aria molto strana sul viso.
- E di cosa, allora?- lo avevo incalzato, incuriosito. Che cosa mai aveva potuto cambiare così radicalmente la sua persona? Esistevano davvero delle parole in grado di farlo?
- Lui mi ha offerto la possibilità di ricominciare. Di avere una nuova vita.- aveva spiegato, con un improvviso scintillio nelle sue iridi cupe.
- Io… Non cap…- avevo scosso la testa, ma lui mi aveva fermato alzando una mano bianca.
- Non chiedermi di più, ti prego, ma la verità è che io ero già morto molto tempo prima che lui mi trovasse. Molto prima di iniziare a bucarmi.- aveva mormorato, fissandomi di nuovo con quella terribile tristezza sul volto, che mi atterriva in un modo inesprimibile a parole. Poi, avevo capito. O meglio, avevo intuito, grazie alla mia empatia senza dubbio, che c’era in lui qualcosa di rotto, qualcosa che risaliva a molti anni addietro, al periodo della sua infanzia. Qualcuno gli aveva fatto qualcosa di terribile, che lo aveva segnato e cambiato per sempre, una ferita che non si sarebbe mai richiusa e che lo avrebbe perseguitato finchè fosse stato vivo. Non ci credevo. Era allucinante, e non poteva essere vero. Ma lo era. Lo era, e io non avrei mai potuto comprenderne il vero significato.
- Quel Carter non esiste più adesso.- aveva annuito, raddrizzando leggermente le spalle, tirando su con il naso.
- E’ morto, permettendo a questo- e qui si era indicato con un cenno -… Di vivere la sua vita. Di ricominciare.-
-Oh, Dio, Carter, che cosa ti hanno fatto?- avevo esalato con voce rotta, andando a sedermi accanto a lui.
- Non l’ho mai detto a nessuno, e non lo farò mai.- mi aveva risposto, scuotendo negativamente la testa, i suoi pozzi neri fissi nei miei.
Non aveva comunque bisogno di dirmelo: vedevo le stanze buie, i campi di granoturco, dove era cresciuto, e l’uomo nero, con le scarpe rotte e sporche di terra, che lo trascinava, che chiudeva dietro di lui la porta del granaio.
- Non guardare.- era risuonata di colpo la voce di Carter nella mia mente, facendo sfocare e svanire le immagini.
Era la prima volta che la mia empatia funzionava tanto potentemente, tuttavia, ero felice che mi avesse fermato. Non volevo stare a guardare.
-E’… E’ terribile- avevo mormorato, vedendo di nuovo tutto appannato, ma sapendo che questa volta la colpa era solo dei miei occhi.
-Sì. Ma quel bambino è morto, adesso. Ora è in pace.- aveva sussurrato Carter al mio fianco, eppure, nonostante la sua espressione pacifica, ero convinto che non fosse vero. Quel bambino c’era ancora, era ancora da qualche parte, nel corpo non-morto di Carter, nella sua mente riportata innaturalmente alla vita. Le ferite c’erano ancora, solo che lui lo ignorava.
- Chi è stato?- gli avevo chiesto, facendolo suonare come un ordine, più che una domanda. Il vampiro mi aveva fissato allarmato per una manciata di secondi, prima di rendersi conto che non mi stavo riferendo all’uomo dalle scarpe (e dall’anima) sporche.
-Chi ti ha fatto, Carter?-
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di Elettra
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