|
|
Dovevo ammetterlo: quella volta Carter aveva superato ogni possibile aspettativa. Erano passate due notti dal nostro trasloco dal Ku’damm alla volta della nostra nuova “casa”. Con il silenzio che mi avvolgeva, mi ero mosso lentamente lungo i corridoi bui, ascoltando il rimbombo dei miei passi che riecheggiava in un’eco distante attorno alla mia figura, che serpeggiava sui pavimenti polverosi. Carter era uscito un’ora prima per nutrirsi, tuttavia era già rientrato, riuscivo ad avvertire perfettamente la sua presenza, unica, oltre alla mia, come un faro nella notte. Faro che seguivo e ricercavo, vagando tra le vetrine scure e le statue antiche. Avevo costeggiato una finestra stretta e lunga da cui penetrava, come un fascio argenteo, il chiarore lunare : il cortile interno, ampio ed immenso, giaceva immobile, con i riflessi dell’acqua, solo movimento della scena, che danzavano come spettri sui muri color alabastro. Avevo svoltato, dopo una rapida scorsa, una curva a gomito, incontrando un altro corridoio lunghissimo, e Carter con lui. Stava ritto di fronte ad una ampia porta a vetri, la sua faccia spigolosa e cerulea più eterea che mai al chiaro di luna. Solo gli occhi brillavano innaturali e foschi nell’oscurità, risplendendo come due fuochi ardenti. Senza parlare (non ne avevo alcun bisogno), lo avevo raggiunto, guardandolo di sbieco. Dopo qualche minuto, Carter mi aveva lanciato a sua volta un’occhiata in tralice, sorridendo, sornione, tra sé.
-Tu sei completamente matto.- lo avevo schernito, seguendo il suo sguardo oltre i vetri, sul cortile interno del museo.
- Sì, forse.- aveva annuito, sospirando leggermente. Le sue emozioni erano evidenti, c’era una calma pacifica dentro di lui, per una volta lo vedevo finalmente rilassato e in pace con se stesso. Era assurdo, eravamo in fuga, in un luogo terribilmente pericoloso, che non si poteva certo definire dove “VIVERE”, tuttavia mi piaceva, mi piaceva davvero, così misterioso e affascinante, bellissimo, magico.
- Te l’avevo detto, no?- aveva mormorato il moro al mio fianco, reclinando la testa scura da un lato.
- Sì, sei stato fortunato.- lo avevo ripreso secco, con un tono comunque vagamente scherzoso.
Carter aveva riso, suo malgrado, fermandosi però a metà, avvertendo un suono ormai familiare. Lo avevo sentito anch’io, come sentivo adesso l’odore inconfondibile di un altro essere umano che si avvicinava.
- Vieni, usciamo.- mi aveva sussurrato il mio compagno, tirandomi come sempre per un polso dietro ai suoi passi. Qualche rampa di scale dopo eravamo spuntati sul tetto, tra le vetrate, che davano sugli enormi soffitti del palazzo, e i fari agli angoli più remoti, che respingevano, decisi e splendenti, le ombre più fitte. Carter si era seduto cavalcioni sul parapetto, in un gesto che, persino per un non-morto, pareva imprudente. Sapevo di non poter evitare questa conversazione, così come lo sapeva anche lui, eppure, aveva aspettato che fossi IO a rompere il silenzio.
- Carter.- lo avevo chiamato, facendolo leggermente sussultare, come se lo avessi risvegliato di colpo da un sonno profondo.
- Sì.- aveva risposto, in un tono così basso che per poco, nonostante le mie capacità sovrannaturali, non lo avevo udito.
- Dobbiamo parlare.- mi aveva preceduto, cogliendomi in parte alla sprovvista.
- Sì, lo so.- avevo concordato, cercando di fare ordine con chiarezza nella mia mente.
C’erano così tante cose che mi doveva spiegare… Tante cose che si ostinava a non dirmi.
Questo era sbagliato, era molto sbagliato, un errore terribile, vista la situazione in cui ci trovavamo, e volevo che lui lo capisse.
- Non me lo aspettavo.- aveva sorprendentemente esordito lui, lasciandomi basito.
- C… Come? Cosa?- avevo balbettato involontariamente, non afferrando a che cosa si riferisse.
- Non abbiamo ancora parlato dell’altra notte. E lo so che mi stai evitando.- aveva fatto un sorrisetto, voltando la sua testa ribelle nella mia direzione.
- Che diavolo stai…? Io non ti sto evitando!- ero scattato sulla difensiva, mostrando subito la mia coda di paglia. Era vero, e non aveva certo avuto bisogno di leggermi nel pensiero per capirlo.
- Abbiamo orari diversi. Tu ti svegli prima di me.- avevo borbottato, sentendomi avvampare. Come scusa era piuttosto debole, me ne rendevo conto da solo. Difatti, Carter mi aveva riso in faccia.
- Sei un bugiardo PESSIMO, ma non c’è bisogno che te lo dica.- aveva ghignato, facendomi innervosire.
- Se davvero ti stessi evitando, non sarei qui adesso, no?- avevo ribattuto, stringendo i miei occhi ovali, minaccioso.
- Ah, ma è perché sei anche un curiosone, non è vero? Hai qualcosa da chiedermi, altrimenti non saresti mai venuto.- aveva osservato molto intelligentemente il vampiro, indicandomi con il suo indice puntuto.
- Io…- ero arrossito ancora più violentemente, questa volta, oltre che di vergogna, di rabbia.
[ Vai a pagina: 2 » ]
di Elettra
|
|
|
|