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-Vuoi scherzare!- avevo ripetuto, voltandomi a guardare Carter in tralice.
Per tutta risposta, il moro mi aveva completamente ignorato, ridacchiando fra sé, dirigendosi a passo deciso verso i due buttafuori, che bloccavano l’ingresso con la loro enorme stazza.
-CARTER! Ho detto che non intendo affatto…- la voce mi era fallita a metà frase, uscendo come un gracidio debolissimo.
Dannazione alla mia stupida gola! Dovevo ricordarmi di non gridare…
Non vi ero mai entrato, tuttavia non ne avevo alcun bisogno : la mia empatia era più che sufficiente per avvertire le sensazioni perverse e sbagliate che emanavano da quel luogo, tra le più abiette di questo mondo, e sapevo che il potere mentale di Carter poteva fornirgli particolari ben più interessanti, che non ero comunque desideroso di conoscere.
Con un sorrisetto da sberle rivolto nella mia direzione, il mio compagno aveva intessuto una fitta conversazione con uno dei due paletti, cercando di convincerlo a lasciarci entrare.
Senza il minimo successo.
Incredulo e malignamente divertito, avevo osservato Carter tentare il suo numero di ipnotismo, un numero che riusciva alla perfezione tutte le volte, eppure, con quell’uomo altissimo, sembrava non avere l’effetto richiesto.
-Nein.- aveva scosso negativamente la testa più volte, spingendolo di malagrazia all’indietro sul marciapiede, per far passare due ragazze piuttosto nude all’interno del locale.
Furente, il vampiro era tornato da me, più cereo del solito.
-Razza di idiota…- aveva digrignato i denti, facendo scricchiolare in modo agghiacciante i canini. –Maledizione…-
-Non mi dire- avevo gongolato, pur sapendo di rischiare molto, con quel comportamento -…Il nostro amico gorilla non ti trova tanto affascinante?-
-Attento- mi aveva avvertito Carter, stringendo i grandi laghi neri in due fessure malevole, abbrancandomi per il polso e trascinandomi nella sua scia, di nuovo verso il King Kong sulla porta.
-Vedrai che con una doppia razione di… convincimento ci aprirà la porta srotolandoci il tappeto rosso!- aveva soffiato, iroso.
-Sì, come no…- avevo rollato gli occhi alla sua vanagloriosa arroganza, sperando comunque, nel fondo del mio cuore, che l’armadio fosse più resistente di quanto credesse il mio compagno.
Qualsiasi cosa pur di non mettere piede lì dentro.
Avevo sbuffato, guardando da tutt’altra parte, mentre Carter ritentava la sua tecnica con l’omone, sicuro che entro quattro secondi si sarebbe preso un enorme pugno, quando un improvviso silenzio mi aveva fatto riportare l’attenzione al loro scambio, allarmato.
-Che cosa c’è?- avevo chiesto, vedendo che entrambi mi fissavano, o meglio, il gorilla mi occhieggiava con fare sospetto, mentre Carter passava alternativamente lo sguardo da me a lui, come se stesse seguendo un match di tennis.
Alla fine si era bloccato sull’armadio, sogghignando leggermente.
“Sorridi” mi era giunto nella mente di colpo, un’eco improvvisa comparsa dal più tetro nulla.
“Cosa?” avevo risposto al moro, esterrefatto, senza capire a che diavolo servisse ghignare in quel momento (se non a guadagnarsi più facilmente una sonora battuta).
“Sorridi, idiota, e vedi di farlo pure bene!” mi aveva trucidato Carter di rimando, spaccandomi quasi il polso di netto.
Con le lacrime agli occhi per il dolore violento al braccio, avevo stirato gli angoli della bocca in un sorrisetto sbilenco e tremulo, guardando il palo di sottecchi, pronto a schivare qualsiasi suo improvviso attacco.
Incredibilmente, non era mai arrivato : l’omone si era invece spostato di lato, permettendoci il passaggio, richiudendo quindi immediatamente il varco alle nostre spalle, seguendoci con i suoi occhi bovini fino alla porta principale.
-Ma che diavolo…?- avevo domandato, sbalordito -…Sono stato IO?-
-Sì!- aveva annuito tranquillamente Carter -…Ma non con le tue facoltà soprannaturali- aveva aggiunto, sornione.
Indignato, mi ero bloccato al centro del corridoio buio che stavamo percorrendo, facendo per insultarlo, quando un’emozione chiara e netta mi aveva colpito: lussuria.
E veniva da oltre la porta.
-O mio Dio…- avevo mormorato, improvvisamente nauseato e conscio di quanto era appena successo.
-Eh, già- mi aveva “consolato” il vampiro, dandomi una leggera pacca sulla spalla e guidandomi verso la sala centrale.
Il Kummer : un piccolo, claustrofobico, oscuro luogo di perdizione.
Le persone al centro della pista da ballo (se così si poteva definire quella sottospecie di spazio sudicio) erano accalcate le une sulle altre, i corpi schiacciati in una simil-danza orgiastica, le mani infilate sotto i vestiti o tra i capelli di chi avevano dietro o di fronte, la pelle resa luccicante dalla sudorazione data dall’ affollamento eccessivo e dall’eccitazione.
Un odore potente aleggiava nell’aria : muschiato, amaro, salato, come il sangue che scorreva nelle loro vene.
-Bene- aveva mormorato soddisfatto Carter, uno scintillio selvaggio e predatore nei suoi occhi.
Lo avevo già visto affamato, quando erano parecchi giorni che non si nutriva, quindi sapevo bene come poteva diventare feroce e aggressivo, tuttavia, quella notte, sembrava particolarmente irrequieto, come un adolescente in piena crisi ormonale.
-Fantastico- avevo commentato a mia volta, senza l’ombra del minimo entusiasmo nella voce.
Non riuscivo a capire come un posto del genere potesse piacere al mio compagno, visto quanto pareva essere contrastante con la sua personalità, generalmente scontrosa e burbera, ma forse c’erano lati di lui che non conoscevo affatto, ben più pericolosi, che si agitavano sotto la fredda superficie…
-Vieni!- mi aveva gridato, sovrastando il frastuono della musica techno tedesca, che rimbombava a tutto volume nella stanza, dirigendosi verso il bancone fradicio e lurido del bar.
-Due birre! Rosse!- aveva ordinato al barman, un tipo alquanto equivoco, con gli orecchini ad entrambi i lobi, i capelli ossigenati e degli occhialini da talpa su un naso arcuato.
-Cosa? Ma noi non…- avevo iniziato, scioccato, senza distogliere lo sguardo dal barista, mentre prendeva due bicchieri già usati e li riempiva con le nostre ordinazioni.
-Copertura, scemo.- mi aveva zittito il vampiro, guardandomi torvo.
Perfetto, la serata si annunciava impagabile…
-Ecco- aveva quindi detto secco, schiaffandomi il mio calice traboccante di birra in mano e lanciando una manciata di monete sul bancone.
-Aspetta… Qua-
Si era inciso una mano, facendo cadere qualche goccia del suo sangue nel mio drink, che era subito diventato di un rosso più cupo.
-Non berne troppa comunque- aveva raccomandato, ripetendo il gesto con il suo e bevendone un’attenta sorsata. -…Ma così dovrebbe infastidirci meno.-
-Ah.- avevo annuito, guardando il liquido carminio con sospetto.
Lo avevo annusato con circospezione, mandandone giù il minimo possibile, trovandolo fortunatamente più che passabile.
-Allora possiamo anche mangiare?- avevo domandato interdetto a Carter, che si era sistemato in un angolo al lato della pista, osservando il viavai delle persone.
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di Elettra
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