Lasciare il paese.
Le ultime parole che Carter mi aveva rivolto durante la nostra fuga precipitosa ancora mi risuonavano nella mente. Per un attimo, lo aveva fissato incredulo: come pensava di fare, con un’orda di vampiri dagli immensi poteri alle nostre spalle?
Tuttavia, Carter aveva guidato deciso fino all’aeroporto, abbandonando la (mia) macchina ancora accesa nel parcheggio e lanciandosi lungo la sala imbarchi verso una porta blindata, travolgendo diverse persone, due delle quali erano rovinate a terra urlanti.
-Cosa diavolo…?- avevo gridato, coprendo i lamenti degli altri, ma troncandomi a metà della sentenza in una fitta di dolore lancinante: continuavo a scordarmi della ferita alla gola, DANNAZIONE!
Per tutta risposta, il moro mi aveva afferrato di malagrazia per l’avambraccio e scaraventato oltre la porta, abbattendola con la sua forza sovrannaturale, schiantandomi al suolo in un boato infernale.
Due addetti alla sicurezza erano sopraggiunti di corsa, ma si erano impietriti a metà strada, lasciando che gli sfollagente scivolassero loro dalle dita.
Confuso, avevo sollevato la testa di qualche centimetro, massaggiandomi la nuca, guardando di sbieco le spalle di Carter, rivolto ai nostri inseguitori, paralizzati sul posto.
Senza emettere un solo suono, Carter aveva sostenuto il loro sguardo per diversi, lunghissimi secondi, quindi era turbinato, sollevandomi dal pavimento, verso il retro della stanza in cui ero atterrato, attraverso una seconda porta, sbarrata come la prima.
Aveva spaccato la serratura con un calcio, tirandomi oltre gli stipiti e sbattendo l’uscio alle nostre spalle; stranamente, nessuno pareva averci seguito.
Lo avevo guardato negli occhi per un attimo, prima che lui si voltasse e cominciasse a frugare rapidamente per tutta la camera buia, producendo un rumore di legno spezzato e pesanti oggetti trascinati.
“Cosa hai fatto? Li hai ipnotizzati?” gli avevo trasmesso telepaticamente, non osando mettere a prova la mia trachea un’altra volta.
-Sì- aveva risposto secco il mio compagno, ansimando, gettando un’enorme asse di legno dalla parte opposta della stanza.
Avvicinandomi a lui senza sforzo, i miei occhi innaturali che fendevano il buio, lo avevo raggiunto, cercando di capire cosa gli stesse passando per il cervello.
-Entra.- mi aveva ordinato, spingendomi verso una grossa cassa scoperchiata che giaceva ai nostri piedi.
“COSA?”
-Ho detto ENTRA!- aveva sbraitato, conficcandomi le unghie lunghe nella carne. –E’ la nostra unica possibile via di fuga adesso. Non ci cercheranno qui, non subito, penseranno che ci siamo smaterializzati o trasformati in qualche animale, in cerca di un nascondiglio o di una via di fuga! Presto, però, qualcuno si accorgerà della tua macchina e allora saremo in guai SERI…-
Avevo vagamente annuito, non afferrando comunque il suo piano: perché nasconderci in una cassa di pino, all’aeroporto avrebbe dovuto salvarci…? Oh, diavolo.
-Bravo, genio.- mi aveva sibilato, tornando a spingermi dentro.
Con una certa esitazione, avevo scavalcato l’alto bordo, mal tagliato e pieno di schegge, sprofondando con le scarpe nella morbida massa che era contenuta all’interno.
Sospirando, mi ero seduto con una certa difficoltà in un angolo libero, scrutando verso l’alto in attesa che Carter tornasse per rinchiudermi, come aveva fatto tempo addietro la prima volta che avevo usato la mia bara.
Allora, e solo allora, mi ero reso conto che c’era qualcosa di terribilmente sbagliato : tanto per cominciare la cassa non sembrava costituita da più assi inchiodate insieme, ma da un unico blocco legnoso intagliato di forma rettangolare… Inoltre, e potevo vederli ben chiaramente con la mia vista non-mortale, vi erano stati incisi dei fori, come se avesse dovuto contenere qualcosa di…
VIVO.
Raggelandomi all’istante, avevo visto con orrore che il fondo della cassa, tutt’intorno al mio corpo, brulicava contorcendosi sotto alle mie pupille. Qualcosa mi aveva attraversato con un sibilo sinistro i fianchi, strisciando silenziosamente nell’ombra, facendomi rivoltare dal ribrezzo lo stomaco.
“Serpenti…” avevo urlato nella mia mente.
-SERPENTI!- avevo ripetuto a voce altissima, ancora prima di rendermene conto, ma pentendomene subito, non solo per l’inevitabile fitta acuta alla gola, ma anche per la reazione irritata e infida delle creature che mi strisciavano intorno. -Già, serpenti.- aveva confermato Carter, facendo capolino dall’apertura sopra la mia testa. Contro ogni possibile previsione, si era calato accanto a me, spostando bruscamente un paio di bisce alquanto contrariate da una parte, prendendo posto al mio fianco, richiudendo con molta cura e cautela il coperchio a scatto sulle nostre teste.     [ Vai a pagina: 2 » ]

di Elettra