Dopo il terribile evento, il mio grandissimo sbaglio, o passo falso, con la P maiuscola, l’inverno si era presentato in tutto il suo gelo e rigore, ricoprendo terreni e marciapiedi di alti strati soffici di neve, spazzando le vie con i suoi maestosi venti.
In questo bianco scenario, tanto silenzioso quanto minaccioso ed inerte, avevo trascorso un numero indefinito di ore e giorni, trascinandomi per i bassifondi, cercando invano un riparo che mi potesse fornire un qualche genere di protezione, senza però trovarne nessuno. Tutto il mondo dei non-morti certamente sapeva. Non potevano non averlo avvertito, senza contare che ero stato anche VISTO.
Dovevano essere per forza tutti là fuori a cercarmi, pronti a mettermi un cappio attorno al collo e a gettarmi dalla torre più alta.
Avevo commesso il peggiore dei misfatti, in un universo dove non esistevano regole se non quella del rispetto reciproco. Niente avrebbe mai potuto superare un simile affronto : ero spacciato, non avevo via di scampo. Con questi pensieri, ferito e vulnerabile, mi aggiravo per la periferia della città, cercando di dominare il panico. Sentivo di avere mille occhi maligni puntati su di me, pronti a tradirmi e a giudicarmi, a spiare ogni mia mossa, in agguato nell’ombra in attesa di assalirmi, nel momento più propizio. Avevo così vagato e vagato, senza alcuna meta, senza neppure osare ritornare da Carter : non avrei mai avuto il coraggio di guardarlo in faccia, proprio lui, che nemmeno una settimana prima mi aveva fissato in modo inequivocabile, dicendomi di seppellire il mio compito, la mia unica ragione di esistenza. Nascondi il Giustiziere, aveva detto, perché adesso sei uno di noi, e come tale non potrai più agire come prima.
Che cosa avevo fatto? Di tutte le stupidi azioni che avevo, negli ultimi mesi in particolar modo, compiuto, questa era l’apice. Ma chi diavolo ero, in fondo? Che diavolo avevo creduto di fare? Tutto quello che avevo compiuto non era stato che un’accozzaglia di assassinii, misfatti, menzogne e atti di incapacità suprema. Avevo lasciato che un vampiro mi mordesse e mi trasformasse in un mostro, e adesso mangiavo e dormivo alla sua tavola come se fosse stato il mio migliore amico. Non avevo trovato l’omicida di Noel, e ora… Ora…
Era troppo.
Non poteva certo continuare.
Con questi oscuri pensieri, avevo vagabondato nel buio, combattendo il vento gelido che mi seccava e martoriava la pelle innaturale del viso. Persino adesso che ero morto, potevo avvertire quanto fosse duro e tagliente. Avevo svoltato silenzioso in una viuzza rischiando di perdere l’equilibrio sul ghiaccio. Quanto tempo era trascorso, tempo inutile, buttato… Che cosa potevo fare? E se Carter stesso fosse stato sulle mie tracce, a braccarmi? In fin dei conti, non lo conoscevo davvero. Forse mi avrebbe tradito, sfruttando il suo contatto sovrannaturale con la mia mente, e mi avrebbe venduto al miglior offerente, magari, perché no, proprio a Trevor. Il bastardo avrebbe fatto faville nel ricevere la mia testa.
- Forse dovrei farlo.-
Una voce improvvisa era sbucata dall’ombra, facendomi sobbalzare.
Con tutti i sensi in allarme, avevo di colpo avvertito la sua presenza, vicina e inconfutabile, come la luna e le stelle. Carter era comparso, in un salto plastico, dall’alto di uno dei tetti sopra la mia testa, diafano in volto, forse più del normale, e, ciononostante, terribilmente scuro e minaccioso. Non lo avevo mai visto così, e dire che eravamo seriamente stati nemici, fino a non molto tempo prima.
- Non avevi promesso in fondo la MIA testa a Trevor?- aveva sibilato lapidario.
- Carter…- avevo sproloquiato, pentendomi all’istante di aver aperto bocca, dimentico della mia laringe in frantumi: un fiotto di lacrime mi era subito salito agli occhi, per la fitta lancinante che mi aveva attraversato.
I suoi occhi mi avevano incenerito, tingendosi di un violento rosso cupo.
- Che diavolo hai fatto?- mi aveva domandato, sbarrando le palpebre, respirando affannosamente per mantenere un briciolo di controllo.
- La mia sola risposta era stata scuotere negativamente la testa, la gola stretta convulsamente tra le mani. Doveva essersi spostata la cartilagine spezzata, perché ora un frammento mi stava trafiggendo le tonsille, causandomi il vomito.
- Cosa hai FATTO? - aveva ripetuto, scandendo ogni parola, urlando alla fine della frase. Per tutta ,risposta, mi ero accasciato al suolo, ripiegato sullo stomaco, perdendo fiotti di bava rossastra dalle labbra.
- Sei solo un disgraziato. Un inetto! Un fottuto IDIOTA!- aveva continuato a sbraitare Carter, venendo come una furia nella mia direzione. – Ma guardati! Il Giustiziere! Che cosa ti avevo detto riguardo all’uccidere i tuoi simili?- mi aveva afferrato per i capelli, strattonandomi la testa all’indietro, costringendomi a guardarlo nelle iridi corvine. –Tu, piccola, insignificante creatura…- aveva ruggito, lanciandomi con forza a terra.
Mi ero rialzato con fatica, sotto il peso della terribile conferma che mi era appena giunta. Tutti sanno quando muore un vampiro. Specie se ucciso da uno dei nostri. – Il suo tono di voce era terribilmente cupo.
- Ora, Reiko…- aveva espirato, passandosi le mani sulla faccia -… Che cosa dovrei fare con te?- Mi aveva guardato in modo significativo, facendomi intuire che la sua era solo una domanda retorica. Aveva già deciso del mio destino, e nelle mie attuali condizioni non avrei potuto fare niente per fermarlo.
“Carter…” lo avevo chiamato nella mente, impossibilitato a farlo con la voce.
- Non parlarmi nella testa!- mi aveva ammonito, roteando un braccio nell’aria.
Di nuovo, si era avvicinato a dove giacevo, inginocchiandosi di fronte a me.
Era rimasto in quella posizione per un tempo infinito, costringendomi a usare la mia empatia per spezzare quegli attimi di feroce terrore.     [ Vai a pagina: 2 » ]

di Elettra