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Erano le otto in punto e alle otto in punto a casa mia si cena (così vuole mio padre, l’omino mister perfezione, “puntualità e precisione” era il suo motto).
Ci riunimmo tutti e quattro a tavola, io, mamma, papà e Nicko.
Mamma mise in tavola quella brodaglia che definiva “minestra” e la versò nel mio piatto. Mio padre si nascondeva, come sempre dietro al Sole 24 ore e Nicko giocava con le sue macchinine.
Questa era la vita a casa mia.
Ma c’era qualcosa che non andava. Sarebbe stato tutto normale, se non fosse stato per quell’alone di mistero che aleggiava intorno. Sapevo bene che mio padre non stava realmente leggendo il giornale e l’espressione di mamma era quella da “te lo dico ora te lo dico dopo”.
Non si era ancora fatta una parola, ne sull’accaduto né su qualsiasi altro argomento. Mamma soleva iniziare con qualche discorso, raccontando quello che le era successo al lavoro o con qualche uscita delle sue, ma stavolta niente.
Mangiai la mia minestra lentamente, pensierosa, aspettando che qualcuno aprisse bocca e spezzasse quell’alone misterioso. Fu mio padre a farlo.
“Evelyn, dobbiamo parlare.”
Quello era il momento giusto, quello che mi fece rovesciare la minestra sulla tovaglia e scattare in piedi.
“Ma insomma, che significa questo? Lo volete capire che non mi è successo niente? Non so chi fossero quei tizi, non li ho visti, mi sono risvegliata nel mio letto con tutto questo maledetto casino intorno!”
“Sta’ calma, Evelyn” disse mia madre. “La polizia dice che non è prudente, magari potrebbero tornare...non sappiamo neppure cosa volessero...”
“Niente! Non volevano niente! Non mi hanno violentata, non mi hanno fatto niente! Lo so cosa pensate tutti, che mi sono inventata tutto! Che non è vero niente di tutte queste maledette stronzate!!!”
Mi invase una furia cieca. Ecco,quello era il momento... e Van mi stava aiutando, lo sentivo, mi stava dando forza.
“Ora basta! Capisco che sei sconvolta ma non ti premetto di parlare così!”
“Tu non mi permetti? Tu?! Sono io che non ti permetto di parlare a ME così! Mi sono rotta le palle di voi e delle teste di cazzo che siete, sempre a criticarmi su tutto, sul mio modo di vestire, sulla compagnia che frequento,su tutto!”
“Ma che ti prende?” si alterò mia madre. Nicko scoppiò in lacrime.
“Ecco, visto? Hai fatto piangere tuo fratello!”
E intanto la furia aumentava...
“Mio fratello? Questo sarebbe mio fratello? Questo bastardo viziato?!!”
Mio padre mi si avvicinò e fece come per darmi uno schiaffo, ma io bloccai la sua mano e portai la bocca la suo collo.
Non so come trovai il coraggio di farlo, ma gli schizzi di sangue arrivarono anche in faccia a mia madre, che iniziò a gridare impazzita. Ricordo che si toccò le faccia e il sangue che le era arrivato, come per constatare che fosse vero!
La testa di mio padre volò via a imbrattare una pietosa imitazione dell’ “Ultima Cena”.
Nicko era diventato bianco dall’orrore e mia madre era sull’orlo dell svenimento. Iniziò a indietreggiare.
Lasciato cadere il corpo decapitato di mio padre, me la presi con Nicko. Lo agguantai per il colletto della maglia e lo morsi alla gola, scuotendo il suo corpo pesantemente fino quasi a decapitare anche lui. Ma no, era troppo comodo, il vizioso Nicko avrebbe dovuto soffrire di più! Allora lo scaraventai dall’altra parte della stanza, con il collo che sprizzava sangue. La testa sbatté contro la parete e si spaccò, lasciando su di essa una scia di rosso come nel più classico dei film horror.
“Brava Evelyn” mi disse Van.
Restava solo mamma. La cercai con lo sguardo nella stanza ma... era sparita! La troia era sparita!
Doveva essere scappata mentre me la prendevo con Nicko. Si, doveva essere così, la porta era aperta.
Poco male, l’avrei trovata comunque, L’AVREMMO TROVATA, noi due insieme!
Mi abbattei sul corpo di Nicko e iniziai a succhiare, lentamente, provando un piacere assoluto mai provato prima. Bere dal calice in chiesa non era niente al confronto!
Solo quando ebbi finito, quando il cadavere fu completamente dissanguato, allora decisi di lasciar perdere mio padre e di cercare la troia.
Uscii di casa con la bocca ancora insanguinata e la trovai che stava venendo verso di me, terrorizzata da ciò che ero diventata. Insieme a lei c’era un uomo (rabbrividì anche lui quando mi vide, coperta di sangue e con quel ghigno famelico dipinto sul viso). Aveva una pistola.
Compresi subito chi era, doveva essere uno della polizia in borghese. Mi avevano messo un cane da guardia alla porta!
Saltai addosso prima a mia madre (non le avrei certo permesso di scapparmi un’altra volta!), la addentai al collo, le strappai via brani di carne come una tigre con la sua preda, mentre lei urlava e si dimenava. Il tutto in neppure due secondi.
Quando fu cadavere anche lei me la presi con il poliziotto.
“Stai indietro!” mi gridò cercando di essere minaccioso, quando invece dal suo volto traspariva una paura quasi maggiore di quella di mia madre.
Non mi ci volle molto a evitare i suoi colpi di pistola e a ammazzarlo come un cane.
Bevvi prima il sangue di mia madre, poi il suo, e fu allora che vidi.
Che vidi lui, davanti a me, in piedi, gli occhi azzurri e i capelli biondi. Era reale, non era un’allucinazione. Era reale!
“Brava. Sei stata bravissima! Sono orgoglioso di te!”
Mi pulì il mento insanguinato con il palmo della mano.
“Grazie per avermi dato la forza,Van.”
“Hai fatto tutto da sola, piccola.” e mi abbracciò.
“Ora avremo l’eternità?” gli chiesi,sapendo già la risposta.
“Tutta quella che vuoi!” disse lui, sorridendo e rivelando due denti esattamente come i miei.
di Cagliostro
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