[ » Torna a pagina: 2 ]    “Evy...Evelyn” dissi singhiozzando.
“Io sono padre Christopher e lei è suor Diana.”
La suora si voltò appena quando sentì pronunciare il suo nome, per poi tornare alle sue occupazioni.
“Dai, raccontami tutto.”
Mi tenevo il viso tra le mani nel vano tentativo di nascondere il pianto. Avrei voluto spiegargli ogni cosa, ma sapevo che non potevo. Meno sapevano di questa storia e meglio era.
Però...
Un prete avrebbe saputo capirmi, aiutarmi... no, nessuno poteva più aiutarmi, ormai.
“In genere a quest’ora la chiesa è chiusa E’ una fortuna che tu ci abbia trovato a quest’ora di notte. Stavamo facendo gli ultimi preparativi per il Santo Natale....”
“Già, proprio una fortuna” pensai. “Una fortuna che abbia trovato la chiesa aperta, che abbia trovato voi, che abbia trovato i vestiti puliti nel cassonetto... proprio un caso...”
E allora mi rivenne in mente Van e la luna splendente. Mi rivenne in mente la mia missione.
“Vuoi confessarti, Evelyn? Se sei pentita dei tuoi peccati Dio onnipotente ti perdonerà.”
La sete di sangue riaffiorò alla gola. Guardai il Cristo sulla croce,quel Cristo morente. Guardai i chiodi che lo tenevano alla croce. Guardai i suoi occhi che stavano perdendo colore, ormai quasi bianchi.
Ma tutto quello non mi faceva alcuna impressione, solo rabbia.
E il prete mi chiedeva se volevo confessarmi!! Se mi pentivo davanti a Dio onnipotente!
Stavo per scoppiare di rabbia. La disperazione se ne andò e tornò l’eccitazione e il furore.
Bastò uno scatto, uno solo, e il pretino fu atterrato. Solo quando iniziò a gridare come un matto la suora si distaccò da quel maledetto alberello e mi guardò in preda al panico. Anch’io la guardai e lei vide i miei occhi furibondi, i miei denti ormai cresciuti, le mie zanne... Io vidi invece la sua paura dipinta sul volto, la sua umanità. Che schifo! Trovavo ormai raccapricciante sapere che ero stata anch’io una come loro,un essere umano, una destinata a morire. Adesso ho l’eternità!
Azzannai il prete per il collo e ne fuoriuscì un fiotto di sangue che mi precipitai subito a succhiare. Era buonissimo, la mia nuova ragione di vita. Il sangue.
L’uomo, stremato, emise alcuni fiochi gorgoglii prima de cedere. Il colletto del prete, alcuni secondi prima bianco candido, divenne rosso, del suo stesso sangue.
La suora mi guardava atterrita. Era paralizzata dalla paura e aveva il gelo negli occhi. Prese il rosario e me lo mostrò.
“Vattene!” gridò. “Vattene via!” ma la sua voce non era ferma, anzi. Era molto traballante, insicura. Evidentemente il suo Dio non era una gran protezione per lei.
Le saltai addosso scaraventandola a terra. Lei gridava, strillava invocando aiuto, ma Gesù non scese dalla croce per aiutarla. Pensò bene di restarsene lassù, beccandosi gli schizzi di sangue sul viso.
Continuai a sbranare quella stronza anche dopo che era morta, non per furia cieca, o almeno, non solo. Ci provavo gusto.
Succhiai e sbranai, bevvi il suo sangue fino all’ultima goccia. Mi venne un ideuzza in mente, un idea malvagia. Quando ero entrata il prete mi aveva detto di portare rispetto perché quella era la casa del signore, ma perché dovevo rispettarlo, questo Signore? Quel cadavere con la bava alla bocca appeso ad una croce?
Era forse da considerarsi un Signore?
Andai all’altare (gettando per terra quell’odioso albero di Natale) e presi il calice. Lo portai dal prete,che stava ancora sanguinando,e riempii il contenitore con il suo sangue,finché non fu stracolmo.
Alle lezioni di catechismo mi avevano sempre insegnato a non offendere il Signore e mi avevano spiegato che solo il sacerdote e solo durante la Messa poteva bere dal calice. Se l’avesse fatto qualche altra persona sarebbe stato un sacrilegio.
Beh, avevo proprio voglia di farlo, questo sacrilegio!
Guardai negli occhi quel tizio sulla croce in tono di sfida e indignazione.
“Sei morto per niente!” gli dissi fissando il suo viso sofferente. “Dovevi pensare a salvarti invece di salvare il mondo! E adesso guardami!”
Poggiai le labbra sul calice e bevvi a sazietà, di gusto, avidamente, guardando quel tizio sconosciuto che soffriva, pensando alla luna, a quanto sarebbe stata compiaciuta di me.
La luna!
All’improvviso mi sentii chiamare da lei. “Evelyn, vieni fuori...” mi diceva.
Lasciai cadere il calice e mi precipitai fuori dalla chiesa. Era iniziato a piovere e la luna non si vedeva più. La cercai nel cielo ma non la vidi, c’erano solo nuvole e lampi. E pioggia.
Davanti a me una figura, immobile. Scintillanti occhi azzurri.
Era lui, Van!
Mi venne incontro. Era davvero lui, lo riconobbi!
“Sei stata brava, piccola Evelyn. Ma c’è ancora un’altra cosa da fare,dopodiché saremo sempre insieme.”
Mi disse qual’ era la missione, l’ultima, e, sebbene sapevo che mi sarebbe stata difficile, dissi che avrei adempiuto al mio dovere.
“Non ti preoccupare.” mi disse. “Io ti aiuterò.”

di Cagliostro