[ » Torna a pagina: 1 ]    Strano caso... come se fossero lì per me.
Mentre li tiravo fuori (constatando che erano ancora in ottimo stato) vidi un paio di scarpe accanto al cassonetto.
Solo che non erano scarpe normali. Erano anfibi.
Mi strappai di dosso la veste insanguinata, restando con il reggiseno e le mutande. Indossai i pantaloni e stavo per mettermi anche gli anfibi quando, con il piede sentii che c’era qualcosa dentro uno di essi. Tirai fuori quella specie di tessuto nero tutto aggrinzito e vidi che era una maglia.
La luna sorrise compiaciuta.
Non poteva essere un caso che quella roba fosse lì,qualcuno ce l’aveva messa apposta per me, perché voleva che la prendessi.
Indossai la maglia e gli anfibi e,per ultimo,il giubbotto di pelle. Era un giubbotto pieno di borchie, di quelli che piacevano a me. Come se fosse stato fatto apposta per me.
Quando fui pronta mi pulii il sangue che avevo alla bocca e decisi che potevo andare avanti.
Ripresi a camminare nella notte più fredda e buia, lasciandomi alle spalle i segni del mio passaggio. I miei passi scricchiolavano leggermente sull’asfalto.
La luna mi guardava e io guardavo Lei,come se aspettassi che mi dicesse qualcosa. Ma restava in silenzio. E sorrideva beffarda.
Si, sorrideva,un sorriso (un ghigno) satanico,che rivelava una fila di denti aguzzi.
Camminai ancora senza trovare anima viva, niente da uccidere. Ma avrei trovato qualcosa,sicuramente, per placare la mia sete di sangue. Dovevo trovare qualcosa.
E camminando camminando arrivai proprio lì, dove era iniziato tutto. Al Terminus.
Decisi di entrare, con il cuore che mi batteva in gola. Era lì che avevo visto Van la prima volta,magari c’era ancora. Magari mi aspettava, mi avrebbe baciata di nuovo.
Come facevo a restare fuori sapendo che lui era dentro? Mi sembrava quasi di sentirlo, di sentire la sua chitarra che suonava.
Stavo per entrare, per addentrarmi in quel mondo che era il mio mondo,quello pieno di “tipi strani” come me, quando la luna mi ordinò di fermarmi.
“Non è lì ciò che cerchi e non lo troverai certamente così. Devi continuare.”
Obbedii, sicura che mi avrebbe guidato nella direzione giusta.
Oltrepassai il Terminus e continuai a camminare guidata da Lei.
Mi ero allontanata un bel po’ da casa, ormai. Chissà se qualcuno si era accorto della mia scomparsa.
Ma non era importante questo al momento. L’importante era che quella la notte giusta, la notte per me. Quindi, continuai il mio cammino.
Senza accorgermene mi ritrovai quasi in centro. A quell’ora era deserto.
Avevo camminato per alcuni chilometri ma non sentivo la minima traccia di fatica e avrei potuto andare avanti per chissà quanto prima che le mie gambe cedessero stremate. E niente freddo!
Davanti a me la chiesa, quella chiesa in cui i miei mi avevano obbligato ad andare prima della Comunione e della Cresima e nella quale dopo non avevo più messo piede.
La chiesa.
Quella maledetta chiesa del cazzo!
Quella che mi assalì fu una irrefrenabile voglia di...di vendetta. Guardai la luna cercando consiglio. Lei sorrise.
“Vai” disse in un sibilo. “Vai e fagli vedere quello che hai imparato, piccola Evelyn.”
Così decisi di fare.
Bussai sulla porta più volte,ripetutamente, con foga. Quasi con rabbia. Sentivo la luna che sghignazzava, alle mie spalle.
Alla fine la porta si aprì e mi trovai davanti un tipo buffo,con una curiosa divisa su una parte e l’aria stanca. Aveva il colletto bianco.
“Un prete,dunque”
Si,un prete,uno di quelli con la faccia pulita e le mutande sporche,uno di quelli che ti accolgono con un sorriso e ti pugnalano alle spalle.
“Posso esserti utile?” chiese il pretino con aria gentile.
Vedendomi con jeans strappati, anfibi e giubbotto di pelle a quell’ora di notte avrà pensato a me come a una donna di piacere. Glielo leggevo nel viso, in quel sorriso misericordioso e gentile,pieno di commiserazione di me. Una donna di piacere.
Lo scansai dalla porta con un gesto sgarbato e entrai di corsa nella chiesa.
Quant’era che non entravo lì dentro! Dai tempi della Cresima!
Era molto più piccola di come la ricordavo. Un grosso crocifisso in fondo dietro all’altare recitava la scritta “Gloria in excelsis deus” e vaffanculo!
Un alberello di Natale illuminava la chiesa con le sue lucine. Già,il Natale! Tra poco sarebbe stato Natale e non ke n’ero mai accorta! Deduco che il Natale non sia previsto tra le abitudini della mia nuova condizione, anche se comunque avevo ricevuto un bel regalo da parte di Van.
Una suora stava ornando l’albero aggiungendo lucine e fiori. Era talmente intenta nel suo lavoro che non si curò neppure di guardarmi. Metteva lucine su lucine, come un robot.
“Questa è la casa del Signore. Cerca di portare rispetto.” mi rimbeccò il prete.
“Non si preoccupi, padre!” gli dissi sorridendo. “Me ne andrò prima che lui ritorni!>>
Cercavo di provocarlo, per farlo reagire, così mi sarebbe stato più facile farlo secco.
“Perché parli così, bambina? Il Signore ti ama!”
“E che cosa gliene frega a Dio di noi miserabili?!”
“Il Signore Iddio ci ama tutti, soprattutto i più poveri. E’ morto sulla croce per noi.”
Mi indicò il crocifisso.
Tutt’ad un tratto mi sentii invadere da una strana forza, qualcosa di alieno nel mio corpo, qualcosa che mi faceva sentire debole. Tutta l’eccitazione del momento passò in un istante, lasciando spazio alla stanchezza e all’orrore.
Orrore per ciò che avrei potuto compiere.
Forse furono gli occhi bianchi e scoloriti di Gesù crocifisso,non lo so,so solo che ebbi un improvviso tentennamento, un esitazione.
Gli ultimi brandelli di umanità che tardavano ad andarsene.
Il prete notò il mio disorientamento e mi venne incontro. “Che cosa posso fare per te? Hai bisogno d’aiuto?”
Le lacrime mi affiorarono agli occhi. Volevo trattenerle ma non ci riuscivo. Guardai l’uomo in viso.
“Mi predoni, padre... ero venuta solo per guardare...”
“Le nostre porte sono aperte a tutti. A tutti coloro che cercano un po’ di pace”
Le lacrime mi scendevano per le guance.
“Perché?” chiesi con un filo di voce. “Perché tutto questo?”
Il prete mi prese le mani tra le sue.
“Tra poco sarà Natale. Gesù Cristo risorgerà e la gente sarà felice. Molti pregheranno e alcuni canteranno e danzeranno. Per il Signore”
“Perché?” chiesi ancora,non sapendo neppure io che cosa volessi sapere precisamente. Non avevo più voglia di vivere.
Mi gettai a terra, in ginocchio davanti al prete,scoppiando a piangere.
Riaffiorò la disperazione che sembrava avermi abbandonato per lasciare spazio all’euforia della mia nuova condizione. Riaffiorò tutta.
Il prete mi si inginocchiò davanti e mi guardò nel viso.
“Non fare così, ti aiutiamo noi. Se hai qualche problema ti aiuteremo noi.
Come ti chiami?”    [ Vai a pagina: 3 » ]

di Cagliostro