E allora andai.
Era buio, sarà stata mezzanotte,forse l’una...magari anche più tardi.
Mi alzai dal letto e aprii la finestra della mia camera. Nicko non dormiva più insieme a me perché i miei pensavano che avrei potuto contagiarlo con la mia malattia (e la mia pazzia, poverino!)
Salita sul cornicione, scrutai il cielo,stellato proprio come nel sogno. La luna illuminava il mio viso.
C’era anche una faccia sulla luna, gli occhi di Van.
“Va’, piccola Evelyn. Va’ e non voltarti mai indietro” mi disse la luna con voce sibilante, con quel suo ghigno insanguinato.
Obbedii.
La mia finestra dava sulla strada a un altezza di almeno sei-sette metri. Troppi per tentare un salto. Troppi per una persona normale.
Ma io non ero più una persona normale, io ero... non lo so. Ma quando avevo combattuto contro Joanna ero stata agilissima, avevo fatto cosa che nella mia normale condizione non sarei mai stata capace di compiere. E inoltre mi sentivo sicurissima delle mie capacità, quasi fosse una reazione istintiva.
E allora che stavo aspettando?
Mi buttai dal cornicione volando nell’aria per alcuni metri, mentre il vento gelido mi sferzava in faccia. Atterrai sulla strada deserta, ancora in camicia da notte e a piedi nudi.
“Brava” mi disse la luna sorridente. Sorrisi.
Il vento era davvero freddissimo, lo sentivo sulla pelle, sentivo i brividi,ma non mi dava noia. Era solo una sensazione di freddo, ma non avevo davvero freddo.
E’ difficile da spiegare, ma è così,credetemi.
Avevo di nuovo voglia, una voglia indicibile di morte. Morte e sangue.
Iniziai a incamminarmi per strada, senza una direzione precisa, guidata solo dall’istinto. Sentivo sapori nuovi, nuove sensazioni, nuove percezioni che non avevo mai provato prima. Ogni paso era qualcosa di nuovo,inspiegabile e magico,la consapevolezza di qualcosa di insolito e nuovo,proprio come aveva detto Van: la consapevolezza dell’eternità.
Quando resti rinchiusa in un involucro umano per quindici lunghi anni capita di sentirsi diversa la prima volta che metti piede nel mondo esterno.
Udii lieve il miagolio di un gatto. Ed eccola, la bestia immonda che mi fissava con quegli occhi penetranti. Un gatto nerissimo, randagio, a giudicare dal pelo sporco. Miagolava e soffiava,come fanno i gatti quando avvertono il pericolo.
Soffiava, la belva immonda.
“Uccidila” mi disse la luna.
Sentii una voglia irrefrenabile di massacrarlo, quel gatto. La voglia di sangue si fece ancora più forte e penetrante.
Non potevo più aspettare. Agguantai la belva con entrambe le mani. Lei si dimenava, graffiava, mordeva e io insistetti a stringerla ancora più forte.
Iniziò a soffocare.
Ma non era quello il mio scopo, il mio scopo era il sangue. Allora la portai alla bocca. Lei mi graffiò il viso con le unghie, ma non m’importava.
Con i denti le strappai un grosso lembo di carne dal fianco. Il sangue grondava mentre la bestia miagolava ancora più forte fino a perdere completamente i sensi. Fu allora che mi avventai su di lei ancora più accanitamente, come una furia cieca, sbranandola con i miei denti aguzzi.
Quand’ebbi finito non rimase che la carcassa di quello che era stato un gatto.
Mi guardai addosso: ero tutta sporca di sangue, dal collo fino alle gambe. La camicia da notte era intrisa di sangue.
Oddio... che cosa avevo fatto...
Solo in quel momento mi resi conto di ciò che avevo portato a termine. Un massacro.
Non potevo crederci. Eppure era vero, e, se mai mi rifiutassi di crederci, la prova era lì, davanti ai miei occhi. Un mucchio d’ossa.
Mi buttai in ginocchio per terra mettendomi a piangere disperata. Non desideravo altro che essere a casa, sotto le coperte a dormire sonni tranquilli. A riposarmi. E non certo a essere mezza nuda per strada a sbranare gatti.
“Eccellente!” mi disse la luna. “Adesso alzati,smetti di piangere come una donnicciola qualsiasi! Sei una metallara!”
Non avevo ancora finito, è vero. D’un tratto tutta la commiserazione di me stessa svanì e tornò la sete di sangue. Non mi era ancora passata.
Vicino a me c’era un cassonetto dell’immondizia. Mi ci avvicinai e scrutai dentro, convinta che avrei trovato qualcosa che facesse al caso mio. Notai subito un paio di jeans e un giubbotto di pelle.
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di Cagliostro