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[ Torna a pagina: 2 » ] -Sì… Sì, lo so.- aveva annuito, corrugando combattuto la fronte. Una parte di lui voleva chiaramente liberarsi di quel fardello, ma c’era come una immensa oscurità nel fondo del suo animo che gli impediva di parlarne.
-Cos’è che ti turba?- lo avevo incalzato, fermandomi a pochi centimetri da lui, i nostri visi vicinissimi, così vicini che potevo vedere chiaramente la sfaccettature violastre nel nero delle sue iridi. Carter aveva preso un’espressione strana, come remota, mentre si torturava il piercing che gli attraversava il labbro inferiore. Una piccola goccia di sangue gli era ricaduta dalla borchia sul mento, e lui l’aveva distrattamente raccolta con il suo pollice.
-Mi odieresti se te lo dicessi…. Quindi non posso dirtelo.- aveva risposto sottovoce, fissando la piccola macchia rossa che contrastava nettamente sulla sua pelle diafana. Contrariato da quella affermazione, gli avevo afferrato il braccio sinistro, valutando le mie opzioni. Non potevo lasciare che se andasse ancora una volta così, lasciandomi senza risposte. Avevo abbassato per una frazione di secondo lo sguardo sul suo dito, quindi, con delicatezza, me lo ero portato alla bocca, leccando via il sangue con la punta della lingua, tremando leggermente, senza mai distogliere i miei occhi marroni dai suoi. Avevo visto le sue pupille dilatarsi leggermente, la sua determinazione vacillare, ma poi, di colpo, aveva tolto la sua mano dalle mie, ritraendosi nel suo guscio di solitudine.
-Ho detto di no! Smettila.- aveva mormorato con voce roca, tornando sui suoi passi dentro la tomba, lasciandomi solo e sconfitto sul selciato spoglio.
Da allora, Carter mi aveva evitato come la peste, sparendo nel nulla sempre prima del mio risveglio, allo svanire della luce del giorno. Quando rientravo per coricarmi, invece, trovavo la sua bara già chiusa, sintomo chiaro del suo pensiero, pur percependo benissimo il fatto che fosse ancora sveglio, anche se le sue emozioni sembravano velate da un manto nero, che mi impedivano di intuire i suoi pensieri,o di tentare anche lontanamente di comunicare con lui. Preso dalla rabbia e dallo sconforto, avevo deciso di ignorarlo a mia volta, preferendo l’isolamento alla compagnia di un mentitore bugiardo. Mi ero così messo in caccia anche quella notte, prestando grande attenzione a non incontrare altri nightcreepers sul mio percorso, restando nascosto nell’ombra, percorrendo i bassifondi. Turbinii di voci e riflessioni avevano raggiunto il mio cervello e le mie orecchie, e io li avevo scandagliati uno per uno, con grande impegno, cercando la persona che faceva per me. Finalmente, una sensazione bieca e cruenta aveva raggiunto le mie interiora: era di un uomo di mezz’età, a pochi metri da me, nel viottolo a fianco. Era un omicida, ed era, molto probabilmente, uno schizofrenico: riuscivo a distinguere in modo netto le due personalità che gli ardevano nel petto, consumandolo fino al midollo, logorandolo nella ragione fino a spingerlo alla pazzia. Sarebbe stato lui la mia vittima, quella notte. Deciso e soddisfatto, avevo accelerato il passo nella sua direzione, svoltando al primo angolo nella giusta strada, quando un senso di violenta angoscia mi aveva centrato in pieno la bocca dello stomaco, facendomi sussultare.
C’era un altro vampiro lì. Ansimando, avevo chiuso le palpebre e contato mentalmente fino a cinque, per calmarmi, dopodiché avevo valutato attentamente la situazione. Doveva essersi accorto anche lui della mia presenza, non poteva che essere così, tuttavia questo sembrava non averlo minimamente disturbato, dato che continuava a procedere sicuro e deciso nella mia direzione.
Dannazione. Non potevo rischiare di essere visto: se avessero scoperto la mia nuova natura, sarebbe scoppiato il caos, in entrambi i mondi. Incapace di smaterializzarmi, mi ero guardato freneticamente attorno: ero in un vicolo cieco, la strada da cui ero venuto era senza sbocchi diretti, e il resto della viuzza era circondato da muri altissimi, che rendevano impossibile ogni tentativo di fuga.
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di Elettra
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