[ Torna a pagina: 1 » ]     Potevo offenderlo quanto volevo, ma sapevo che purtroppo aveva ragione. Carter aveva, nonostante l’arroganza, carisma e fascino, cose che io non avevo mai posseduto, quindi ero solo, con ogni probabilità… Invidioso? Bah! No di certo!
Avevo sbattuto le mani contro le fredde pareti di pietra, rendendomi conto che non mi sarei mai riaddormentato come capitava ai mortali. Il sonno dei vampiri era un sonno di morte, e una volta passato, significava che era ora di sorgere, perché era calata la notte.
Con un sospiro di resa, avevo alzato le braccia sopra di me, per scoperchiare il mio tumulo, senza trovare, contro ogni mia umana aspettativa, la minima difficoltà nel farlo. Le mie nuove capacità mi stupivano di giorno in giorno. Mi ero sollevato lentamente a sedere, facendo capolino dalla tomba, guardandomi attorno: nessuna luce trapelava dai vaghi spiragli nelle tende, il tutto sembrava immerso in un’atmosfera d’attesa peculiare. Solo un piccolo cono di luce ardeva tremolante nel buio, sul tavolo spinto nell’angolo che fungeva da scrittoio a Carter.
E il nightcreeper era proprio là, seduto su una specie di poltrona stile impero, con le gambe sollevate e i piedi appoggiati con poco grazia su una pila di libri. Sembrava concentrato nella lettura, tuttavia aveva naturalmente avvertito il mio risveglio, e così mi aveva subito apostrofato:
- Ben svegliato, Reiko. Più che il rumore è stata l’orda incessante dei tuoi pensieri a distrarmi.- aveva alzato un sopracciglio guardando di sbieco nella mia direzione.
Figurarsi. Leggere i pensieri degli altri era il suo sport preferito.
- Non lo faccio sempre per scelta, a volte… Scorrono, e basta. I tuoi, soprattutto.- aveva come arricciato le labbra, riportando la sua attenzione a quello che sembrava un vecchio volume polveroso e cadente.
-Ah, quindi è colpa degli altri che pensano troppo, se ti fai gli affari loro- lo avevo rimbeccato, issandomi fuori dalla bara di pietra, con un vago sorrisetto, anche se era già riuscito a innervosirmi.
-Mh!- aveva ghignato a sua volta, alzando un dito nell’aria, come per segnarmi il punto.
-Che cos’è?- gli avevo domandato, indicando il tomo, non osando immaginarmi la risposta.
Carter mi aveva lanciato un’occhiata indecifrabile, prima di riabbassare lo sguardo e rispondermi:
-Poesie.-
Non ero riuscito a soffocare una risata.
-Scusami.- avevo grugnito, notando la sua espressione omicida, ma finendo solo con il farmi venire un attacco isterico –Io non…- non avevo potuto terminare la frase.
-Sì, d’accordo!- aveva ringhiato Carter, digrignando i denti, chiudendo il grosso libro con un tonfo e scattando in piedi verso la porta.
Solo ora avevo potuto leggerne l’autore: Wordsworth. Oh, Dio.
Lo avevo seguito sorridendo di scherno, mentre si accingeva a chiuderci la porta alle spalle con il lucchetto.
-Oh, Carter, ma non c’è niente di male! Anche le anime più nere a volte vengono in contatto con il loro lato femminile!-lo avevo provocato.
Il moro si era per tutta risposta diretto alla Land Rover, montandovi sopra (dal lato del guidatore, ovviamente), sbattendo lo sportello.
Quando ero salito al suo fianco, ignorando a mia volta la cintura di sicurezza
–che se ne andasse pure al diavolo, non ero forse già morto, in fin dei conti?-, si era voltato verso di me, con una strana espressione di compiacimento sulla faccia.
-Dove stiamo andando?- gli avevo chiesto, sentendo il sorriso morirmi sulla bocca. Conoscevo bene quell’aria di trionfo, e sapevo che doveva avere in mente qualcosa di bizzarro.
- A mangiare.- mi aveva risposto con candore, beandosi del mio immediato terrore.
Avevo fatto per uscire, ma lui aveva bloccato le portiere ed era partito rapidamente in retromarcia, facendo stridere le ruote sul selciato del cimitero.
-Carter!- gli avevo ruggito, minaccioso.     [ Vai a pagina: 3 » ]

di Elettra