La prima cosa che era ritornata era stata l'olfatto: un odore forte e penetrante mi aveva invaso le narici, disgustandomi vagamente. Non ero più sul mare, non era il profumo dell'acqua, della sabbia bagnata, quello che sentivo, sembrava invece più simile a… Terriccio. Sì, una terribile puzza di terra umida mista a polvere e muffa mi stava otturando il naso. La seconda cosa, cupa e inquietante, era stato il silenzio. Sapevo di essere in grado di udire, avvertivo perfettamente il rumore del mio respiro, affannoso per via del tanfo, ma, oltre a quello, che giungeva oltretutto stranamente attutito, con una sorta di eco, non percepivo assolutamente niente. Con un certo sforzo, dopo un po' di tempo, avevo socchiuso le palpebre, soffocando un grido di spavento: ero cieco! Non vedevo altro che nero! Ansimando, adesso, avevo sollevato le braccia di scatto, annaspando in preda al panico, alla ricerca di una risposta.
Dove diavolo ero? Cos'era successo? Ero morto sulla spiaggia? O Carter mi aveva tradito ancora una volta?
Improvvisamente, nel raspare, le mie mani avevano colpito qualcosa di solido e duro, sopra di me. Con il cuore in gola, vi avevo appoggiato entrambi i palmi, tastandola, percorrendone il perimetro, scendendo quindi, lentamente, ai miei lati, e, infine sotto la mia schiena. Ero sdraiato. Sdraiato in quella che pareva essere una cassa.
-Gesù!- avevo singhiozzato, vinto dal terrore.
Ero vivo, ero ancora vivo, dentro una cassa di legno, sepolto sotto metri di terra! Non ero morto, ero vivo e ben presente, dovevo aver solo perso i sensi, e Carter mi aveva interrato lo stesso e mi ci avrebbe lasciato per… Quanto era? Tre giorni? Ero spacciato! L'aria non sarebbe mai durata così a lungo.
-Cristo…- avevo imprecato, sbattendo le nocche sul pannello sopra il mio viso, grattandolo disperatamente con le unghie : era solo un'impressione o faceva un caldo infernale, lì dentro?
-Fatemi uscire!- avevo urlato, cedendo al panico.
Non poteva finire così! Non poteva essere vero! Doveva essere un incubo… Avevo respirato affannosamente, premendomi le mani sugli occhi, contando mentalmente fino a venti, cercando di riprendere il controllo. Dovevo stare calmo, o avrei solo consumato inutilmente l'ossigeno. Quando aveva riaperto le palpebre, ero rimasto di stucco: le mie braccia! Riuscivo a vederle! E anche i miei polpastrelli, le mie unghie, persino le minuscole righe che cesellavano le mie falangi: vedevo ogni minimo particolare, senza la minima fonte di luce.
"Che cosa…" avevo pensato, confuso.
Possibile che…
Incredulo, mi ero guardato nuovamente attorno, notando adesso le venature del legno che componeva la mia bara. Era un parallelepipedo di assi grezze, non lavorate, tenute saldamente insieme da grossi chiodi che parevano di ferro arrugginito. Dunque non mi trovavo in una vera cassa da morto, ma semplicemente in un ampio contenitore di quelli che generalmente si usavano per imballare merci.
Carino, da parte di Carter… Ancora scosso e sorpreso dalla mia nuova capacità, avevo di colpo captato un rumore sordo, lontano, ma netto e ripetuto. Allarmato, mi ero immobilizzato con le orecchie ben tese, cercando di distinguerne la provenienza: non era casuale, e aveva una cadenza precisa. Suono di passi.
"Dei passi… C'è qualcuno! Qualcuno che può aiutarmi a uscire da qui!" avevo realizzato, in un lampo improvviso di speranza.
-Aiuto! Ehi là sopra, sono qui! Aiutatemi!-avevo picchiato con violenza le nocche sul coperchio, cercando di far più rumore possibile, quando avevo sentito uno scricchiolio inquietante, e il legno disfarsi sotto i miei colpi. Lo avevo mandato in frantumi, e la terra che stava sopra di me aveva iniziato a cadere in una pioggerella fina, lordandomi guance e vestiti.     [ Vai a pagina: 2 » ]

di Elettra