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Altri giorni si erano susseguiti. Quanti, non avrei saputo dirlo, forse una settimana, da quando mi aveva morsicato Carter.
Le mie facoltà mentali si andavano di ora in ora diradando, rendendomi incapace di formulare pensieri coerenti, mentre il terrore e l'empatia si accrescevano con potenza.
Voci, suoni e memorie attraversavano i muri, facendomi impazzire, fortissimi, impossibili da ignorare.
Il quaderno che avevo deciso di usare come diario giaceva aperto sul pavimento, lacero, con le ultime pagine riempite di incomprensibili scarabocchi.
La cancrena aveva raggiunto un livello di estensione inaudito, lo potevo ormai vedere chiaramente nello specchio in qualsiasi momento: le strisce necrotiche violacee mi ricoprivano più di metà della faccia, come una ragnatela, pulsando come se fossero state vive, anche se questo era in realtà dovuto al virus contenuto nella saliva del vampiro.
Era un'assurdità patologica, era quasi come avere la febbre al contrario : la mia temperatura scendeva di giorno in giorno, dai miei 36.5° C normali, ero precipitato a ben 34.1°C.
Se non fossi morto presto di fame, di sicuro sarebbe bastato quello ad uccidermi.
Quando, infatti, con estrema fatica, riuscivo a trascinarmi fuori dal letto, era solo per raggiungere il bagno o il frigo.
Il cibo, tuttavia, visto il degrado del mio organismo, era diventato disgustoso, qualcosa di intoccabile. Ero incapace di metabolizzare alimenti solidi, mentre le bevande ghiacciate perforavano il mio esofago come lame di rasoio.
Era davvero la fine, ormai ero arrivato, presto il sangue sarebbe stato l'unico elemento della mia dieta, e sarei stato pronto a qualunque azione, pur di ottenerne una goccia.
Testimone ne era l'avvenimento della notte precedente, quando Carter era venuto, come sempre, ad appostarsi sul balcone; nella furia erotica, avevo picchiato contro il vetro così forte e così tante volte, da ridurlo in frantumi piccolissimi, ma quando finalmente avevo raggiunto il mio obiettivo, cioè togliere la barriera tra me e il nightcreeper, ed ero strisciato sui gomiti fin sul terrazzo, di lui non vi era più alcuna traccia, ed io mi ero ritrovato a inveire come un pazzo con le mani dilaniate sotto una rada pioggia invernale.
Anche adesso, le mie dita riportavano i segni della lotta, mentre la finestra giaceva nel suo angolo priva dei vetri, lasciando passare l'aria fredda della sera.
Quella notte sarebbe stato diverso, sarebbe stato molto più semplice farsi raggiungere dal vampiro, senza contare che, anche il più semplice novizio, in grado, come tutti gli altri della sua razza, di strisciare sui muri, avrebbe rappresentato per me una minaccia.
Lentamente, mi ero mosso verso lo specchio, fissando con un certo timore le mie falangi: non ero in grado di piegarle, il dolore mi uccideva, erano quasi maciullate, tempestate di croste e cicatrici.
Avevo fatto giusto due passi, quando un enorme crampo mi aveva preso allo stomaco.
- Aaagh!- avevo gridato, piegandomi in due come un burattino di carta, cadendo disteso a terra.
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di Elettra
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