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Di nuovo.
Non sapevo dov'ero. Era una specie di cattedrale,almeno così mi sembrò alla prima occhiata. Davanti a me si protendeva una lunga scalinata di pietra. Non sapevo perché, ma la stavo percorrendo.
La cosa più strana è che ero nuda,completamente nuda,senza il minimo straccio addosso.
Intorno a me aleggiava un'aria strana,impregnata d'angoscia e inquietudine. Guardavo distrattamente i miei piedi nudi che scendevano i gradini di fredda pietra, chiedendomi dove stavo andando, anche se dentro di me già lo sapevo.
Arrivai dove dovevo arrivare. Un'enorme stanza fiocamente illuminata dalla pallida luce di candele nere sparse un po' ovunque, sorrette da pesanti candelabri di bronzo.
La stanza dove mi trovavo era grandissima, alta almeno trenta metri, terminante con una grande cupola.
Non era nemmeno una stanza,doveva essere una specie di cattedrale. Non c'era né una finestra né una minima apertura. L'aria era impregnata di un odore di chiuso e di stantio.
A riscaldare appena l'ambiente e a fare un po' di luce delle candele sorrette da pesanti candelabri di bronzo ai lati dell'altare e sparse un po' ovunque nella cattedrale. Numerosi gli affreschi e le statue che ornavano la fredda pietra delle pareti. Erano tutte ispirate al mondo del macabro e del grottesco.
Un grosso teschio di pietra mi fissava dall'alto con un espressione pietosa e maligna. "Questo è lo specchio in cui mirar ti devi, folle mortale. Questo è lo specchio di quel che sei" diceva la didascalia sottostante in una scrittura aulica e solenne.
Non ero sola. C'era altra gente, uomini mascherati di cui non potevo vedere il volto. Avevano una maschera che nascondeva i loro volti ai miei occhi, tipo quelle maschere buffe che si vedono sui libri di storia o nei film dell'orrore di serie Z.
Un grosso becco ricurvo spuntava dalle loro maschere nere,gli occhi completamente bianchi e due orecchie dritte e a punta sulla testa,come quelle di una volpe. Addosso una tunica nera che copriva tutto il corpo. Mi ricordavano quel tizio dell'antico Egitto... il dio della morte... come si chiamava?
Restarono fermi,in silenzio ai piedi di un grosso altare di pietra.
L'altare era provvisto di grossi anelli di ferro, due in fondo e due in cima, proprio in concomitanza con polsi e caviglie. Un brivido mi percorse la schiena, e non solo per il freddo.
Ebbi il presentimento che ero io quella che doveva sperimentare la resistenza di quelle catene.
Uno degli incappucciati mi fece cenno di salire.
"Ecco, lo sapevo."
Obbedii meccanicamente, sdraiandomi sull'altare e lasciando che lui mi fermasse le caviglie e i polsi con le catene di ferro.
Guardavo le candele, le statue di demoni,gli affreschi... avrei dovuto trovarmi nel mio in quel posticino, mi sarebbe piaciuto un casino quell'ambiente, magari però in ben altre circostanze. Essere incatenata nuda ad un grosso tavolo rituale non era certo la mia massima idea di divertimento, tanto più con quelle fredde fiammelle blu che mi svolazzavano attorno.
Nuda, incatenata su un grosso altare,immobilizzata per i polsi e per le caviglie, a pancia in su a fissare le orribili statue gotiche raffiguranti demoni e creature immonde.
Sentivo freddo, i brividi a fior di pelle.
Ma non erano le fiammelle o l'ambiente circostante o il fatto di essere nuda che mi preoccupava. Quello che mi faceva orrore vero e proprio era ciò che avevo addosso. Quell'essere.
Orripilante ragno nero, viscido sul mio corpo,lungo almeno un metro e mezzo,alto uno e con quella orrenda bocca che colava bava su di me.
Le sue zampe erano poggiate ai bordi dell'altare, il suo freddo corpo a contatto con il mio. La lingua viscosa mi strusciava sul viso lasciando grumi di saliva densa e schiumosa. Il naso si limitava a due minuscoli buchi appena visibili nella grande faccia rugosa e viscida.
E gli occhi...gli occhi, il particolare più inquietante,in netto contrasto con il suo corpo orrendo. Erano occhi veri. Occhi umani.
Quell'ammasso di viscere in decomposizione e bava aveva due intensi occhi azzurri che mi fissavano.
La lingua continuò a saettare da una parte all'altra del mio viso, leccandomi e tastandomi ripetutamente. Non riuscivo a resistere al ribrezzo. Emisi un gemito nauseato.
Risuonava sempre la solita canzone...
You'll take my life but I'll take yours too
Non volevo guardare quella bestia in faccia, non volevo vedere la sua lingua saettare sul mio viso,le sue orrende zampe sul mio corpo. Lo sentivo sul ventre nudo, sul seno, lo sentivo strisciarmi sulla viva carne...era nauseante.
Cercai di distogliere lo sguardo guardando da qualche altra parte,guardando il soffitto magari (questo è lo specchio in cui mirar ti devi), quel teschio che esprimeva quel riso maligno ma allo stesso tempo sofferente.
Non ce la facevo più, era troppo il disgusto... e non solo il disgusto. La paura.
Orrore puro.
E lui lo sapeva. Sapeva che avevo paura, e non solo perché sentiva la mia pelle accapponarsi, non solo perché sentiva i miei brividi con le sue zampe quando mi sfioravano il corpo. Lo sapeva perché lo sentiva.
Lo percepiva.
You'll fire your musket but I'll run you through
Le fiammelle continuavano a svolazzarmi intorno, fredde come l'acciaio, mentre quel demonio mi faceva sua. Gemiti di repulsione fuoriuscivano dalla mia bocca.
Non mi stava più soltanto leccando con quella lingua viscida. Avrei tanto voluto sbagliarmi ma ebbi come l'impressione che si stesse strusciando a me. Che mi stesse... palpando... tastando...
Le zampe del mostro non erano più sui bordi dell'altare, adesso erano ben strette sui fianchi, le sentivo sulla vita e sulle gambe. Si muovevano. Provandomi.
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di Cagliostro
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