|
|
[ « Torna a pag. 2 ]
In classe la signora Brighton stava spiegando la teoria della relatività di un certo Einstein ma la mia mente era altrove.
Stavo scarabocchiando su un foglio tutto quello che mi passava per la testa e ripensavo al mio irrisolvibile problema: come fare per rivederlo?
Si, perché dovevo rivederlo, almeno per una volta. Avrei fatto qualsiasi cosa per rivedere quel ragazzo.
Avrebbero fatto un altro concerto da qualche altra parte, no? Sarebbero tornati al Terminus o un qualche altro stramaledetto pub a suonare.
Ma allora perché quando andai a sentire il giorno seguente mi dissero che non avevano date in programma, che nessuno conosceva quella band? Possibile?!
E cosa significava quel sogno,quello strano rito di sangue?
Mi destai dai miei pensieri quando udii lontanamente la voce della signora troia Brighton che mi chiamava alla lavagna. Fu allora che mi resi conto di cosa avevo distrattamente disegnato: era una chitarra.
Andai alla lavagna sicura che non sarei stata in grado di eseguire ciò che mi si sarebbe chiesto di fare.
La Brighton mi diede un esercizio del cazzo da eseguire. Sorrideva, sapeva già che non lo sapevo fare.
Restai a fissare le linee bianche di gesso sulla lavagna, la prova per me insolubile, le guardavo come si può guardare qualcosa per te impossibile,qualcosa che va oltre la tua immaginazione, non come una ragazzina di seconda superiore può guardare un esercizio di fisica che dovrebbe saper fare benissimo.
"Vai a posto." mi disse la Brighton. "Sei sempre stata una brava allieva,almeno nella mia materia,ma ultimamente il tuo profitto è calato troppo. Ho urgente bisogno di parlare con tua madre."
A quel donnone con triplo mento e almeno trenta chili di troppo stavo sulle scatole perché appartenevo a quella massa che lei definiva “gioventù degenerata”, quelli con borchie e catene,quelli con giacca di pelle e coltellino svizzero nascosto nel taschino, quei ragazzi che ascoltavano il rock 24 ore su 24, che non avevano interessi a parte girare in motocicletta e fare casino, quelli pieni di tatuaggi che rientravano a notte fonda talmente ubriachi da non riuscire nemmeno a reggersi in piedi, che si divertivano fumando spinelli e rovesciando i bidoni dell’immondizia. Almeno nel suo immaginario (e nell’immaginario collettivo, come avevo avuto modo di constatare in più di un’ occasione) era così.
Tornai a sedere dimenticandomi subito di quell’esercizio di fisica.
La mente automaticamente tornò alle mie più recenti riflessioni ma mi sforzai di pensare ad altro.
Ripresi in mano la biro e ricominciai a scarabocchiare sul foglio che avevo preso chissà dove. Era questo che facevo quando avevo qualche pensiero, scribacchiare da qualche parte qualsiasi cosa mi passava per la testa,immergermi nelle riflessioni più nascoste e lasciare che la mano andasse da sola, guidata solo dall’inconscio.
Me la sono sempre cavata nel disegno. Amici e parenti mi hanno sempre fatto i complimenti fin da piccola per questa mia dote innata. I miei avrebbero preferito che mi inscrivessi ad un istituto artistico, solo che il più vicino distava oltre cinquanta chilometri da casa mia.
Stavo pensando che, finita la scuola,avrei potuto frequentare un corso per tatuatrice...non era male come idea!
Naturalmente, da buona metallara, i miei soggetti preferiti non erano certo prati e paesaggi, anzi!
Sapevo disegnare molto bene i teschi. Il mio quaderno era pieno di teschi ornati nei modi più fantasiosi possibili e immaginabili,teschi con un buco sanguinante in fronte, teschi con corna da diavolo,teschi con tribali sulla testa, teschi con serpenti arrotolati che entravano dagli occhi e uscivano dalla bocca, teschi con elmetti da vichingo, e, immancabilmente, teschi con bandana, occhiali da sole e chitarra! Anima metal!!!
Proprio un teschio stavo disegnando mentre mi lasciavo andare alle più irreali immaginazioni, uno con la parte inferiore del volto coperta da una sciarpa nera e con l’indice puntato verso l’osservatore, che guardava con un ghigno minaccioso. Completata la didascalia (I WANT YOU, in una scrittura elegante e misteriosa quanto incomprensibile) interruppi quelle così impenetrabili elucubrazioni che erano divenute parte del mio mondo per soffermarmi a guardare il mio piccolo capolavoro. Non c’era male, davvero. Anzi, senza falsa modestia, lo considerai bellissimo...
La Brighton continuava a spiegare le sue cavolate e il resto della classe ascoltava. Dopo la figura che avevo fatto avrei fatto bene a seguire invece di pensare ai miei disegni, ma non m’importava niente della lezione. Non m’importava niente di niente.
Impenetrabili elucubrazioni che erano divenute parte del mio mondo?!! Adesso ero totalmente assorta nel mio mondo!
Le parole di quel donnone risuonavano lontane,indecifrabili. Gli unici versi che sentivo erano sempre gli stessi.
You’ll take my life but I’ll take yours too...
Guardavo il teschio che avevo disegnato,guardavo la mano che mi invitava a seguirlo. I miei occhi affondavano in quei tratti a lapis, fissavano intensamente ogni singola riga, ogni minimo tratteggio, ogni particolare più nascosto... Le falangi che formavano le dita, i decori sulla sciarpa nera che avevo disegnato in maniera quasi maniacale,le incrinature sulla testa, ogni singola curva. E gli occhi, quei pozzi di tenebra... li fissavo sempre più intensamente. E anche lui fissava me.
You’ll fire your musket but I’ll run you through
Lo sentivo,percepivo il suo sguardo, ero rapita da quello sguardo. Quegli occhi... neri...
“I want you” diceva la scritta... voglio te...
Voleva proprio me...
You’ll take my life but I’ll take yours too
“Ma quando metterai la testa a posto” Era la voce della mamma.
You’ll fire your musket but I’ll run you through
“Ultimamente il tuo profitto è calato troppo” Stavolta fu la voce della Brighton.
So when you’re waiting for the next attack
“Scalcinati” Era Dany.
You’d better stand there’s no turning back...
“Voglio te...” Stavolta era lui,era...Van!
Il teschio mosse l’indice,come per invitarmi a seguirlo.
“Proprio tu...non resistermi...”
Allungai la mano verso quella misteriosa figura. L’allungai ancora. Ancora. Ben oltre la superficie del foglio.
Vidi le mie dita, la mia mano,il mio braccio intero penetrare dentro il disegno...
Vidi l’ambiente sfocare davanti ai miei occhi che iniziarono ad annebbiarsi. C’era un angelo davanti a me, un bellissimo angelo con splendide ali vellutate che si estendevano nell’aria, un corpo sinuoso e... e un cavallo, un magnifico cavallo bianco... alato... si, aveva le ali, ali grandi e forti... tanti,erano tanti cavalli dalle ali d’oro... e tanti angeli... e il cristallo, tutto era di cristallo... era irreale... oddio...
Mi sentivo pulsare le tempie, la testa mi faceva male... era insopportabile...
Creature angeliche volavano alte nel cielo di cristallo. Un cavallo dal pelo nero come la notte e lucente come il diamante arrivava da lontano con gran scalpiccio di zoccoli. Aveva enormi ali nere che si stagliavano sull’orizzonte invisibile.
C’era un uomo che lo cavalcava, una figura completamente nera di cui non riuscivo a distinguere i particolari. Sembrava che fosse un tutt’uno con l’animale. Il suo lungo mantello nero strusciava per terra mentre cavalcava sul dorso della creatura alata, e dovunque passava il pavimento di cristallo si spezzava e crollava lasciando spazio al vuoto.
Una voce risuonò in tutto l’ambiente circostante e nello stesso tempo unicamente nella mia testa.
"Il suo nome è Morte."
Il cristallo che formava il mondo iniziò a disintegrarsi e tutto divenne lentamente ombra e buio. Gli angeli e i cavalli alati che solcavano l’aria caddero morenti con le ali spezzate in un coro di grida stridule di sofferenza. Dal vuoto si alzarono alte e imponenti le fiamme.
L’uomo a cavallo si fermò davanti a me. Sembrava...incorporeo. Estese il braccio verso di me.
Mi sentii gelare in quel momento, avrebbe potuto uccidermi.
Protese l’indice verso il mio viso, dritto agli occhi... “E’ arrivata la mia ora” pensai.
Mi fissava con quegli occhi neri, l’indice puntato a me.
“I WANT YOU...”
"...Ecco,si sta riprendendo..."
"...Sta sudando..."
Sentivo delle voci...nuove sensazioni...
"Poveretta..."
Sentii qualcosa sulla fronte, forse un fazzoletto che mi veniva strusciato per asciugarmi il sudore.
Stavo riprendendo conoscenza.
"Forse un calo di pressione...ora è tornata regolare..."
Aprii gli occhi. C’erano delle persone con me.
Ero sdraiata su un lettino, doveva essere l’infermeria della scuola. Riconobbi un infermiere in camice bianco e un altro che doveva essere una specie di medico. C’era anche la Brighton, per quanto le stessi sulle palle si era almeno degnata di venire a vedere come stavo.
C’erano anche altri professori che mi guardavano.
Mi sentivo stringere il braccio. Allungai lo sguardo e vidi che era uno di quei cosi per misurare la pressione.
"Cosa...cosa è successo?" fu la prima domanda che riuscii ad articolare.
"Sei svenuta" mi rispose quello che mi sembrava un medico.
"Abbiamo chiamato a casa,tua madre dovrebbe venire a prenderti tra poco."
Mia madre arrivò dopo pochi minuti e mi portò a casa. Naturalmente volle sapere per filo e per segno cosa mi era accaduto.
"E’ stato uno svenimento" le spiegò la Brighton, "forse un calo di pressione,non so..."
Due svenimenti così improvvisi in pochi giorni sono un po’ strani per essere coincidenze,anche con la pressione bassa.
E poi quei sogni che facevo, quegli angeli, Van che faceva l’amore con me, quel cavaliere nero... è assurdo...
Come se qualcosa stesse cercando di prendere contatto con me...
Per fortuna mia madre lavorava in casa, così non ci sono stati problemi ed è potuta venire subito a prendermi.
Dopo le varie stronzate burocratiche mi riportò a casa in auto. Durante il viaggio mi chiese più volte se stavo bene, se era tutto a posto. Le risposi sempre di si, distrattamente, non avevo molta voglia di parlare. Avevo caldo, nonostante fossimo in pieno inverno e le temperature fossero al di sotto la norma stagionale.
Reclinai il capo all’indietro e chiusi gli occhi,senza l’intenzione di dormire veramente,ma solo per riposare un po’. Non pensai a niente, ero troppo stanca per pensare. Avevo solo voglia di chiudere gli occhi e isolarmi dal mondo.
Dopo poco mi addormentai.
Mi risvegliai appena prima di entrare nel vialetto di casa.
Strano, quando scesi dall’auto non mi sentii per niente stanca, anzi! Ero rinvigorita, nel pieno delle forze.
Mamma, premurosa come sempre (a volte eccessivamente) mi chiese se me la sentivo di camminare da sola o volevo che mi aiutasse. Le risposi di no, che era stato solo uno svenimento ma che ora stavo bene.
"Sicura che non vuoi che ti aiuti? Almeno ad arrivare in camera tua, per distenderti un po’ sul letto..." mi domandò ancora, mentre entravamo in casa.
"No,mamma,davvero. Sono solo svenuta, può capitare,non è mica chissà che cosa! Ora sto bene!" insistei.
In effetti stavo davvero bene,tonificata. Avrei potuto mettermi a saltare per la casa senza la minima fatica. Avevo una gran fame. E c’era una cosa, soprattutto, di cui avevo voglia: di metal! Del buon vecchio metal!
Accesi l’impianto hi-fi che i miei mi avevano regalato per Natale dell’anno precedente e lasciai partire il cd che c’era già dentro, scegliendo a caso la traccia audio.
Appena partì la musica stoppai subito il cd. Quell’assolo lo conoscevo fin troppo bene e non mi sembrava certo il caso di ascoltare proprio “The trooper”.
Tolsi il cd e ne scelsi un altro. Presi quello dei Manowar e mi ascoltai le bellissime note di “Heart of steel”. Stavolta niente Dickinson, stavolta lasciai che fosse la voce di Eric Adams a tenermi compagnia.
Alzai al massimo il volume, consapevole che mamma sarebbe venuta a richiamarmi, ma non m’importava niente. Mi misi a ballare e a saltare e cantare seguendo la canzone, cosa che facevo molto spesso. Mi sentivo liberata dal metal, ogni volta che avevo qualche problema, che ero nervosa perché mi era andata male a scuola o chissà cos’altro, mi rinchiudevo nella mia cameretta, il volume al massimo, e mi mettevo al ballare e cantare. Sarà capitato anche a voi, vero? Non sarò l’unica metallara pazza in giro?!
Mi sarebbe anche piaciuto imparare a suonare uno strumento, il basso magari, o la chitarra, ma i miei non avevano mai voluto, dicendo sempre le stesse cose “adesso c’è la scuola a cui pnsare, le lezioni di musica costano troppo, tanto poi ti annoierai e smetterai, per queste cose ci vuole passione... ”sempre le stesse stronzate! Io ce l’avevo la passione! Generalmente i genitori sono sempre felici quando un figlio decide di imparare a suonare uno strumento.
Ma i miei no, per loro era diverso... loro non sarebbero certo stati felici di una figlia così. Molte volte, per strada, quando incontravano qualcuno con un tatuaggio o un piercing lo guardavano come si guarda un delinquente.
Si, per loro erano delinquenti, gentaccia allo sbando, questo li consideravano. Figurarsi come avrebbero visto una figlia con pantaloni di pelle, giacca con le borchie, stivali e bandana che se ne va su un palco a suonare come un matto la chitarra davanti ad una folla di gente come lei. “Una folla di perversi e drogati”, queste erano le parole che mio padre utilizzava per definire quelli che per me erano dei modelli di vita.
Già, mio padre... il classico ometto d’ufficio calvo e con le guance perennemente rasate,in giacca e cravatta e senza mai un pelo fuori posto. Arrivava a casa e non staccava un secondo gli occhi dal “Sole 24 ore”. Lui che si faceva un culo così tutto il giorno per portare avanti la famigliola,lui che non vedeva l’ora di arrivare a casa per abbracciare la mogliettina che gli voleva tanto bene, lui che avrebbe venduto l’anima al diavolo per far star bene le sue figliolette... almeno queste erano le sue frasi preferite ,oltre che alla classica
“i giovani non sanno quanto sono fortunati” accompagnata da un lungo sospiro.
Mia madre invece faceva la casalinga,anche lei sempre perfetta, con una visione del mondo tutta sua, in cui era solo la gente perbene (cioè quelli che si vestivano con camicia e pantaloni di velluto, senza la minima traccia di un piercing o di un tatuaggio, era roba da drogati!) ad assicurarsi un futuro e ad assicurarlo al resto del mondo. Anche se non l’ammetteva apertamente quelli come me erano disgraziati allo sbando. E per un uomo era diverso, ma una ragazza... la mia figura di ragazza adolescente era in netto contrasto con la sua immagine mentale dello stile di vita che deve seguire una donna.
Tutto questo secondo il suo immaginario, naturalmente...
E poi c’era lui,Nicko, il mio caro fratellino. Aveva sette anni all’epoca dei fatti che vi sto raccontando. Era un bel bambino, sempre con il vestitino nuovo, impeccabile, riccioli biondi e il sorriso sulle labbra.
I miei facevano di tutto per allontanarlo da quello che era il mio stile di vita,dandogli tutte le attenzioni di cui aveva bisogno e stando sempre attenti a non fargli mancare nulla. Non si accorgevano che lo stavano soffocando con le loro attenzioni, che sarebbe diventato una bel bambino, si. Solo nell’aspetto,però.
Non avrebbe mai indossato pantaloni di pelle o jeans tutti strappati come la sorella,ma la sorella non aveva mai preteso niente di niente e quando voleva comprare un cd dei Black Sabbath o qualunque altra cosa aveva saputo guadagnarsela facendo qualche lavoretto utile. A Nicko bastava dire “mamma voglio.” che subito mia madre partiva a comprarlo.
Già, non gli avrebbero fatto mancare niente... avrebbe avuto fin troppo. Sarebbe cresciuto odioso e terribilmente viziato.
A lui la chitarra elettrica l’avrebbero comprata senza discutere...
Entrando nella mia stanza si entra in un altro mondo, quasi un portale per l’ignoto, così amo definirla. Nelle altre stanze puoi trovare riproduzioni di quadri rinascimentali, una vera passione per mamma. In salotto, per esempio, campeggia una pessima riproduzione de “L’Ultima Cena” di Leonardo. Nella camera dei miei salta subito all’occhio “L’Annunciazione”, e non poteva mancare “La Gioconda” che orna la parete a fianco delle scale che portano sul piano superiore.
Nella mia stanza, invece che l’imitazione di un quadro rinascimentale, spiccava subito in risalto uno splendido poster dei Dream Theater sulla parete di fondo.
Accanto al poster il mitico biglietto dell’ Haineken Jammin’ Festival che andai a vedere qualche anno prima. Uno dei giorni più belli della mia vita!
Poi un manifesto dell’altrettanto mitico “Monsters of Rock”, al quale, però, non ho potuto partecipare.
Inoltre altra robetta,tutto sul tema rock naturalmente, come una statuetta che raffigurava uno zombetto con la chioma bianca e il ghigno minaccioso, oppure un quadretto incorniciato che rappresentava un gigantesco barbaro con un ascia in mano. “MANOWAR-GODS OF METAL” diceva la scritta sovrastante.
E ancora una statuetta di coccio che riproduceva le fattezze di un teschio agghindato con il copricapo di piume come un capo indiano. Un altro aveva un grosso nasone rosso da clown e un buffo cilindro sulla testa da cui spuntava un fiorellino. Papillon a pois,lunghi capelli corvini e un macabro sorriso satanico sulla faccia.
Andavo matta per questa roba!
E naturalmente la mia collezione di cd. Ne avevo di tutti i tipi,l’intera raccolta degli Iron Maiden, tutto quello che c’era da avere sugli Ac/Dc (cd,videocassette,bibliografia,ecc...),tutto quello che volete dei mitici Manowar, Black Sabbath, Metallica, Guns ‘n Roses e chissà cosa.
E appese al muro ciò che ogni giorno ammiravo con orgoglio: bianca, gialla e arancione. Le mie tre mitiche cinture di Karate.
Facevo Karate da alcuni anni, ormai, ero cintura verde. Mi piaceva, insieme al metal era una delle mie grandi passioni.
Dovevo andare al corso di Karate proprio quel giorno. Naturalmente mamma avrebbe avuto sicuramente da ridire (“come sarebbe a dire che esci? Ti sei sentita male a scuola oggi e esci già? Devi stare almeno qualche giorno a casa,devi riguardarti!” mi pareva già di sentirla ma naturalmente non l’avrei ascoltata e avrei fatto di testa mia. Come sempre,del resto!)
Mia madre lo considerava uno sport violento (ovvio!), non riusciva a capire. Una di quelle persone che non vedono al di là del proprio naso,come si suol dire.
Per me, invece, era un modo per stare bene con me stessa, una tecnica per rilassarmi e per stare tra amici.
Era proprio al corso di Karate qualche anno prima che avevo conosciuto Dany. Aveva la mia stessa età ma quando io iniziai lei era già cintura gialla. Mi piacque e andammo subito d’accordo. Iniziammo a vederci anche oltre l’orario delle lezioni e in poco tempo diventammo amiche per la pelle. E’ l’unica vera amica che avevo.
Solo a lei confidai il mio interesse per un ragazzo che entrambe conoscevamo,lei fu la prima a cui rivelai di essermi messa insieme a lui (ricordo ancora la sua faccia, un misto di stupore e felicità per me, ma nessuna traccia d’invidia o gelosia,sebbene ero quasi certa che quel tipo piacesse anche a lei) e soltanto a lei dissi, trattenendo a stento le lacrime, di aver scoperto che quel bastardo mi aveva fatto le corna con un’altra.
“Non vergognarti di piangere” mi disse. “Sfogati”.
Seppe consolarmi e riuscì a farmi tornare il sorriso con quel suo modo di fare ironico. Una grande amica,sempre pronta ad ascoltarmi quando ne avevo bisogno.
Anch’io seppi ascoltare lei e consolarla come potevo, per esempio quando i suoi divorziarono. Suo padre era un alcolizzato sempre fuori casa e lei fu affidata alla madre. Da allora il padre non si fece più vedere, neppure adesso so dire che fine abbia fatto. Dany ne soffrì moltissimo. Io, da buona amica che cercavo di essere cercai di consolarla e di non farla soffrire, anche se non posso dire di essere stata di grande aiuto.
A tavola l’ometto calvo e leccaculo che avevo per padre mi chiese cosa era accaduto a scuola quella mattina, sebbene mamma glielo avesse già spiegato.
Gli dissi cos’era successo, spiegandogli che,non so per quale motivo, ero svenuta durante la lezione (ricordandomi di omettere alcuni particolari, ovviamente!)
Si toccò la pelata e, rivolto a mia madre, disse "Portala dal medico oggi, per controllare la pressione."
Io protestai dicendo che stavo bene e non avevo bisogno del medico, ma lui insisté
"Voglio che la mia bambina stia bene." mi disse sorridendo e dandomi una pacca sulla spalla.
Erano circa le due e mezza del pomeriggio quando mamma mi accompagnò all’ospedale, visto che il nostro medico di fiducia a quell’ora non aveva ancora iniziato il suo turno. Dopo un’inutile fila di circa mezz’ora fu il nostro turno.
Dopo i vari convenevoli il dottor Steward mi fece togliere la felpa e, inforcato lo stetoscopio, controllò i battiti del cuore. Dopo mi mise al braccio quell’aggeggio che mi avevano messo quella stessa mattina a scuola e esaminò la pressione.
"Regolare." disse.
"E’ tutto regolare, solo un leggero calo di pressione forse, può essere stato causato da chissà cosa. Comunque se dovesse ripetersi eseguiremo degli esami più approfonditi."
Uscimmo dallo studio del medico alle tre e mezza, circa. Alle quattro avevo il corso di Karate.
"Ecco il modo migliore per perdere tempo!" commentai scherzando.
"Già,niente male!" rispose mamma allo scherzo,forse un po’ forzatamente.
Quando ricordai a mamma che era l’ora di andare al corso di Karate lei ebbe naturalmente qualcosa da ridire,ma fece meno polemiche di quello che pensavo e acconsentì a portarmi in palestra.
"Non lascerai mica che la tua cara bambina se ne vada in palestra a quest’ora al freddo, vero?!!!"
[ Vai a pagina: 4 » ]
di Cagliostro
|
|
|
|