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Non era la prima volta che ero vittima di simili eventi. Alcune volte mi ero sentita svenire sul pullman mentre andavo a scuola a causa del caldo e del troppo affollamento. Iniziavo a sudare freddo, mi si annebbiava la vista, diventava tutto buio... ma non ho mai perso i sensi. Sono sempre rimasta cosciente. Quella volta invece... ero svenuta, neppure Dany era riuscita a svegliarmi. E poi non era per niente caldo, ed ero seduta al tavolo senza folla intorno. E quel sogno... strano...
Non so perché ma avevo una voglia infinita di rivedere quel ragazzo, quel chitarrista. Il suo sguardo di ghiaccio mi aveva rapita, mi aveva fatto sognare, mi aveva strappato il cuore.
Quando rivelai a Dany queste mie fantasie sorrise.
"Tu sei matta, Evy! Completamente fuori di testa!"
Si probabilmente era così, ero fuori di testa, ma non m’importava. Dany era la mia migliore amica (la mia unica amica, l’unica che considerassi tale), le volevo un bene immenso. Sapevo che scherzava diceva così, avrebbe fatto qualsiasi cosa per accontentarmi, anche girare con me tutti i locali e pub della zona alla ricerca di quel ragazzo.
E così fece!
Non pensavo che avrebbe acconsentito così facilmente, non ebbe niente da ridire, semplicemente appena glielo chiesi acconsentì.
Sapevo, sapevamo tutte e due che non l’avremmo mai trovato, era impossibile trovarlo, poteva essere chissà dove, come mi fece notare Dany, ma non m’importava. Volevo vederlo, fosse anche in capo al mondo.
Girammo tutti i pub che conoscevamo,quella sera, ma niente.,niente da fare. Mi accinsi a che a chiedere se fosse in programma qualche serata degli... come si chiamavano? Leech. Nessuno aveva mai sentito minimamente parlare di quel gruppo.
Tornammo a casa, non c’era altro da fare.
"Che ti aspettavi di trovare, Evy?" mi disse Dany. "Non pensavi di trovarlo davvero?"
"No,ma ci speravo..." fu la mia risposta.
Rientrai in casa, mi chiusi la porta alle spalle. Era l’una e mezzo, qualche ora dopo dovevo alzarmi per andare a scuola.
Avevo una gran voglia di piangere.
Non ero riuscita a trovarlo, il mio angelo!
Angelo?!
Andiamo,Evelyn,che ti è preso? Non lo conosci nemmeno,lui non si ricorderà neanche minimamente di te,lui...non ti avrà nemmeno vista.
Prima di andare a letto avevo ancora una cosa da fare. Accesi il computer, mi collegai alla rete e digitai “Leech”.
Chissà, magari avevano un sito, molti gruppi emergenti ce l’hanno.
Niente! Merda!
Possibile che nessuno li conoscesse, che nessuno ne avesse mai sentito parlare? Possibile si, evidentemente.
Inutile continuare a pensarci sopra, spensi il computer e mi coricai a letto.
Non so dire dove fossi,non ero in grado di riconcentrarmi. Soprattutto non sapevo come c’ero capitata, ma semplicemente c’ero. Nel nero.
Vedevo tutto buio,nessuna luce. L’oscurità più totale. E, cosa più inquietante, il silenzio.
Mi chinai per terra e strusciai una mano per terra (se non potevo vedere almeno volevo cercare di capire dove mi trovavo) sperando che quello che avrei toccato fosse il parquet della mia stanza dove avrei dovuto trovarmi.
Speranza vana.
La mia mano si posò su una specie di terreno appiccicoso, forse terriccio, ma... molto più melmoso. Non riuscii a capire cos’era. Oddio, dov’ero finita? COME c’ero finita?
Alla mia mente fece capolino un’idea inquietante: impossibile, praticamente impossibile che fosse così buio, e poi dopo un po’ i miei occhi avrebbero dovuto abituarsi all’oscurità e avrei dovuto iniziare a distinguere delle figure, invece niente. Quindi la domanda è: e se non fosse tutto buio? Se fosse DENTRO LA MIA TESTA il buio? In altre parole, se fossi diventata cieca?
Era possibile anche quest’eventualità, tutto è possibile quando ti ritrovi sperduta nel chissà dove e non sai come ci sei arrivata (e soprattutto non sai quando finirà).
Comunque scacciai questo pensiero dalla testa. Era meglio non farsi prendere dal panico.
Tentai un piccolo passo, cautamente e... mi accorsi che indossavo gli stivaletti, quelli neri, di pelle. Proprio quelli che avevo quando andai al Terminus con Dany, quando incontrai (Van) quel ragazzo. Eppure mi ero tolta gli stivaletti quella sera stessa e il giorno seguente indossavo un paio di scarpe da tennis. Oddio.
Tentai un altro passo in quella specie di melma viscosa e mi bloccai di scatto quando scorsi qualcosa davanti a me (vicino, lontano, non lo so,tanta era l’oscurità).
Una luce. Una luce che si ingrandiva sempre di più, lentamente.
Si ingrandiva.
Si avvicinava.
Una luce.
Due luci,erano due,una accanto all’altra.
Allora,grazie a Dio, non ero cieca!
Man mano che si avvicinavano mi sembrò di scorgere una testa. Non umana.
Due grosse ali che distendevano nell’aria. Sotto le due luci che erano gli occhi una bocca irta di denti.
Quell’orribile creatura stava venendo verso di me. Un enorme...
Ma no, com’era possibile? Come potevo avere scambiato quello che vedevo in un pipistrello? La figura che stava vendendo verso di me era umana.
Un uomo alto, slanciato, biondi capelli lunghi. Occhi azzurri di ghiaccio...
Lo riconobbi ancor prima che mi fosse abbastanza vicino.
Oddio...
Era lui, quel chitarrista, quel ragazzo che avevo visto,era...Van!
All’improvviso sentii la paura che avevo avuto fino a quel momento sciogliersi,colarmi via dalla pelle come neve al sole. Mi sentii sicura con lui. Il cuore quasi non mi resse.
Quando mi fu abbastanza vicino feci per corrergli incontro, attratta da lui, impazzita per i suoi magnifici occhi azzurri, rapita da quell’alone di magia che lo circondava.
Le gambe mi si bloccarono. Non riuscivo a correre, mi era faticoso anche muovermi. Stavo tremando tutta.
Fu quando lui tese il braccio verso di me e con la mano mi fece segno di avvicinarmi che mi sentii invadere da quello strano potere e, quasi senza accorgermene, corsi da lui, tra le sue braccia, posseduta da lui.
Si,posseduta era la parola giusta.
Mi prese tra le sue braccia,mi strinse forte a sé. Sentii il suo cuore battere.
Era magnifico, non so descrivere quella sensazione, una specie di magia, qualcosa di angelico impossibile da dire.
Come avrei voluto che mi baciasse!
Come se mi avesse letto nel pensiero avvicinò il suo viso al mio, poggiò le sue candide labbra alle mie e si diede al bacio più dolce e sensuale che sia mai esistito. Mi sembrava di vivere un sogno! Quanto avevo sperato che tutto ciò si avverasse,e ora che stavo provando per la seconda volta l’effetto stupendo del suo amore pensavo di crollare, tanta era l’emozione. Oddio!
Non m’importava più com’ero finita lì (e dov’era “lì”), né tantomeno quando ne sarei uscita, c’eravamo solo lui e io!
Mentre mi baciava allungò le braccia fino ad afferrare la mia giacca rossa sulla schiena, fino a saldare le sue dita snelle alla mia carne, fino a tendere tutti i muscoli del suo corpo.
Strinse i pugni sulla mia carne,lacerandomi la giacca,strappandomela di dosso e scoprendomi la schiena nuda. Un brivido mi percorse su tutto il corpo, mi fece accapponare la pelle... ma non era di freddo. Era eccitazione! Eccitazione allo stato puro!
Mentre continuavamo a baciarci gli posai le mani sulle guance con ardore. Strinsi le dita, le chiusi, sentii le unghie che penetravano nella sua carne, il suo sangue caldo che scendeva copioso sulle mie mani...
Van mi carezzò la schiena nuda,palpandomi e lisciandomi con le sue mani. Sentii i calli sulle punte delle dita della mano sinistra. Calli da chitarrista...
Le sue mani armeggiavano dolcemente sulla mia schiena, sganciandomi il reggiseno e gettandolo a terra.
Non avevo mai provato un’emozione simile, niente di più straordinario, niente di più magico! Quel momento non sarebbe finito mai, non DOVEVA finire mai! Era troppo bello!!!
I miei seni che strusciavano sul suo torace scultoreo, le mie labbra a contatto con le sue, le sue dita che si intingevano del suo sangue e le sue mani che mi spogliavano lentamente strappandomi i pantaloni di dosso, lacerandoli senza che io potessi opporre la minima resistenza. E chi voleva resistere?! Non mi sarei opposta per nulla al mondo a quel piacere!
In quel momento i miei sensi non erano al massimo ma potei distinguere perfettamente nel silenzio ancestrale una melodia. Una melodia che conoscevo molto bene...
You’ll take my life but I’ll take your’s too
Allungai le mani e le cinsi sulla sua maglietta senza maniche, quella stessa maglietta che indossava il la sera del concerto al Terminus.
Non so come ma sentivo la stessa atmosfera di quel bacio durante il nostro primo incontro (c’era veramente stato?), era tutto uguale, solo... mille volte ampliato. Non poteva essere vero! Oddio!!!
You’ll fire your musket but I’ll run you through
Le mie mani iniziarono a tirare con tutta la forza che avevo in corpo,le sentivo che strappavano la maglietta di Van, che denudavano la sua schiena come lui aveva fatto con la mia.
Graffiavano...graffiavano il corpo di Van.
Sgorgava sangue, lo sentivo,lo sentivo scorrere sulle mie mani. Le mie braccia ne erano piene. E lui continuava a baciarmi!
So when you’re waiting for the next attack
Staccò le labbra dalle mie e io pregai che quello splendido momento non fosse finito,che non se ne andasse, che non si trasformasse di nuovo in un orrendo pipistrello e volasse via dalla mia vita.
Non so come capii che non era affatto finita.
Mi guardò negli occhi, quegli occhi grandi come il mare,splendenti. Mi venne voglia di baciarlo di nuovo ma, non so per quale motivo (forse intimorita dalla sua figura), mi trattenni.
"Voglio mostrarti una cosa, Evelyn." mi disse. Per la prima volta udii quella voce, così profonda,così penetrante...
You’d better stand there’s no turning back
Io restai immobile mentre lui si strusciava l’indice sulle guance insanguinate, lentamente, e me lo poggiava sulle labbra, come facesse parte di un chissà quale rituale.
"E’ necessario che il mio sangue si mescoli col tuo e il tuo col mio perché possiamo divenire una cosa sola." mi disse ancora.
Non potei fare altro che annuire timorosamente,ancora inconsapevole di ciò che aveva intenzione di fare quel ragazzo.
Come se qualcosa nel mio cervello avesse vagamente intuito il senso di quelle parole portai la lingua in avanti e leccai le gocce di sangue che avevo sulle labbra. Van sembrò compiacersene,ma aveva ben altro in testa.
Era altro ciò che il rituale prevedeva.
Allungò il collo, e, a bocca aperta,portò le labbra sottili e asciutte al mio collo.
Affondò i denti senza fretta, come se il mio sangue fosse più dolce se gustato lentamente.
Sebbene avessi le sue zanne piantate nel collo non provai affatto dolore, né mi provocò fastidio mentre succhiava.
Quando tolse la bocca,non so come trovai il coraggio di guardare la sua opera: il sangue scendeva abbondantemente dai due buchi che aveva aperto sulla mia carne. Mi ha sempre fatto senso la vista del sangue, perfino un semplice taglietto era troppo per me.
Una volta ricordo che da piccola mia madre si sbucciò un dito e io quasi venni per quell’orrore.
Ma stavolta non mi dava affatto fastidio, sebbene quella ferita fosse molto più grande di un taglietto.
"Sai quello che devi fare." disse Van, sempre guardandomi negli occhi.
"Si." risposi con un filo di voce.
Sapevo benissimo quello che dovevo fare e stavolta dovevo essere io a farlo,non lui.
Allungai la mano fino al collo, dove avevo la ferita, intinsi un dito nel sangue e lo posi delicatamente sulle labbra del ragazzo.
"Affinché il nostro sangue si mescoli insieme. Il mio in te e il tuo in me." Con queste parole Van commentò il mio gesto.
Mi baciò ancora e io lo baciai, mi sentii palpeggiare, toccare da lui,da quelle splendide mani, mi sentii il suo splendido corpo addosso, lo sentii entrare... entrare...
Mi sentii... penetrare...
Niente di più bello avevo mai provato prima.
...You’ll take my life but I’ll take yours too
You’ll fire your musket but I’ll run you through
So when you’re waiting for the next attack
You’d better stand there’s no turning back...
"Svegliati Evelyn,o va a finire che farai tardi!!!"
Era la voce della mamma. Come ogni mattina mi buttò giù dal letto chiamandomi con quella sua formula magica che usava da sempre. “Svegliati Evelyn, o va a finire che fai tardi!!!” Come la odiavo!
Non avevo nessuna voglia di andare a scuola quella mattina, mi aspettava il compito di fisica e una bella interrogazione di storia e non avevo studiato per nessuna della due.
Mi alzai controvoglia e andai subito in bagno per cambiarmi e lavarmi la faccia.
Mi accorsi subito di un particolare strano: ero sudata!
Com’era possibile che fossi così sudata? Era dicembre e quello, almeno dalle mie parti, fu un inverno particolarmente rigido.
Trovai conferma a questa mia sensazione quando mi guardai allo specchio e vidi che ero fradicia! Grondavo sudore da ogni buco della mia pelle!
Oddio!
Non ci pensai,non era poi così importante. Mi lavai la faccia, indossai un paio di pantaloni di pelle neri e gli anfibi. Misi una felpa nera con un immagine sul davanti. Raffigurava un capellone con una chitarra in una comica posa da ballerino. La scritta sottostante diceva “AC/DC”
Mia madre definiva “Da maschiaccio” quel tipo di abbigliamento che io chiamavo “da metallaro”.
Discesi le scale per la colazione, la solita tazza di latte con i cereali che mi aspettava sul tavolo.
Mia madre commentò con un semplice sguardo di sdegno il mio abbigliamento.
"Ma quando metterai la testa a posto?" mi chiese.
Risposi con un sospiro. Ormai mi ero talmente abituata alle sue critiche che non ci facevo più caso. Che male c’era ad amare il metal?! Io sono cresciuta ascoltando Iron Maiden, Manowar, Motley Crue e perfino Alice Cooper!
Il metal non è certo musica da demonizzare,lo penso tuttora. Chi l’ha detto che un metallaro non possa essere una persona seria?
Finii la colazione e, presa la solita giacca di pelle ornata di borchie (uno degli indumenti che mia madre sdegnava, insieme a tutto il resto, compresi i cd che ascoltavo spesso) e corsi fuori alla fermata del pullman.
Le sette e quindici. Come sempre ero in ritardo.
Il pullman arrivò quasi subito (evidentemente non ero in ritardo solo io!) e l’autista aprì la portiera borbottando qualcosa di incomprensibile e esalando una nuvoletta di fumo dalla Chesterfield che aveva in bocca in barba all’avviso scritto a caratteri cubitali “VIETATO FUMARE”
Appena salita la solita testa di cazzo di Forrest Gump (si chiamava proprio così,un nome quanto mai adeguato alla persona) mi fece l’occhiolino.
Come lo odiavo! Un giorno o l’altro l’avrei preso a pugni!
Erano mesi che ci provava con me ma io non gli davo la minima soddisfazione. Come si può sopportare uno che si chiama Forrest Gump,alto un metro e una sega con un cesto di capelli mezzo tinti di biondo e con un cervello grande quanto un rametto di salvia?!
Mi andai a sedere in fondo al pullman, da sola. Dany andava in un’altra scuola e non la vedevo mai durante la mattina. Sul pullman non avevo compagnia.
Posai lo zaino accanto a me e mi misi a sedere con le ginocchia poggiate sullo schienale del sedile che avevo davanti. Non potei fare a meno di ripensare al sogno di quella notte,quello in cui facevo l’amore con Van. Chissà che significava... che avevo una voglia incredibile di rivederlo, probabilmente.
Una voglia morbosa!
Eppure sapevo che difficilmente l’avrei rivisto. Magari lui non si ricordava nemmeno di me,sicuramente non mi aveva nemmeno notata. E il suo bacio... avevo immaginato tutto. Ero svenuta e avevo immaginato ogni cosa.
Meglio dimenticare.
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di Cagliostro
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