La valle era una conca d'oro liquido, nella luce del tramonto.
Le alte cime degli alberi color del bronzo ondeggiavano dolcemente, sospinte dalla brezza fresca e profumata di resina e tra le loro fronde antiche il vento s'infrangeva in mille sospiri.
Le antiche cime di pietra s'ergevano a sentinella della valle, accogliendo nella loro ombra azzurrina l'incanto aureo di quel precoce autunno e la città stessa, le alte torri svettanti nel crepuscolo, i palazzi dai tetti di rame rilucente, appariva poco più che un gioiello, nella grandiosità del paesaggio montano, un prezioso gingillo d'oro e smalto racchiuso nel silenzio della valle.
Eppure i suoi ricchi abitanti non facevano che compiacersi dalla grandezza della loro città-giocattolo, della sua ricchezza e magnificenza, ignari del loro essere nulla, nell'immenso incanto che li circondava.
Le creste di pietra degli antichi monti, incoronate d'oro, velate di nebbie cangianti, sovrastavano ogni cosa, indifferenti, immobili, senza memoria né tempo.
E sulla più alta cima, affacciato alla valle e baluginante nella luce dorata, il grande cervo di pietra si stagliava, guardiano millenario e silente, ad assicurarsi che nulla potesse cambiare.
Ma le tre figure ammantellate ritte accanto a lui sembravano essere lì apposta per giurare il contrario.
Il primo cavaliere represse un tremito: il vento sollevò scherzosamente i capelli corvini dal volto pallido e grave, benché fanciullesco. Gli occhi neri d'abisso saettavano a cogliere tutti i particolari del paesaggio circostante, mentre le mani nervose tormentavano l'impugnatura ingioiellata della lunga lancia. Il silenzio lo innervosiva e quell'inutile attesa, di cui non capiva la necessità: perché indugiare oltre, quando era già stato deciso cosa andava fatto? Il suo impeto giovanile, a stento trattenuto, gli gridava di seguire il proprio istinto, di cogliere il primo vento e buttarsi a capofitto in quell'impresa, senza attendere oltre, senza pensare.
Lanciò un'occhiata impaziente al secondo cavaliere, che gli stava al fianco. Il mantello intessuto di porpora e oro si gonfiava intorno alla figura imponente e i barbagli metallici dell'armatura d'oro si confondevano con quelli della grande spada stretta tra le sue mani e con quelli dei capelli luminosi. Gli occhi scrutavano l'orizzonte senza vederlo. Era il più vecchio dei tre, eppure così giovane, nel sembiante e i suoi occhi avevano visto secoli di battaglie, luoghi e tempi ormai scordati dagli uomini. Eppure, ciò che si preparava era nuovo anche per lui. Ma l'esperienza gli diceva di attendere ancora, che il momento non era giunto.
Sorrise, sentendo su di sé lo sguardo del giovane compagno, l'eccitazione e l'animosità che lo riempivano. Non ancora, piccolo, non ancora... Il terzo cavaliere restava all'ombra del grande cervo di pietra, il manto candido che lo avvolgeva come una nuvola, l'armatura argentea che ardeva come una stella sanguinante alla luce del sole morente. Una faretra di cuoio e seta pendeva dalla sua spalla, un arco intarsiato d'avorio ed opali era stretto nella sua mano e tutta la tristezza del mondo si scioglieva in lacrime nei suoi occhi color dell'autunno.
Il vento catturava quei cristalli splendenti, portandoli via e s'impigliava tra i capelli di miele e feriva con la sua gelida carezza il bel volto assorto e triste. Una battaglia si preparava, una dura battaglia, forse l'ultima, come può esserlo ogni battaglia...
Qualunque ne fosse stato l'esito, il dolore ne sarebbe stato il solo vincitore, dolore per i vinti e i vincitori, poiché la sola cosa peggiore di una battaglia persa è una battaglia vinta. Ma cos'altro si poteva fare?... Le sue lacrime silenziose mondavano in anticipo il dolore che sarebbe stato. Questo era il suo ruolo, da sempre, per sempre: piangere tutto il male del mondo, farsene ricettacolo e vittima sacrificale, per purificarlo nella sua sofferenza. Alzò gli occhi incrociando lo sguardo del cavaliere dal manto rosso.
Il momento era giunto Il cavaliere più giovane raccolse la sua lancia e si gettò sulle spalle il mantello nero come la notte. Scendendo nelle segrete di Alexanian si aveva l'impressione di penetrare nel reame delle tenebre. L'oscurità ed il silenzio tessevano una cortina impenetrabile, che si distendeva lungo gli stretti cunicoli che correvano in discesa sotto la bella città dell'est, per miglia e miglia.
Un uomo lasciato a se stesso poteva perdersi facilmente in quel dedalo di corridoi ciechi e pozzi che si aprivano improvvisamente nel pavimento di pietra viva e vagare nel buio fino a che la morte non fosse intervenuta a porre fine al suo peregrinare. A ragione quella di Alexanian era considerata la più terribile prigione dell'Impero e chi vi veniva rinchiuso, anche per una colpa da poco, sapeva di dover temere il peggio.
Coloro che si erano macchiati di crimini lievi venivano rinchiusi in una delle celle ai piani superiori, che erano comunque abbastanza buie, umide e tetre da portare alla pazzia le menti più salde. Ma chi si macchiava di delitti più gravi e veniva destinato alle celle dei livelli inferiori, nei pozzi che scendevano nel cuore stesso della terra, poteva dire addio per sempre alla luce del sole. Il crimine compiuto dal prigioniero che il reverendo diacono Arjuse stava cercando andava al di là di ogni colpa. Di questo lo avevano avvertito le guardie alle porte di Alexanian, quando si era presentato dichiarando il motivo della sua visita e glielo avevano ribadito i reverendi confratelli del tempio di Ozymandias, Signore dell'Ordine, dai quali si era recato per avere ospitalità; infine, glielo ripeteva incessantemente il carceriere gobbo che lo stava conducendo nelle tenebre, all'ultimo livello della prigione, dove il criminale che desiderava vedere languiva in attesa della prossima seduta di tortura. Arjuse si sentiva soffocare.
La consapevolezza delle centinaia di metri di terra sopra di lui, la pietra che gli si stringeva intorno, mentre procedeva sul terreno umido e sdrucciolevole dietro la sua traballante guida, lo rendeva prossimo alla pazzia. E non lo aiutava sapere che, con ogni probabilità, questa sua visita alle prigioni di Alexanian sarebbe stata del tutto vana. Il suo diretto superiore, il patriarca Alvigg del tempio di Ozymandias di Folkenam, era stato avaro di dettagli sulla missione che gli aveva affidato. Si era limitato ad ordinargli di trovare quell'uomo e di portarlo al tempio.
Gli aveva detto anche che la missione aveva a che fare con la devastazione della valle di Shalost di alcuni giorni prima. Come tutti gli Ospitalieri al servizio del Dio dell'Ordine, Arjuse era stato uno dei primi a sapere di quella tragedia: un' intera vallata distrutta, la città che sorgeva nel suo cuore completamente rasa al suolo, l'aspetto stesso del luogo sconvolto, irriconoscibile, come se un cataclisma di proporzioni immani vi si fosse abbattuto.
Ai soccorritori giunti dalla regione vicina, era apparso la visione desolante di un territorio devastato, i boschi ridotti in cenere, le montagne stesse franate. Non un mattone della città era rimasto in piedi, nessun abitante era sopravvissuto, nessun animale scampato.
Di più, alcuni esploratori appartenenti all'ordine avevano dichiarato che strani fatti stavano avendo luogo un po' ovunque nelle regioni orientali dell'Impero: focolai di epidemie che si andavano propagando a velocità inaudita, incendi scaturiti da pietre infuocate cadute dal cielo, terremoti che sconvolgevano il volto della terra, sciami di insetti che devastavano i campi. Era preciso dovere dei chierici di Ozymandias indagare su quegli strani avvenimenti: la stessa chiesa-madre di Cashel, capitale dell'Impero di Windermion, aveva sollecitato gli Ospitalieri di Folkenam a far rapporto al più presto.
Per qualche motivo, il patriarca Alvigg sembrava convinto che solo un uomo potesse aiutare i chierici in quel delicato frangente e aveva mandato senza indugio Arjuse a cercarlo. Ora, Arjuse non era esattamente un esempio di uomo d'azione. Figlio cadetto di una famiglia della piccola nobiltà, era stato avviato alla carriera religiosa dai genitori, che volevano assicurare un futuro anche al figlio minore.
La soluzione era stata soddisfacente per lui, amante degli studi e della vita contemplativa, ed aveva rinunciato senza rimpianto al titolo di cavaliere e alla carriera militare in favore del fratello maggiore Petrus. Tutto era andato per il meglio finché Arjuse aveva vissuto e studiato nel monastero di Folkenam.
Il ragazzo poteva dedicare ai libri tutto il tempo lasciato libero dalle semplici faccende a cui tutti i monaci dovevano adempiere, non da ultima la cura dei malati e l'assistenza ai villaggi vicini. Ma la chiesa di Ozymandias richiedeva ai suoi adepti una ben più fervida partecipazione agli affari secolari. Quando i monaci del monastero di Folkenam erano stati convertiti per volere della chiesa centrale ad Ordine Ospitaliero, Arjuse aveva dovuto dire addio alle lunghe ore di studio nello scriptorium, dove aveva cominciato a dilettarsi nel ricopiare antichi codici, e alle sue coltivazioni nell'orto di piante officinali. Gli Ospitalieri avevano il preciso dovere di viaggiare in lungo e in largo per tutto l'Impero, portando soccorso ovunque la legge di Ozymandias fosse messa in pericolo, proteggendo e aiutando i deboli e i bisognosi, anche combattendo, quando fosse necessario. Così Arjuse era stato costretto, suo malgrado, a lasciare sempre più spesso le tranquille mura del monastero, per recarsi in missione per conto del patriarca.
Il giovane era convinto che questa fosse l'origine di tutti i suoi mali, non da ultimo un'incipiente calvizie, che andava stempiando anzitempo la sua alta fronte. Ma era un chierico, ed era tenuto ad obbedire, e così quando il suo patriarca gli aveva dato ordine di andare alla ricerca di quel misterioso salvatore era partito subito, seppur a malincuore. E ben presto aveva scoperto che il suo uomo era rinchiuso nelle prigioni di Alexanian.
Man mano che procedeva nelle viscere della terra, il giovane diacono si chiedeva con sempre maggior insistenza come potesse essere d'aiuto alla chiesa un criminale che, per la nefandezza della sua colpa, era stato condannato ad un tale supplizio. Il carceriere andava intanto deliziandolo con particolari raccapriccianti sulla notevole resistenza alla tortura del soggetto e quella descrizione, unita al compiacimento con cui era presentata, non faceva che accrescere il malessere del chierico. Infine, il carceriere si fermò davanti ad una porta.
Arjuse non l'aveva neppure vista, tanto la superficie scabrosa e marcescente si confondeva con la parete di pietra del cunicolo. Borbottando e ridacchiando tra sé, il carceriere infilò una grossa chiave in una fessura e la girò, con un grande sferragliamento.
Quando la porta si aprì, una folata di aria viziata investì il chierico e fece tremolare la fiamma della torcia che il carceriere portava in mano. Arjuse credette di svenire, ma si dominò e seguì il gobbo oltre la soglia. La porta era talmente piccola che l'alto diacono fu costretto ad abbassarsi. L'aria all'interno della stanza era ancora più fredda di quella nei cunicoli. Le pareti trasudanti umidità erano coperte di muschio e licheni marcescenti e il pavimento sdrucciolevole era cosparso di rifiuti di varia natura.
L'odore era insopportabile, tanto che il chierico si portò una manica della veste al volto. Il carceriere salutò giovialmente qualcuno nell'ombra, annunciando la visita del chierico, e apostrofandolo con epiteti dei più disgustosi. Arjuse avvertì un movimento, seguito da un rumore di catene trascinate sulla pietra e distinse la figura di un uomo accovacciato a terra.
Vincendo il disgusto pregò il carceriere di lasciarlo solo col prigioniero. Il gobbo non sembrava d'accordo, ma alcune monete dell'Impero lo convinsero. Se ne andò, ridendo e raccomandando al prigioniero di comportarsi bene. Quando la porta si chiuse alle sue spalle, il diacono Arjuse tirò un gran sospiro, preparandosi ad affrontare questa prova, Rivolgendosi alla figura in ombra disse:
"Sono qui per parlare con voi, Chrysale."
Un' ombra furtiva scivolava nella notte, lungo le mura del palazzo reale di Alexanian. Nessuno l'aveva veduto, bianco sotto la luna, silenzioso nel silenzio, rapido come una brezza lieve nei giardini di rose che circondavano l'imponente edificio. Si era fermato solo per un istante, scrutando la notte, prima di arrampicarsi agilmente lungo il muro ricoperto di rampicanti, fino alla balconata. Si era issato oltre la balaustra sostenuta da eleganti colonnine a torciglione e subito la tenebra l'aveva inghiottito, oltre i tendaggi di lino che si gonfiavano nella sera.
Chrysale percorse cautamente il lungo corridoio che conduceva agli appartamenti dei ragazzi. Aveva avuto da un cantastorie di Advena, che aveva dato spettacolo a corte, una mappa approssimativa dell'edificio e pensava di poter dire con una certa sicurezza che quella era la strada giusta.
Era noto che il giovane principe, Lionel di Alexanian, esigeva che tutti i suoi numerosi favoriti vivessero a palazzo e che un'intera ala della corte era riservata ai fanciulli che costituivano il suo seguito. Quando gli era stata offerta quella missione, Chrysale era stato tentato di rifiutare. Aveva sentito parlare di Alexanian, una ricca città posta nelle estreme regioni orientali dell'Impero, e del suo principe-bambino.
Si raccontavano molte storie su di lui, storie inquietanti, di patti demoniaci, sacrifici nefandi, intrighi che avevano provocato la morte o la sparizione di molti membri della famiglia reale, non da ultimo il precedente re, zio di Lionel, e dei suoi figli. La città, benché ricca e florida, godeva di una triste fama nelle terre circostanti e finiva per l'essere tristemente famosa più per la sua terribile prigione e per la sua sanguinaria storia, che per le sue bellezze. Del principe Lionel non si sapeva nulla di preciso. Era apparso dal nulla, poco più che un fanciullo, a reclamare il regno che era stato di suo nonno, l'amatissimo re Venceslao, e. per qualche strana ragione, le fazioni nobili lo avevano accolto e proclamato re. Di lui si diceva che rifiutava di mostrare il proprio volto agli uomini adulti e che si circondava solo di fanciulli. Nessuno sapeva il perché di questa peculiarità: alcuni narravano che fosse a causa di una maledizione scagliata sul giovane in tenera età; altri parlavano di una grave malformazione che rendeva il principe un mostro.
Di fatto, questa era più che la bizzarria di un adolescente capriccioso: chi aveva osato contravvenire alla regola, guardando il principe in volto, era stato punito con la morte. Durante le occasioni ufficiali e nelle rare processioni attraverso la città, Lionel indossava vesti che coprivano interamente la sua persona e maschere dalle fogge bizzarre che celavano il suo volto. Era sempre seguito da un corteo di bambini e giovinetti avvenenti, suoi compagni di gioco e confidenti e cambiava con eccezionale rapidità il proprio favorito.
Tra i ragazzi, ansiosi di compiacerlo e desiderosi di poter occupare il posto d'onore al suo fianco, si scatenavano vere e proprie gare, che spesso si concludevano in modo sanguinoso. D'altra parte, spesso i ragazzi erano condotti a corte contro la loro volontà, rapiti alle loro famiglie e portati ad Alexanian anche da regioni lontane. Era avvenuto così anche al giovane Peleas Alfin-Gainoise, il fanciullo che Chrysale era stato mandato a liberare.
La sua era una famiglia antica, legata da una lontana parentela addirittura con l'imperatore, ma questo non l'aveva risparmiata dall'essere colpita dalle mire del giovane sovrano di Alexanian. Questi aveva veduto Peleas in occasione di una cerimonia solenne tenutasi pochi mesi prima a corte e aveva deciso che il ragazzo doveva essere suo. E quando i suoi genitori, pur dichiarandosi onorati dell'attenzione del sovrano, lo avevano ricondotto a casa, nelle loro terre nell'est, Lionel aveva inviato le sue guardie a prelevarlo.
Chrysale non era convinto dell'utilità del suo intervento. Era evidente che il principe di Alexanian otteneva sempre ciò che voleva, e la famiglia Alfin-Gainoise aveva già dato prova di scarso acume, non prendendo sul serio la minaccia del giovane sovrano. Se anche lui fosse riuscito nella non facile impresa di liberare il giovane Peleas, non sarebbe stato difficile per Lionel riprenderselo e magari compiere una pesante rappresaglia sulla sua famiglia. Ma gli era stato risposto che il ragazzo sarebbe partito immediatamente per Cashel, nel cuore dell'Impero e sarebbe stato posto sotto la protezione di amici influenti. Il signore di Alexanian non avrebbe più potuto nulla su di lui. Chrysale non aveva avuto bisogno di sapere altro: il suo compito era quello di recuperare il ragazzino e al resto avrebbero dovuto pensare i suoi genitori.
Scivolando silenziosamente nei corridoi bui, giunse a quella che gli era stata indicata come la stanza del giovane Peleas. La presenza di due guardie armate alla porta confermarono la sua ipotesi: il principe ci teneva che il suo attuale favorito fosse ben protetto. Il cavaliere si sbarazzò facilmente dei due energumeni: con due colpi ben assestati con l'elsa della sua spada, essi scivolarono a terra, privi di sensi.
Il ragazzo dormiva placidamente, sotto un baldacchino di seta. Chrysale lo svegliò dolcemente, e prevenne la sua paura informandolo sulle ragioni della sua presenza. Gli occhi del ragazzo lo scrutavano spalancati nella penombra, ma si alzò dal letto e lo seguì in silenzio. Scavalcarono i corpi delle due guardie e Chrysale si stava chiedendo se sarebbe stato prudente ripercorrere la strada dell'andata, quando Peleas cominciò a gridare.
Dapprima il cavaliere pensò che il ragazzo avesse individuato un pericolo, ma non era così. Quando cercò di afferrarlo per farlo tacere, il giovane si divincolò furiosamente, gridando ancora più forte. Evidentemente i signori di Gainoise non avevano preso in considerazione il fatto che il loro rampollo non volesse affatto essere salvato... Dal fondo del corridoio si avvicinava un vociare concitato.
Chrysale afferrò con forza il ragazzino e se lo caricò sulle spalle, incurante delle sue proteste e del suo dimenarsi. Se fosse riuscito ad arrivare fino alla terrazza, poteva sperare di farcela. Una porta si aprì al suo passaggio e alcuni visetti spaventati fecero capolino. Il cavaliere non aveva tempo da perdere con loro: i suoi inseguitori erano sempre più vicini.
Si gettò dentro la porta, scostando i ragazzi al suo passaggio e suscitando un coro di strilli e proteste, e attraversò di corsa l'ampia stanza ornata di tende e tappeti, dove altri giovani riposavano.
Oltre una pesante tenda di damasco corse attraverso un'altra grande sala, e poi una più piccola, con le pareti coperte di mosaici smaltati. Il suo carico era ormai troppo stordito per agitarsi e protestava debolmente.
Chrysale pensò che, tutto sommato, poteva farcela. Un'altra tenda gli rivelò un ambiente decorato da piastrelle colorate: dal soffitto pendevano tralci di fiori e foglie, e il centro della stanza era occupato da una grande vasca scavata nel pavimento. Sentendo che i passi alle sue spalle si erano fatti più lontani, Chrysale si concesse una breve pausa, e fece per togliersi dalle spalle Peleas, quando udì una voce.
"Che cosa significa tutto questo?"
Non aveva veduto il giovane, entrando nella stanza: probabilmente era appena uscito dall'acqua, ed era nascosto tra le ceste di fiori che correvano intorno al perimetro della piscina. Ora lo guardava, stringendosi addosso una fluente pezza di seta, ed i suoi occhi d'ambra tradivano una rabbia profonda.
Quando parlò ancora la sua voce tremava di collera.
"Che cosa significa tutto questo?" ripeté. "Chi osa violare le mie stanze a quest'ora?"
"Vostra altezza..." piagnucolò Peleas, riconoscendo la voce del giovane sovrano.
"Quest'uomo mi stava portando via!..."
Le sopracciglia di Lionel di Alexanian si sollevarono nell'alta fronte pallida e le narici del suo naso perfetto vibrarono leggermente. Eppure, nonostante il fiero cipiglio e l'aria minacciosa, Chrysale vedeva solo un bellissimo ragazzo, poco più che un adolescente, inerme nella sua nudità a stento celata, i capelli bagnati che gli si inanellavano sulle spalle come tralci d'oro brunito e gli occhi simili a liquide pozze d'ambra che lo guardavano, brucianti di collera, ma anche velati di paura e umiliazione.
I suoi occhi furono l'ultima cosa che vide, prima che le guardie gli arrivassero addosso. La figura nel buio si mosse appena, facendo tintinnare le catene. Arjuse lo interpretò come un segnale a proseguire.
"Il mio superiore, il patriarca Alvigg del tempio di Ozymandias di Folkenam, mi ha mandato a cercarvi per una ragione della massima importanza".
Il tono del diacono era piatto e asciutto: aveva una gran fretta di terminare la sua ambasciata e uscire da quel pozzo fetido e senz'aria. Nell'oscurità riusciva solo a intravedere la forma chiara di un corpo nudo, accasciato in una posizione innaturale. Quando il prigioniero si mosse di nuovo, il diacono vide che strisciava sul torso, trascinando dietro di sé gambe e braccia. Non ci voleva molta immaginazione per capire che non dovevano essere rimaste molte ossa intere in quel corpo...
Arjuse si sentì stringere lo stomaco: avvicinandosi alla luce, il prigioniero andava rivelando tutta la devastazione cui erano state sottoposte le sue membra, durante le sedute di tortura. In molti punti del suo corpo la pelle era stata asportata, lasciando scoperti i tessuti. Le ustioni percorrevano il petto e le braccia, come disegni grotteschi. Arjuse avrebbe voluto chiudere gli occhi davanti a quella rovina, eppure continuava ad osservare quell'amara parodia di un essere umano, chiedendosi fin dove potesse essersi spinta la crudeltà dei suoi aguzzini.
"In nome del Grande Leone Dorato" mormorò.
"Che cosa vi hanno fatto?..." Un mugolo sommesso gli rispose, dalla tenebra che ancora nascondeva il volto di Chrysale.
Vinto dalla pietà, il diacono allungò una mano, a sfiorare quel corpo che giaceva, come un pupazzo sventrato, davanti a lui. A quel tocco il prigioniero s'irrigidì e rimase immobile. Quando cercò di parlare, Arjuse sentì il gorgoglio del sangue. E poi vide il volto dell'uomo che era stato mandato a cercare, colui che, a detta dei suoi superiori, era destinato a salvare il mondo, e la sua anima gridò, dilaniandogli il petto ed erompendo in un singhiozzo di pena e orrore. Il volto era una maschera di sangue rappreso, così livido e tumefatto da risultare irriconoscibile. Dalle labbra spaccate grondava il sangue fresco che il prigioniero aveva vomitato, nel tentativo di parlare. Arjuse mormorò una silenziosa preghiera al suo dio, per non vacillare.
Laddove avrebbero dovuto esserci gli occhi, due piccoli dischi di metallo luccicante scintillavano appena alla luce della lanterna. Il diacono impiegò un momento per comprendere fino a dove si fosse spinta la crudeltà dei carcerieri, ma poi comprese: gli occhi erano stati strappati, e nelle orbite vuote era stato colato dell'oro fuso... Chrysale, o ciò che di lui restava, si mosse ancora, trascinando le pesanti catene che lo assicuravano al muro; i suoi occhi ciechi scrutavano la tenebra, mentre la bocca si apriva ancora, nel tentativo di parlare. Vincendo il disgusto, Arjuse lo toccò ancora.
"State calmo" disse piano, con la voce che riservava agli ammalati nelle rare occasioni in cui aveva avuto a che fare con essi. "Non vi farò del male..."
Per quanto fosse impossibile, gli parve che Chrysale gli sorridesse.
"Troverò il modo di farvi uscire da qui." proseguì il chierico. "Non importa quanto grave sia la colpa di cui vi siete macchiato, non permetterò che questa barbarie prosegua..."
Arjuse era inferocito, benché non fosse facile nemmeno per lui indirizzare la propria collera. Era indignato con chi aveva permesso quello scempio. Era in collera col suo patriarca, che lo aveva mandato a portare a termine una missione impossibile. Era inferocito con se stesso, perché non aveva idea di come avrebbe fatto a tirare fuori di lì quello sventurato. Fu Chrysale a richiamarlo alla realtà.
La voce gli uscì a stento dalla bocca tumefatta, insieme a un fiotto di sangue: "Non preoccupatevi, reverendo figlio. Andrà tutto bene..."
Arjuse lo guardò incredulo e questa volta fu certo che Chrysale gli stava sorridendo. La sera si distendeva placida sulla città di Alexanian. Apparentemente era una sera come tante altre, tiepida di primavera, il cielo velato dalla pallida foschia del crepuscolo, le luci che si andavano accendendo ovunque, per le belle strade lastricate di pietra rossa, nelle case dalle alte finestre chiuse da vetri colorati. Eppure, a chi si attardava per le strade, rientrando nella propria abitazione, o dirigendosi verso una delle tante locande per trascorrere la serata, non poteva sfuggire la strana elettricità che permeava l'aria, né l'aspetto insolito del cielo, a est. Il blu intenso lasciava improvvisamente il posto ad una massa filamentosa di nubi nere e purpuree, illuminate occasionalmente da lampi scarlatti.
Quella massa pulsante si andava espandendo rapidamente, rotolando nel cielo, allungando i suoi tentacoli di tenebra, quasi si fosse trattato di una creatura viva e mostruosa. Si diceva che oltre le colline stavano accadendo terribili prodigi. Quel giorno al mercato circolava la notizia che il bestiame si era trasformato in pietra nelle regioni di Aix, e che sul Protettorato di Einstur, a sole ottanta miglia da Alexanian, quel mattino era piovuto sangue e che a Gwynore una donna aveva dato alla luce un bambino che brandiva una spada di fuoco. Erano chiacchiere alle quali si cercava di non dare importanza, storie riportate dai viaggiatori per fare sensazione, ma nessuno poteva ignorare quella nube che scavalcava l'orizzonte, viaggiando a tutta velocità verso Alexanian. Dalla finestra dello studio di Lariss, capo della chiesa cittadina di Airelav, anche il diacono Arjuse scrutava con crescente preoccupazione il cielo.
Era esausto. Dopo aver lasciato la prigione, con la promessa a Chrysale di farvi ritorno al più presto, aveva passato tutto il giorno correndo invano a destra e a sinistra, nel tentativo di trovare un modo per rimettere in libertà il cavaliere. A spingerlo a ciò era da una parte la profonda pena provata per lo sfortunato prigioniero, dall'altra la consapevolezza di dover comunque portare a termine la propria missione, per quanto non fosse possibile illudersi che Chrysale, nelle sue attuali condizioni, potesse essere di qualche utilità alla causa della chiesa. Si era recato innanzitutto presso il monastero di Ozymandias, dove alloggiava. I patriarca locale non gli era stato di nessun aiuto: il loro era un piccolo insediamento, poche decine di chierici e non avevano una grande influenza in città. Ma gli era stata assicurata tutta l'assistenza di cui poteva aver bisogno. In secondo luogo aveva tentato di farsi ricevere a corte. Sapeva in partenza quanto futile fosse quel tentativo, senza le credenziali necessarie, ma voleva a tutti i costi scoprire per quale colpa nefanda Chrysale era stato rinchiuso. Le sue insistenze erano state vane.
Da alcuni giorni tutte le udienze erano state sospese, perché il principe Lionel era indisposto. Quando aveva insistito, dichiarando l'importanza della propria missione, era stato allontanato in un modo che non ammetteva repliche.
La chiesa di Airelav, signora della Bene, era una delle più influenti, in città. Arjuse contava sui buoni rapporti tra i chierici di Ozymandias e quelli di Airelav per poter avere un aiuto. Se anche il patriarca Lariss gli avesse chiuso la porta in faccia, non avrebbe davvero saputo cosa fare. La porta dello studio si aprì lentamente e il diacono si voltò per salutare il capo della chiesa di Airelav. Le parole di saluto gli morirono sulle labbra. Nel vano della porta si era materializzata una donna di inaudita bellezza. Il suo volto era così delicato da risultare commovente, liscio e luminoso come una miniatura, roseo come un petalo; grandi occhi blu lo illuminavano, occhi infantili, infinitamente innocenti, tersi come un mattino. Arjuse scoprì di non riuscire a togliere gli occhi di dosso all'affascinante visione, né di poter profferir parola. Quando realizzò che gli occhi della fanciulla lo stavano fissando con divertimento e curiosità, sentì il rossore salirgli fino all'alta attaccatura dei capelli, e tossicchiò nervosamente.
Poiché la fanciulla indossava la veste bianca e azzurra dei chierici di Airelav, immaginò che si trattasse di una novizia, forse mandata a domandargli se gradisse qualcosa, mentre attendeva il patriarca. Accennò un sorriso alla giovane e un lieve cenno col capo.
"Perdonate se vi ho fatto attendere." disse lei, con una voce sottile e modulata, come quella di un uccellino.
Arjuse pensò di aver capito male. Intanto la fanciulla era entrata nella stanza e stava tirando un cordone di seta attaccato alla parete, sempre sorridendogli. Subito sopraggiunse un'altra chierica.
"Sorella Adele, vi prego di portare del tè e dei dolci per il nostro ospite." ordinò la fanciulla e altra chierica sparì, dopo essersi inchinata.
Arjuse era sconcertato. "Perdonata, mia signora..." mormorò, grattandosi l'alta fronte.
La giovane lo interruppe. "Perdonatemi voi, reverendo padre Arjuse. Sono venuta qui appena ho saputo della vostra presenza..."
"Aspettate un momento. Voi siete Lariss?..."
La chierica lo guardò, gli occhi tersi un po' stupiti, e subito Arjuse si sentì molto stupido. Ma Lariss sorrise, conciliante, invitandolo a sedere alla sua scrivania.
"Non preoccupatevi: sono in molti a restare stupiti nel vedere una persona giovane come me a capo della chiesa di Airelav. Ma vi assicuro che il mio aspetto può essere ingannevole." aggiunse, con uno sguardo birichino.
Arjuse annuì, stupidamente, senza capire cosa intendesse.. Adele tornò, portando un vassoio d'argento sul quale erano disposte una teiera e due tazze di finissima porcellana decorata a motivi floreali ed un piatto pieno di biscotti assortiti dall'aspetto e dal profumo oltremodo invitante. Solo allora Arjuse si ricordò di non aver toccato cibo dal giorno precedente ed il suo stomaco protestò rumorosamente, rinnovando il rossore sulle sue guance. Lariss gli rivolse un altro dei suoi incantevoli sorrisi.
"Forse sorella Adele sarà così gentile da portarci anche dei panini, e magari della frutta...", osservò.
Vinto dall'imbarazzo, Arjuse sospirò, grato. La notte si era ormai distesa su Alexanian, una notte di cobalto avvolgente come velluto, trapunta di stelle acuminate. Arjuse era tornato da poco dalla visita alla Reverenda madre Lariss, e giaceva insonne nella piccola cella che i suoi confratelli di Ozymandias gli avevano dato a disposizione. Era esausto, dopo la giornata trascorsa, eppure i suoi occhi restavano aperti, ad inseguire fantasmi di immagini nel buio.
Il volto angelico e infantile di Lariss si era fatto serio e assorto, mentre lui le esponeva il suo racconto e alla descrizione delle torture inflitte a Chrysale le guance della fanciulla erano impallidite e la sua liscia fronte si era appena aggrottata, ma aveva seguitato ad ascoltarlo, fino alla fine. Quando Arjuse aveva terminato, il silenzio era rimasto sospeso per un momento tra loro, rotto solo dal monotono gocciolio dell'orologio ad acqua e da una lontana litania intonata da qualcuno, da qualche parte nel monastero.
"Il nostro principe è molto turbato e infelice" aveva detto poi Lariss e Arjuse si scoprì irritato: non gli importava nulla dell'indisposizione di quel giovane e crudele tiranno. Ma frenò il suo disappunto.
"Oggi sono stata fatta chiamare a corte." aveva proseguito intanto la chierica.
"I medici di palazzo e il principe stesso hanno molta fiducia nei poteri curativi della nostra Dea, e spesso mi è stato chiesto di lenire le sofferenze di sua Altezza con le mie preghiere."
Arjuse aveva pensato con rabbia che era una vergogna che una reverenda madre di Airelav fosse trattata alla stregua di una curatrice e costretta ad accorrere al capezzale del principe ogni volta che questi si considerasse affetto da chissà quale male immaginario.
"Probabilmente voi biasimate il nostro giovane sovrano" aveva mormorato tristemente Lariss, e Arjuse si era dato dello sciocco, per aver palesato così il proprio stato d'animo.
"So che il comportamento del principe può apparire degno di biasimo" aveva seguitato lei, ignorando le sue proteste.
"In effetti noi vorremmo che egli dimostrasse più saggezza ed indulgenza in certe questioni. E' così giovane, così abituato a vedere soddisfatto ogni suo capriccio, ma vi assicurò che incontrandolo anche una volta soltanto non potreste trovarlo un ragazzo cattivo."
La fronte della chierica si era aggrottata ancora, e Arjuse aveva scoperto che quel volto di fanciulla poteva in effetti apparire inaspettatamente maturo e saggio.
"E' come se in lui ci fosse qualcosa che non sa controllare, un altro se stesso che emerge, di quando in quando, e stravolge completamente la sua persona. E' un giovane viziato e capriccioso, impulsivo e abituato al comando, ma quando impartisce certi ordini, quando il suo giudizio si manifesta con crudeltà disumana, ecco, io credo che non sia la sua voce a parlare, non sia il suo cuore..." Arjuse aveva sospirato.
"Trovo lodevole che voi vogliate difendere a oltranza il vostro sovrano, ma le vostre parole lascerebbero intendere che egli sia posseduto da uno spirito..." aveva concluso, con una punta di sarcasmo.
Allora gli occhi immensi di Lariss si erano posati sui suoi, il blu terso un poco oscurato, come se una nube vi si fosse distesa e la sua voce gli era giunta, come un sussurro impercettibile.
"Non sta a me giudicare l'operato degli uomini, né a voi. Ma io spero che quando gli dei dovranno giudicare l'operato di Lionel di Alexanian si ricordino di quanto possono apparire smarriti i suoi occhi in certi momenti e di come il dolore vibri nella sua voce, come se egli stesso non fosse che uno strumento forgiato nel dolore, destinato a suonare solo una triste melodia."
Arjuse l'aveva guardata, senza sapere come ribattere e subito la chierica si era riscossa dal suo raccoglimento ed era tornata a sorridergli, stancamente. Ancora una volta il suo volto era apparso invecchiare all'improvviso davanti ai suoi occhi.
"Vi aiuterò a far uscire di prigione il cavaliere e farò quanto è in mio potere per guarirlo dalle sue ferite. Non credo alla gravità della sua colpa e non giustifico l'operato del principe. Ma posso assicurarvi che anche Lionel ora sta soffrendo e che la causa della sua sofferenza risiede proprio nell'uomo che voi volete strappare alla morte."
Il diacono non se l'era sentita di interrogarla ancora, sebbene poco o nulla avesse capito del suo discorso. L'aveva lasciata, per far ritorno al tempio di Ozymandias, con la promessa di avere presto notizie. Uscendo dal monastero di Airelav, non aveva potuto fare a meno di notare come anche nel cielo notturno fosse visibile l'oscura minaccia della nube purpurea, i filamenti vorticanti che si allungavano da est come graffi nel cielo stellato. Cosa stava accadendo? Cosa attendeva le genti dell'est? Questo Arjuse non lo sapeva. Ma rigirandosi nel duro letto della sua cella, il suo ultimo pensiero andò all'uomo che languiva nelle gelide segrete di Alexanian, l'uomo i cui occhi erano stati strappati per aver osato contemplare il principe. E improvvisamente parve ad Arjuse che tutto il senso della sua missione consistesse solo nel salvare quell'uomo e quella consapevolezza, ben lungi dal risollevarlo, lo turbò ancora di più.
"Vostra Altezza..."
Oltre i veli fluenti che cadevano dal soffitto in morbide pieghe iridescenti, la figura della chierica appariva come un' ombra cangiante e indistinta e la sua voce pareva giungere velata anch'essa da quella cortina fluttuante. Lionel di Alexanian fu tentato di ignorare quel gentile richiamo: stava già soffrendo così tanto, perché non lo lasciavano semplicemente in pace?... Volse le spalle all'ombra velata, rigirandosi tra i cuscini di seta, chiudendo gli occhi per non vedere e le orecchie per non sentire. Forse così lei se ne sarebbe andata...
"Vostra Altezza, potete udirmi?"
Certo, avrebbe finto di dormire, come faceva spesso, quando non voleva essere disturbato. Eppure sapeva che ingannare la reverenda madre Lariss gli avrebbe procurato un senso di colpa insopportabile. Ma se ascoltarla significava rinnovare la sua sofferenza... Sospirò, per lenire l'angoscia che gli opprimeva il petto. Improvvisamente tutti i veli che circondavano il suo letto, racchiudendolo in un bozzolo diafano ma impenetrabile gli parvero un viluppo soffocante e lottò per liberarsene, per aprirsi un varco. La figura di Lariss acquistò maggior consistenza, ma Lionel lasciò uno strato di veli tra loro, perché lei era pur sempre una donna e perché sapeva che il suo sguardo lo avrebbe fatto sentire in colpa, come spesso accadeva.
Ogni volta che la reverenda madre gli concedeva una visita, il principe aveva sempre l'impressione che fosse per riprenderlo di una sua qualche mancanza. Eppure lei era sempre così gentile, la sua voce soave e carezzevole...
"Vostra Altezza sta meglio oggi?..." mormorò la chierica, muovendosi appena oltre la cortina di veli.
"Non molto, reverenda madre" rispose Lionel, spiando i suoi movimenti.
"Me ne rammarico. C'è qualcosa che non sia ancora stato fatto che possa dare beneficio al nostro giovane signore?" chiese dolcemente Lariss e Lionel giurò che quella voce gentile nascondesse un rimprovero per lui, l'accusa esplicita contro una sua colpa imperdonabile.
Si fece più piccolo e lasciò cadere altri veli tra sé e la chierica.
"Nulla" gemette piano, dalla sua fortezza iridescente.
"Nulla..." ripeté tra sé, ed i suoi occhi corsero al cofanetto finemente lavorato, che giaceva accanto al suo cuscino.
Lariss stava continuando a parlare. Parlava di un chierico venuto da occidente, con una missione da compiere e parlava di un pericolo che minacciava l'est, di una nube portatrice di tristi presagi. Lionel l'ascoltava appena e già le sue dita percorrevano le delicate incisioni del cofanetto, gli intagli squisiti che ne ornavano il coperchio d'ebano e avorio, in delicati arabeschi e tralci floreali. Eppure, per quanto il principe impedisse alle sue orecchie di sentire, non poteva ignorare quella voce dolce, che gli parlava dell'uomo rinchiuso nel cuore delle prigioni di Alexanian, l'uomo dai capelli color del cielo al crepuscolo che stava morendo per sua volontà sotto le fondamenta del palazzo reale. Lionel chiuse ancora gli occhi, scosse la testa, per cancellare quell'immagine, per negarne l'esistenza, ma il suo fantasma tornò, evocato dalla voce della chierica, il suo fantasma avvolto di tenebra, aureolato della luce dei suoi capelli e quegli occhi color del mattino fissi sui suoi, tutti pieni della visione del suo corpo nudo, pieni della sua immagine. Lionel se ne era sentito divorato, come se quell'unico sguardo gli avesse rubato l'ombra, l'anima. Gemette ancora, soffocando un singhiozzo.
"Non vi pare che quell'infelice abbia pagato abbastanza per l'offesa che vi ha recato?" stava dicendo Lariss, e, oh, ancora quel dolce rimprovero, quel biasimo sottile e velenoso come una carezza data con un pugnale!...
"No!", la interruppe lui.
"Non ha pagato abbastanza! Quello che ha osato fare va al di là del perdono!..."
La chierica tacque per un momento e Lionel pregò che se ne andasse, che lo lasciasse finalmente in pace. Voleva restare da solo e riposare, nient'altro che questo: era chiedere troppo?... Gli parve che la chierica avesse lasciato la stanza.
"Reverenda madre?..." sussurrò.
L'ombra di Lariss si mosse appena oltre la cortina di veli.
"Sì, vostra Altezza?"
"Conoscete il nome di quell'uomo?" domandò il principe, timidamente, e subito si vergognò della propria curiosità, e desiderò di non aver mai parlato.
"Il suo nome è Chrysale, mio signore" rispose semplicemente la chierica. "E non sappiamo nulla di lui, se non che potrebbe essere la sola speranza per l'umanità"
"Chrysale..." ripeté tra sé il principe, una volta e un'altra ancora.
Le sue dita corsero ancora al cofanetto abbandonato sul letto, mentre i suoi occhi si perdevano lontani. Se lo avesse lasciato andare, non sarebbe più tornato da lui. Era sempre stato così, anche quando gli era stato promesso il contrario, anche quando si era sentito giurare che non sarebbe mai rimasto solo. Però, se Chrysale avesse avuto una ragione in più per tornare, se Lionel avesse tenuto con sé qualcosa di suo, come pegno, forse questa volta le cose sarebbero andate diversamente. Lionel sorrise appena, un sorriso triste e segreto. La reverenda madre Lariss aveva davvero lasciato la stanza, questa volta, forse credendolo addormentato. L'avrebbe fatta richiamare. Anche lei sarebbe stata orgogliosa di lui, della sua saggezza. Sollevò con reverenza il coperchio del cofanetto intarsiato e il suo sorriso si allargò un poco, nel volto di fanciullo. Sul prezioso letto di seta cremisi splendevano come gemme sanguinanti due occhi color del mattino. La luce del sole si riversava nella stanza, inondando il pavimento d'oro. Infinite particelle di pulviscolo vi danzavano, scintillanti come schegge di cristallo. Dal chiostro salivano le voci gioiose delle novizie ed il profumo dolcissimo del glicine e delle piante medicamentose. Il reverendo diacono Arjuse spinse esitante la porta ed entrò nella stanza luminosa. Quando i suoi occhi corsero al letto e alla figura che vi era seduta, egli credette di aver sbagliato corridoio. Ma la presenza di Lariss, matriarca di Airelav, seduta accanto al letto, che gli sorrideva raggiante, non lasciava spazio al dubbio.
"Per il grande Leone dorato..." mormorò il chierico. "Voi siete Chrysale?..."
Sprofondato nei morbidi guanciali, il cavaliere sorrise. Una semplice camicia bianca gli si apriva sul petto glabro, liscio e privo di ferite. I capelli appena lavati scendevano in morbide onde del colore dell'aurora sul mare, confondendosi con le pieghe delle lenzuola candide. Il volto, illuminato dal sorriso, era di una bellezza sorprendente. Ad Arjuse fece pensare alle statue del tempio di Airelav che aveva visto il giorno innanzi, le grandi statue d'alabastro che raffiguravano gli alati emissari della dea sulla terra.
Chrysale teneva le palpebre abbassate, ma il suo volto era girato verso di lui.
"Dal vostro silenzio posso sperare che il mio miglioramento vi abbia sorpreso favorevolmente." disse gentilmente ed il sorriso di Lariss si allargò. Arjuse si affrettò a parlare, sentendosi molto sciocco.
"Oh... certo, io... Sono felice di vedervi in salute, Chrysale. Non lo credevo possibile..."
"I reverendi figli di Airelav si sono presi cura di me" spiegò semplicemente il cavaliere, indirizzando il suo sorriso alla giovane matriarca.
"E la dea madre mi ha concesso una seconda nascita. Comunque devo soprattutto a voi se mi trovo qui"
Arjuse si schernì, ma era felice di sapere che, in un certo senso, Chrysale diceva il vero. Aveva voluto con tutte le sue forze che il cavaliere venisse risparmiato e non solo perché vitale per la sua missione. Eppure anche se non ignorava il potere curativo dei sacerdoti consacrati alla dea del bene, non riusciva a credere ai propri occhi. Quale differenza dal miserabile rifiuto umano che due giorni prima aveva estratto dalla prigione di Alexanian, aiutato da due robusti chierici di Ozymandias, che lo avevano trasportato amorevolmente fino al tempio. Il sole aveva rivelato impietosamente la totale devastazione di quel corpo e il diacono si era sentito stringere il cuore dalla pietà e l'anima dalla rabbia. "Bene, allora potremo partire presto" disse, rendendosi conto che la sua missione poteva ancora essere salvata.
"Se vi sentite di viaggiare, potremo essere a Folkenam entro dopodomani. Il patriarca Alvigg ne sarà felice, e se gli dei lo vorranno, col vostro aiuto potremmo sventare il pericolo..."
Solo allora Arjuse si accorse che qualcosa non andava. Perché Chrysale non apriva gli occhi? La voce del cavaliere lo prevenne.
"Temo di non essere ancora al meglio delle mie forze." mormorò pacatamente.
Il chierico non capiva.
"Bhè, sono sicuro che la reverenda madre potrà finire con calma il suo operato. Un giorno o due di differenza non cambierà le cose", disse, sapendo di mentire.
"Temo che la situazione non sia così facilmente risolvibile" intervenne Lariss, tristemente.
"Non possiamo restituire la vista a Chrysale."
"Che cosa?..."
"Sua altezza ha acconsentito a rilasciarlo, ma non ha voluto restituirci i suoi occhi."
"Ma è la cosa più assurda che abbia mai sentito!", sbottò il diacono, esasperato.
"Cosa se ne fa degli occhi di Chrysale? Che senso ha?..."
Fu il cavaliere a parlare, con molta calma.
"Se ci pensate bene ha senso. Trattenere i miei occhi è l'unica garanzia che il principe può avere."
Arjuse si lasciò cadere su una sedia.
"Garanzia di che cosa, nel nome degli dei?"
Chrysale si volse verso di lui e al diacono parve di percepire l'intensità del suo sguardo cieco.
"La garanzia che io ritorni ad Alexanian a finire di scontare la mia pena."
Si misero in viaggio il giorno seguente. Il cavaliere era ancora debole, ma aveva insistito cordialmente con il diacono per affrettare la partenza. Era necessario che arrivassero al più presto a Folkenam. Durante il viaggio avrebbe riacquistato le forze. Arjuse non se l'era sentita di obbiettare. Era troppo depresso per farlo: con che coraggio si sarebbe presentato al suo patriarca? In un certo senso aveva portato a termine la sua missione, ma la sorte era stata ben ironica con lui. In che modo avrebbe potuto essere utile alla causa del patriarca quel cavaliere cieco, che a stento mascherava il dolore che l'andatura in sella gli procurava, pallido come i suoi capelli color dell'opale?...
Era stata una crudeltà perfino permettergli di partire. Chrysale si dimostrava molto più fiducioso del suo accompagnatore: assiso sul cavallo bianco, godeva della ritrovata libertà, inebriandosi del profumo dell'aria fresca, crogiolandosi nel tepore del sole. Cavalcavano verso ovest, lontani da Alexanian e dai suoi orrori sotterranei, lontani dalla nube purpurea che oscurava l'orizzonte coi suoi filamenti mefitici. Intorno a loro la campagna si distendeva placida e rigogliosa, gli alberi in fiore che ondeggiavano dolcemente nella brezza, i campi verdi di erba nuova che si piegavano come le onde di un mare frusciante.
"Il glicine è in fiore.", osservò Chrysale, mentre passavano sotto un' alta volta di pietra, da cui pendevano in ricchi grappoli i bei fiori dal dolcissimo profumo.
"Non ancora", mentì Arjuse, indispettito da quel buonumore così fuori luogo e subito si pentì.
Il suo dio condannava l'egoismo e non era degno di lui incattivirsi per la serenità del cavaliere solo perché la sua missione sembrava definitivamente pregiudicata. Ma Arjuse non aveva mai detto di essere un buon chierico, né in realtà un uomo dotato di una fede particolarmente fervida... A Folkenam furono accolti dal patriarca Alvigg: nuove notizie erano giunte da nord-est. La Valle di Shalost era stata solo l'inizio. Come un'ondata crescente la distruzione si era abbattuta su un'altra, ampia vallata, lasciando dietro di sé la desolazione e il nulla. E intanto, ovunque a est dell'impero, si andavano moltiplicando prodigi inspiegabili e spaventosi, che seminavano il panico tra la popolazione.
"Hanno cominciato a temere gli stranieri", raccontò loro il vecchio patriarca, nella quiete antica del suo studio di pietra.
"Due giorni fa nel villaggio di Yorgneim, un mercante di passaggio è stato accusato di portare la peste ed è stato impiccato nel centro della piazza. Poi, per timore del contagio, gli abitanti hanno incendiato tutte le case."
"Ma noi dobbiamo arginare questo fenomeno!", intervenne Arjuse.
"Dobbiamo impedire che episodi di questo genere si ripetano. La gente dev'essere tranquillizzata..."
Lo sguardo del patriarca si fissò su di lui ed i suoi occhi grigi e antichi come la pietra lo guardarono intensamente.
"E se vi dicessi che tranquillizzarli significherebbe mentire loro? Se vi dicessi che quello che si sta preparando potrebbe essere la fine di tutto?"
Le sue parole caddero nel silenzio, un silenzio che il diacono si affrettò ad infrangere, quasi a togliere senso a quel cupo presagio.
"Di cosa parlate, vostra eminenza?..."
"Parla dell'inizio della fine", intervenne allora Chrysale, seduto nell'alto scranno di pietra e perduto nel suo buio.
"Parla della fine del mondo, reverendo figlio."
Lo sguardo di Arjuse corse incredulo dal cavaliere al patriarca, in cerca di una smentita che non venne. Alvigg sospirò stancamente.
"Il nostro ospite ha studiato gli antichi testi" disse.
"Quando il Creatore del Tutto lasciò questo mondo ai suoi figli, stanco dei loro dissidi e del loro malcontento, li avvertì che, se lo avesse ritenuto necessario, avrebbe inviato tre suoi messaggeri per porre fine, una volta, per tutte alle discordie, distruggendo l'oggetto delle loro perenni contese"
"Cioè, la terra..." mormorò Arjuse, con un filo di voce.
"I tre messaggeri non sarebbero stati figli del Creatore e tuttavia più degli dei suoi figli, ed avrebbero incarnato l'essenza del genere umano, facendosene ricettacolo ed emblema."
"Sonjan, il Cavaliere d'oro, è la forza che nasce dalla ragione e dalla saggezza", proseguì Chrysale, in sua vece.
"Martan, ammantato di tenebra, è l'istinto e il furore, mentre Fedorian dagli occhi di cristallo è la sensibilità, il cuore."
"E questi tre cavalieri sono venuti qui per distruggerci?!..." gridò Arjuse, sconvolto.
"Che ne è degli dei? Hanno intenzione di stare a guardare? E perché, se loro non sanno trovare un accordo, è l'umanità a doverne pagare le conseguenze?..."
"Calmatevi, figliolo." lo rimproverò Alvigg, gentilmente, ma fermamente.
"Gli dei non hanno più potere di noi, in questa circostanza. Due mesi fa ho partecipato ad un convegno segreto con tutti i patriarchi delle maggiori chiese di Kassarine, ed il responso è stato unanime: tutti avevano letto nei segni dei loro dei l'approssimarsi di questa calamità."
Arjuse lo guardò, smarrito.
"Volete dire che voi lo sapevate già?..." mormorò, incredulo.
"Due mesi fa già sapevate che quella povera gente, lassù a Shalost, sarebbe morta e non avete fatto nulla?!..."
"Modera la lingua, diacono Arjuse!", tuonò il patriarca, balzando in piedi: nonostante la veneranda età, appariva ancora tanto imponente che il giovane si ritrasse. Chrysale intervenne ancora.
"Non potevano sapere dove avrebbero colpito.", disse, semplicemente.
"La profezia parla di una male oscuro che scaturirà dal cuore della terra e andrà propagandosi fino a divorare ogni cosa, ma non vi sono indicazione che spieghino dove esso avrà inizio, e come." Alvigg annuì, tornando a sedersi.
"Tutto ciò che dice la profezia è che potrebbe esserci una speranza per l'umanità e questa speranza sarà un uomo, un campione del genere umano, che affronterà i tre Cavalieri e li sconfiggerà."
Arjuse taceva, ormai vinto. Spostò appena lo sguardo su Chrysale e la bocca gli si storse in un sorriso amaro.
"E lui sarebbe il nostro campione?" domandò.
"Lui è" rispose severo Alvigg, "la nostra unica speranza."
Percorrevano da due giorni la strada rocciosa che da Orgent s'insinuava tra le montagne. Il paesaggio monotono e brullo non aveva fatto nulla per migliorare l'umore tetro del diacono e il viaggio era proseguito in un silenzio pesante come la polvere che saturava l'aria, rendendo difficile respirare. Arjuse non avrebbe voluto ripartire col cavaliere. L'aveva detto chiaramente: per lui era una follia, un'inutile perdita di tempo. In base a cosa Chrysale era stato designato Campione dell'umanità? Come poteva un semplice uomo, per quanto valente, affrontare e vincere in battaglia tre emissari del Creatore Supremo? Un cavaliere macilento e cieco, per giunta, a malapena capace di tenersi in sella...
Il diacono si era ribellato apertamente al patriarca, costringendo le guardie armate del tempio ad arrestarlo. Nell'isolamento della cella, Arjuse aveva rimuginato a lungo, senza riuscire a trovare una sola ragione per ritrattare su quanto aveva sostenuto. Forse era la sua mancanza di fede a spingerlo a quell'agire sconsiderato, ma davvero non poteva trattenere il proprio sdegno davanti all'assurdità di quell'evento. Il mondo era destinato a finire perché gli dei non sapevano mettersi d'accordo tra loro. Che colpa aveva l'umanità? Ma, certo, il Creatore supremo, nella sua infinita saggezza e lungimiranza, aveva lasciato agli uomini una speranza! L'ultima beffa, il capitolo finale di quel gioco crudele... Perché Chrysale? Nessuno gli aveva risposto. Non gli aveva risposto il patriarca Alvigg, che si era limitato a richiamarlo ai suoi doveri di servo della chiesa. Non gli aveva risposto il cavaliere, per il quale cominciava a provare una sorta di pena. Era stata questa la sola ragione per cui aveva acconsentito ad accompagnarlo, non per le minacce di Alvigg, non per la paura delle punizioni di Ozymandias.
Chrysale che cavalcava al suo fianco, lo sguardo cieco fisso davanti a sé e tutto il peso della salvezza del mondo sulle spalle... Salirono fino a sera la strada tortuosa, e giunsero sul vasto altipiano roccioso che si distendeva fino alle prime propaggini dei monti Peween. La sera scendeva, veli di porpora che fiammeggiavano nel crepuscolo e il cielo nero screziato di viola, a sud-est. La nube di tenebra appariva sempre più grande, un Nulla vorticante che andava distendendosi attraverso il cielo, inghiottendone l'azzurro. Arjuse era felice che Chrysale non potesse vederla. Si accamparono sotto uno sperone di roccia. Il cavaliere aveva l'aria affaticata, anche se non si lamentava. Arjuse cercò di preparargli un giaciglio il più comodo possibile sulla dura roccia. Presto nel cielo di cobalto si accesero a migliaia piccole stelle acuminate come punte di freccia. Il chierico, poco abituato a dormire all'aria aperta, contemplava rapito quello spettacolo.
"Perché tutto questo deve finire?..." mormorò tra sé, ma il cavaliere lo udì, o forse solo indovinò i suoi pensieri.
"Non è ancora detto, reverendo figlio. Sta a noi cercare di impedirlo." Arjuse sospirò. "Ma tu pensi davvero di avere una speranza? Voglio dire, ho sentito parlare del tuo valore, del tuo coraggio, ma francamente..."
Chrysale lo interruppe. "Non tutte le battaglie richiedono valore e coraggio, per essere vinte. Non sempre è la forza a decretare il vincitore. A volte è la sua fede, o il suo amore, a volte perfino la paura! Chi può dire cosa debba prevalere in questo scontro?"
"Ma non ti chiedi perché sei stato scelto?", lo interruppe Arjuse.
Chrysale parve valutare per un momento la domanda, poi sorrise. "Forse non mi hanno scelto" disse. "Forse non c'era nessun altro che lo volesse fare..."
Il diacono scoppiò a ridere, senza potersi trattenere e la risata del cavaliere si unì alla sua, riempiendo la notte silenziosa.
"Ora noi siamo legati" aggiunse Chrysale, riprendendo fiato.
"Tu sarai i miei occhi, quando combatterò e il mio scudo. Mi spiace che tu sia stato trascinato tuo malgrado in tutto questo, ma sono felice di avere te al mio fianco."
Il chierico si era alzato: la sua alta figura, paludata di bianco, si stagliava contro il cielo come una punta rocciosa.
"Anch'io sono felice di essere al tuo fianco" disse, dopo un lungo silenzio. "Non penso di avere la stoffa dell'eroe, ma forse anch'io sono stato scelto perché non c'era nessun altro così folle da imbarcarsi in questa impresa."
E aggiunse, respirando la notte: "Sono proprio curioso di vedere come andrà a finire."
Nel cuore della notte furono svegliati da un vento improvviso. Arjuse si sollevò a sedere, mezzo addormentato. Chrysale era già in piedi, i sensi tesi allo spasimo, immobile nel buio. Anche il chierico non impiegò molto per capire che qualcosa era cambiato, nella notte: l'aria si era fatta pesante come pietra e il vento gelido, scaturito dal nulla, tagliava i loro corpi con sferzate pungenti. Poi, l'oscurità turbinante parve prendere forma e, appollaiato sullo sperone di roccia, simile a un grande uccello nero, si materializzò Martan, il Cavaliere divino. Arjuse strabuzzò gli occhi, inciampando nella propria veste e suscitando un sonoro scoppio di risa del giovane: gli occhi d'onice scintillavano come stelle nere nel pallore del volto fanciullesco, intorno al quale i capelli si gonfiavano come una nube di tenebra. Chrysale aveva già estratto la sua spada d'argento. Martan represse un'esclamazione di gioia.
"E così sei tu quello che devo combattere?" domandò , conoscendo già la risposta.
"Il Campione è qui e si batterà in nome dell'umanità." rispose tranquillo Chrysale.
Arjuse vide il Cavaliere divino gettare indietro la testa e prorompere in un ululato trionfante. Stranamente non sentiva alcuna paura: forse era semplicemente troppo disperato per sentirne ancora. Vide la lunga lancia scaturire dal nulla nella mano di Martan e fece appena in tempo a gridare un avvertimento a Chrysale, prima che la punta acuminata si abbattesse su di lui. Martan si muoveva con rapidità inaudita, facendo roteare la sua arma e muovendosi con grazia felina in una sorta di danza mortale. Chrysale retrocedeva, schivando quei colpi con uguale velocità, aiutato dagli avvertimenti del chierico ma anche, Arjuse ne era certo, dal proprio istinto di guerriero. Ma quanto avrebbe potuto resistere? Già appariva ansante e affaticato, sotto quella girandola di colpi e alcuni graffi si erano aperti, dove la punta della lancia era riuscita a toccarlo e sanguinavano. Il Cavaliere divino, dal canto suo, appariva perfettamente fresco e in forze e sembrava divertirsi un mondo. A un certo punto spiccò un balzo favoloso, lanciandosi in picchiata su Chrysale. Arjuse gridò e il cavaliere piroettò elegantemente di lato, schivando il colpo fatale. Dalle labbra di Martan sfuggì un fischio di ammirazione. Rialzatosi in piedi, rimase immobile per un attimo nella notte e la sua figura prese a risplendere di una liquida luce d'argento. Poi, sotto lo sguardo esterrefatto di Arjuse, Martan parve sdoppiarsi ed un altro cavaliere identico a lui apparve al suo fianco e un altro e un altro ancora. Alla fine, dieci cavaliere neri circondavano Chrysale, tutti facendo roteare le loro lance saettanti, tutti pronti a sferrare il colpo mortale.
"Sono troppi!", gridò al cavaliere, sforzandosi di trovare una via d'uscita.
"Non so cosa fare!..." "Cerca di capire qual è l'originale!", gli gridò di rimando Chrysale. Già, come se fosse facile, gemette tra sé il chierico.
"Non so come riconoscerlo!", gridò ancora.
"Usa l'istinto" gli rispose Chrysale, la voce ormai coperta dal sibilo delle lance vorticanti.
"Usa l'istinto e guidami!"
L'istinto?... Se c'era qualcosa che Arjuse non era mai stato nel corso della sua vita era proprio un tipo istintivo! Si sforzò di concentrarsi su quelle figure spettrali i cui colpi mortali stavano per abbattersi sul cavaliere, e, all'improvviso, seppe cosa doveva fare.
"Alla tua sinistra!" Con un unico movimento felino, Chrysale si girò su se stesso, scagliando la propria spada nella direzione che gli aveva indicato il chierico. Un grido acuto lacerò la notte e Arjuse vide tutte le ombre spettrali dissolversi nel nulla, e il Cavaliere divino, colpito da Chrysale, esplodere in una nuvola di uccelli notturni, che si allontanarono gracchiando nel buio. Il silenzio tornò a distendersi su di loro, avvolgendoli come velluto.
Poi Chrysale parlò: "Abbiamo vinto la nostra prima battaglia" sorrise, in direzione del diacono.
"E tu mi hai salvato la vita, Arjuse, e per la seconda volta."
Il giovane si schernì, ma sapere che, in fondo, era vero, lo riempiva di una segreta esaltazione. Respirò profondamente una, due boccate d'aria fresca. Fu il giorno seguente che s'imbatterono in Sonjan. Camminavano attraverso la scabrosa distesa di rocce e pietrisco, quando il vento si alzò, improvviso e forte, e l'aria cambiò colore, tingendosi di sangue. Arjuse vide l'alta figura del cavaliere sorgere dalla piana pietrosa, ma anche il suo compagno aveva già avvertito la sua presenza. Sonjan li attendeva, le braccia rivestite dalla cotta aurea conserte, il mantello rosso che turbinava nel vento e un'espressione serena e quasi amichevole sul volto. Evidentemente sapeva chi fosse il cavaliere che avanzava versi di lui, sfidando i turbini densi di sabbia purpurea, affiancato dal chierico bianco-vestito. Sollevò una mano coperta da un pesante guanto metallico ed immediatamente il vento cessò e tutto fu silenzio.
"Sei tu il Campione prescelto dall'uomo?". Le sue labbra non si mossero, eppure la sua voce risuonò per ogni dove, limpida e possente come un tocco di campana.
"Il Campione è qui" gli rispose Chrysale. "E si batterà in nome dell'umanità."
Chrysale aveva teso la mano verso di lui, e il chierico si affrettò a porgergli la lunga spada dall'elsa cesellata. Anche Sonjan aveva estratto la propria arma, l'immenso spadone dorato che gettava barbagli di fuoco nell'aria rovente.
"Guida i miei colpi, reverendo figlio" mormorò il cavaliere al suo compagno.
"Farò del mio meglio..." disse lui, di rimando.
"Per ora vai dritto davanti a te finché non gli vai a sbattere contro."
Chrysale si lanciò in avanti, la lama argentea della sua spada che fendeva l'aria sanguinante; quando colpì l'arma di Sonjan, scintille d'oro e d'argento sprizzarono nell'urto. I movimenti del Cavaliere divino erano precisi e misurati: si limitava a parare i colpi, senza spostarsi di un passo dalla sua posizione. La spada di Chrysale saettava rapida e leggera, la voce di Arjuse che ne guidava la traiettoria, con richiami frenetici. Quando fu la volta di Sonjan di attaccare, il chierico avvertì il cavaliere. Il colpo fu parato dalla lama d'argento, ma fu così forte da far vacillare Chrysale. Arjuse temette che sarebbe crollato a terra, ma il cavaliere si limitò ad appoggiare un ginocchio al suolo e poi si rialzò, pronto a continuare la battaglia. Ancora Chrysale attaccò più e più volte e ancora l'altro parò i suoi colpi con facilità. E quando un nuovo fendente di Sonjan si abbatté su di lui, il cavaliere umano fu messo in ginocchio per la seconda volta. Arjuse seguiva lo scontro animatamente, guidando i colpi del compagno. Il Cavaliere divino era talmente forte! Come avrebbe potuto Chrysale resistere a lungo? Finalmente un suo fendente raggiunse l'avversario. Il chierico lanciò un'esclamazione esultante, ma subito la gioia gli morì sul volto. La lama d'argento, pur calata con forza, non aveva neppure scalfito l'armatura aurea di Sonjan.
"Non è possibile!" sbottò, esasperato.
"E' invulnerabile!"
In tutta risposta, Sonjan fece calare nuovamente la sua spada su Chrysale, che questa volta riuscì a deviare solo in parte l'attacco: una larga ferita si aprì sulla sua spalla sinistra, e il sangue prese a grondarne copioso. Chrysale crollò ancora a terra, ma Arjuse fu subito al suo fianco, un braccio intorno al suo petto per sostenerlo, la mano sulla sua mano, ad impugnare la spada.
"Coraggio!", lo incitò. "Proviamo insieme!"
Chrysale annuì, sorridendo appena, e quando si slanciò ancora sul Cavaliere divino, lo fece con tutto il proprio peso e col peso di Arjuse. La spada si conficcò nel petto di Sonjan, aprendovi uno squarcio di luce bianchissima. Il diacono chiuse gli occhi, non prima di aver visto l'ombra di un sorriso scaturire dal volto ieratico del Cavaliere divino. Quando li riaprì, erano soli, sull'altopiano roccioso, il corpo di Chrysale appoggiato al suo, le loro mani ancora avvinghiate sull'elsa ingioiellata della spada.
"Non ce la caviamo male insieme, vero?", commentò allegramente il chierico, nascondendo lo sfinimento.
Il crepuscolo era prossimo e le sue ombre azzurre conferivano all'altopiano l'aspetto di un paesaggio lunare. Le ombre violacee dei monti Peween si profilavano all'orizzonte, ammantati di nebbie cangianti, solo fantasmi di montagne. Chrysale sorrideva, il braccio fasciato e assicurato al petto da un sciarpa, i capelli che si confondevano nella luce crepuscolare. Arjuse era di ottimo umore.
"Non ho mai pensato di essere un uomo d'azione", stava dicendo , allegramente.
"Fin da bambino, sono sempre stato accusato di essere un sedentario, un topo di biblioteca. Non ho mai avuto la minima propensione per le armi, e tanto meno per le avventure!"
Il diacono era davvero euforico. Il fatto che quella 'avventura' avesse come scopo la salvezza del genere umano, passava in secondo piano, rispetto alla novità che essa rappresentava per lui. Non si era mai sentito così vivo come in quegli ultimi giorni, dal suo arrivo ad Alexanian a ora, che camminava attraverso l'altopiano al fianco del suo nuovo amico. Gli sembrava impossibile, ora, ritornare al monastero di Folkenam e ai suoi amati studi, consumando i suoi giorni e le sue notti nello scriptorium, senza avere idea di cosa accadesse nel mondo di fuori. Ora voleva viaggiare, visitare paesi lontani, e conoscere popoli diversi e vari.
"Credi che noi potremmo...intendo, quando avremo portato a termine la missione..." proseguì, rivolto al suo compagno di viaggio.
"Credi che potremmo proseguire insieme? Voglio dire, io non credo che tornerò al mio monastero, vorrei diventare un chierico vagante, magari un missionario e mi farebbe piacere imparare da te... cioè, io non ho mai viaggiato molto..."
"Mi farebbe molto piacere", lo interruppe Chrysale, e aggiunse. "Naturalmente, tutto questo sarà possibile dopo che sarò tornato ad Alexanian."
Arjuse sbiancò. "Che cosa stai dicendo? Hai davvero intenzione di tornar laggiù?"
Chrysale annuì, tranquillamente. "Non ho ancora scontato la mia pena e inoltre il giovane principe si aspetta che io ritorni. Non posso deludere le sue aspettative".
"Tu sei completamente pazzo, e comunque io non ti permetterò... Attento, Chrysale!!"
Accadde tutto in un istante: Arjuse vide la freccia arrivare, troppo rapida perché le sua parole potessero avvertire in tempo il cavaliere. Mentre le pronunciava si slanciò in avanti, a fargli scudo, e la punta d'argento gli trapassò il cuore. Cadde senza un gemito, tra le braccia del cavaliere.
"Arjuse...", mormorò Chrysale, sfiorando con le dita il suo volto già esangue e in quel momento stesso il chierico seppe che avevano vinto anche l'ultima battaglia.
Fedorian, Cavaliere divino, si materializzò davanti a loro, un'ombra d'argento nell'argento del crepuscolo, nel pallido riflesso della luna. Con occhi pieni di tristezza contemplò i due uomini, il chierico che moriva, trafitto dalla sua freccia e il cavaliere che lo cullava piano, sussurrando tra i suoi capelli per tranquillizzarlo. E la tristezza si sciolse in lacrime e il Cavaliere divino svanì, sconfitto, solo un velo di nebbia che si sollevò nella sera.
"Abbiamo vinto..." mormorò Arjuse, con un filo di voce. "Abbiamo salvato il mondo..."
"Sì", rispose dolcemente Chrysale, sfiorandogli i capelli. "Ed è stato solo merito tuo. A volte anche gli dei sbagliano. Il vero campione, alla fine, sei stato tu..."
"E pensare che io non ci volevo venire...", sorrise Arjuse, e i suoi occhi restarono fissi, a contemplare il cielo che si accendeva di stelle.
Chrysale continuò a cullarlo finché la notte non si distese su di loro. Dalla torre più alta del palazzo reale, Lionel di Alexanian scrutava il cielo a est. Non vi era più traccia alcuna della nube nera che, per giorni, aveva minacciato l'esistenza stessa delle regioni orientali, né c'erano più state notizie di eventi straordinari. Invece, fino ad Alexanian era giunta voce dell'eroica impresa compiuta dal reverendo figlio di Ozymandias Arjuse Diarmid, e del cavaliere di nome Chrysale. Nessuno conosceva i particolari della vicenda, ma si raccontava che la sparizione della nube fosse stata merito loro e che il chierico si fosse sacrificato per salvare l'amico e l'umanità intera da un'oscura minaccia. Tutte le chiese avevano deciso di mantenere il più stretto riserbo sull'accaduto. Presto anche la gente comune si sarebbe stancata di parlarne e la distruzione di Shalost e gli eventi straordinari di quei giorni sarebbero stati dimenticati, così come sarebbero stati dimenticati i nomi dei due eroi.
Vagamente stordito dalla bellezza della sera, il principe lasciò vagare lo sguardo sulla sua città, appena velata di nebbia. Le luci andavano accendendosi dietro i vetri colorati dei palazzi e le strade della città vecchia erano rischiarate dal vago tremolio dei lampioni. Anche nel tempio di Airelav, il marmo bianco che riverberava d'argento nella luce della sera, le luci si accendevano dietro le finestre. Lui era laggiù. Uno degli uomini della sua polizia segreta lo aveva avvertito quel giorno stesso e subito dopo era giunta al palazzo la reverenda madre Lariss in persona, per annunciargli che il cavaliere di nome Chrysale era tornato ad Alexanian e attendeva di conoscere il suo destino. Lionel rabbrividì appena, avvolgendosi più strettamente nel mantello di seta. E così era tornato, l'eroe dell'umanità, il salvatore del mondo...
Era tornato da lui, a finire di scontare la sua pena. Un uomo di parola. Lionel avrebbe dovuto essere contento del proprio trionfo e allora cos'era quel peso che gli opprimeva il petto, rendendogli perfino difficile respirare?... Rientrò nelle sue stanze, voltando le spalle alla luna appena sorta. Lariss, reverenda madre di Airelav, sedeva nel suo studio quando le fu annunciata la visita. Dalla finestra della veranda, l'aria fresca della sera entrava nella stanza, sollevando appena le fini tende di mussola bianca. Benché l'ora fosse insolita, non fece obiezioni: il visitatore che era venuto al tempio per parlare con lei non ammetteva rifiuti. Tornò a sedere tranquillamente e non si alzò nemmeno quando la porta si aprì e il principe Lionel, solo e senza seguito, scivolò nella stanza. Indossava una ricca veste blu cobalto tempestata di zaffiri e il volto era coperto da una maschera dello stesso colore. La chierica lo salutò chinando lievemente il capo.
"Vostra altezza, sono onorata di ricevervi."
Lui fece un gesto, come infastidito dai convenevoli.
"Immaginate perché mi trovo qui?", domandò, evitando di guardarla negli occhi.
"Lui è ancora vostro ospite?"
"Immagino vi riferiate a Chrysale..." osservò la fanciulla, tranquillamente.
"Sì, è ancora qui. Volete incontrarlo?"
"No!", si affrettò a rispondere Lionel ed il suo volto s'imporporò, sotto la maschera incrostata di gemme. Si ricompose subito, ergendosi in tutta la sua persona.
"Voglio solo che voi diciate a questo cavaliere che consideriamo scontata la sua pena, e che è libero di andarsene da Alexanian, se lo desidera. Noi non faremo nulla per fermarlo."
Aveva parlato tutto d'un fiato, la voce appena rotta, gli occhi fissi sulla chierica. Lariss sorrise appena, ma non si scompose.
"Sono molto felice che abbiate preso questa decisione, mio signore. E' indice di grande saggezza."
"Lasciate stare.", la interruppe il principe, facendo per andarsene, ma ristette.
"Dimenticavo... Desideriamo che al cavaliere sia restituito ciò che gli appartiene. Confidiamo che in futuro ne faccia un uso migliore."
E così dicendo posò sulla scrivania di Lariss lo scrigno intarsiato d'ebano e avorio. Lei non disse nulla, limitandosi ad annuire. Solo, mentre il giovane stava già per varcare la porta per andarsene, lo richiamò.
"Desiderate che riferisca qualcos'altro a Chrysale, Vostra Altezza?"
Lui si voltò appena, rimase immobile per qualche secondo, poi scosse appena il capo.
"No, nulla..."
La porta si richiuse alle sue spalle. Dalla finestra aperta, Chrysale scivolò nella stanza: era vestito di bianco, in segno di lutto per Arjuse e il suo braccio era ancora fasciato.
"Avete udito?", domandò Lariss.
Le dita di Chrysale scivolarono sullo scrigno che conteneva i suoi occhi.
"Il vostro principe potrebbe diventare un buon re."
"E voi sareste un buon maestro per lui.", commentò la chierica.
"Domani potrete ripartire, se lo desiderate, e coi vostri occhi."
Chrysale si voltò verso la finestra, verso il cielo trapunto di stelle che poteva solo indovinare.
"A Folkenam si celebrano i riti funebri per Arjuse. Avrò bisogno dei miei occhi per vederlo almeno una volta."
"E per piangerlo.", aggiunse Lariss.
Chrysale non rispose.
L'indomani lasciò Alexanian alle prime luci dell'alba. Uscendo dalla città, si volse solo una volta, per guardare verso l'alta torre del palazzo reale.
Da lassù, il principe Lionel lo vide sollevare una mano, forse in segno di saluto, forse solo per ripararsi gli occhi dai primi raggi del sole mattutino.

di Cauchemar