"Sto morendo di caldo!"
Chrysale valutò mentalmente che quella era solo la quarantasettesima volta che il suo compagno di viaggio erompeva in quell'esclamazione lamentosa.
Dalla venticinquesima egli aveva scelto deliberatamente di ignorarlo, perché conosceva abbastanza Loredan da sapere che, se avesse seguitato a dargli retta e a commiserarlo seppur minimamente, il mago si sarebbe adagiato nel suo consueto vittimismo, portandolo all'esasperazione.
Non che fosse facile esasperare Chrysale...
D'altra parte, benché il caldo fosse effettivamente molto intenso, come del resto era stato per tutta quella prima settimana d'estate, era certo di non doversi preoccupare dell'eventualità che il suo compagno stramazzasse a terra da un momento all'altro.
Con un movimento fluido e aggraziato della mano, Loredan aveva nel frattempo fatto comparire dal nulla un fastoso ventaglio di seta color malva, decorato con nastri e piume variopinte e se lo andava sventolando con aria stizzita e depressa sotto il naso.
"Se avessi saputo che mi sarei imbattuto in un clima simile, - riprese a lamentarsi - sarei rimasto ad Aruna".
Chrysale scosse appena le spalle.
"Non ti sarebbe servito a un granché, amico mio. Sembra che l'ondata di calore abbia investito ugualmente tutti i territori a ovest del Mare di Sabbia, per molte miglia. Probabilmente ad Aruna non soffriresti di meno".
"Questo lo dici tu! - lo interruppe il giovane, sbuffando - Per lo meno, potrei godermi il fresco delizioso della mia villa, l'ombra del giardino, la frescura della piscina..." Sospirò, infelice, e prese a sventagliarsi più forte.
Chrysale represse un sorriso. Probabilmente i maghi di Aruna avevano davvero dei metodi efficaci per contrastare quella torrida e precoce estate.
Il cavaliere aveva veduto grandi prodigi aver luogo in quella splendida città, anche se continuava a trovare i suoi abitanti un po' troppo fatui e persi dietro le loro piccole cose.
D'altra parte, quando ogni semplice attività manuale poteva essere sostituita facilmente dalla magia, rimaneva un sacco di tempo da perdere.
Loredan, che apparteneva ad una famiglia di maghi molto in vista, era un prodotto tipico di quell'ambiente, ma Chrysale gli era affezionato, dopotutto, forse perché lo trovava divertente.
Anche il gusto per l'abbigliamento e gli accessori stravaganti del mago riflettevano la moda di Aruna, raffinata e sfarzosa, anche se, a detta di molti, un po' barocca.
Chrysale studiò senza farsi notare l'elegante tenuta da viaggio indossata dal suo amico (il quale non perdeva occasione per lamentarsi di dover viaggiare come uno straccione, per guadagnare in comodità...): una lunga veste color amaranto, coi bordi ornati di passamanerie dorate, scendeva fino alle caviglie, e gli spacchi laterali lasciavano intravedere i leggerissimi e fluenti calzoni di seta azzurro cielo, stretti sopra il piede da cavigliere tintinnanti di sonagli.
Le babbucce di morbido cuoio erano ricamate con fili di seta colorata e decorate con pietrine dure.
Le dita sottili di Loredan erano adorne di anelli preziosi, e boccole d'oro e rubini pendevano dalle sue orecchie, appena celate dai fluenti capelli color mogano.
Chrysale pensò divertito che solo un mago potente come Loredan poteva arrischiarsi a viaggiare con tutta quella chincaglieria addosso, coi tempi che correvano.
I due stavano percorrendo da alcuni giorni la Strada del Sole, pur concedendosi parecchie deviazioni lungo le strade secondarie, alla ricerca dell'ombra dei boschi.
Loredan aveva espresso il suo desiderio di recarsi a Akrish, la città posta sul confine tra le terre occidentali e i territori dominati dai Signori della Sabbia.
L'intenzione del giovane era, almeno ufficialmente, quella di acquistare libri e manufatti per conto del padre, famoso mago e collezionista, ma a Chrysale, che si era offerto di accompagnarlo, non sfuggiva il fatto che in quella stagione il mercato di Akrish si arricchiva delle merci pregiate portate dai nomadi dalle favolose città del deserto, e che in più la stagione mondana era al suo culmine...
Assiso sul suo cavallo bianco, la cui criniera e coda erano intrecciate con nastri e campanelli, Loredan spiumettava distrattamente il suo ventaglio, perduto nei suoi pensieri.
Chrysale lasciò vagare lo sguardo nell'immensità del cielo senza nubi, mentre, tra le fronde bruciate dal sole, nessun uccello osava cantare. Il giorno seguente la temperatura salì ulteriormente.
Loredan era prossimo all'isteria.
Attraversando la campagna, constatarono che molti campi erano bruciati, i raccolti irrimediabilmente perduti. Lo scontento tra la gente era palese, ma nessuno aveva nemmeno la forza di disperarsi, tanto il caldo soffocante fiaccava i corpi e le menti.
I contadini li informarono che i pozzi si stavano prosciugando, e che il fiume Galad, evento unico nella storia di quelle regioni, si stava seccando.
"Questo significa che ad Akrish potrebbe esserci carenza d'acqua." osservò tetramente Chrysale.
"Cosa?! - strillò Loredan, sgranando gli occhi - Questo significa che non potrò fare un bagno decente?"
Chrysale non rispose. Stava pensando che carenza d'acqua a Akrish significava l'impossibilità di ospitare i mercanti per la fiera e i viaggiatori che in quel periodo dell'anno giungevano a frotte nella città al limitare del deserto.
Significava niente giochi d'acqua nei meravigliosi giardini del palazzo, né irrigazione per le piante e i fiori che rendevano la città un'oasi lussureggiante famosa in tutte le terre.
Chrysale stava pensando che, dopotutto, non era normale che facesse così caldo, in quella prima settimana d'estate... La realtà si dimostrò anche peggiore delle loro previsioni.
Non solo Akrish soffriva della mancanza d'acqua, ma l'intera città, e il territorio circostante erano talmente stretti dalla morsa del caldo da risultare invivibili.
Non appena ebbero varcato i giganteschi portali di marmo che immettevano nella città dalla Strada del Re, i due amici si avvidero che essa appariva molto diversa da come avevano avuto modo di vederla nei loro precedenti viaggi.
Le ampie strade lastricate di pietre bianche apparivano quasi deserte, e gli edifici che vi si affacciavano, e dai cui balconi sempre aperti piovevano fiori e cascate di rampicanti, sembravano abbandonati, le imposte serrate, le tende tirate, le piante ritirate, tranne stentorei ramoscelli rinsecchiti.
La luce del sole sul marmo bianco, che costituiva il principale materiale da costruzione della città, risultava abbacinante, tanto da costringere Loredan e Chrysale, oltre ai pochi che si avventuravano in strada, a ripararsi gli occhi dal chiarore.
Naturalmente tutte le fontane erano spente, non solo quelle dei giardini del palazzo, ma tutte le fontane piccole e grandi che abbellivano la città. Poche persone si trascinavano per le vie, la maggior parte delle botteghe erano chiuse, e solo i luoghi di ristoro, dove venivano servite bevande rinfrescanti, apparivano un poco frequentati. In uno di questi locali si fermarono Loredan e Chrysale.
Il giovane mago, ormai troppo stremato anche solo per lamentarsi, si lasciò cadere su una sedia, chiedendo drammaticamente che gli portassero una bevanda fredda alla menta.
Poiché il locale era costruito sotto il livello della strada, l'aria al suo interno era relativamente fresca.
Chrysale decise di scambiare qualche parola col gestore.
"Non avete scelto un bel momento per visitare Akrish" disse l'uomo, scuotendo la testa calva lucida di sudore. "Da dieci giorni l'acqua è razionata, e la gente non è abituata a queste privazioni. C'è molto malcontento."
"Ma i mercanti? - lo interruppe Loredan - La fiera?"
L'uomo scosse il capo: "Mio signore, abbiate pazienza. Chi sarebbe così pazzo da avventurarsi in questa regione, con questo caldo. Noi siamo i primi a lamentarcene: la fiera significa per noi molti guadagni, più che in qualsiasi periodo dell'anno. Ma cosa possiamo fare?" concluse tristemente.
Chrysale era pensieroso.
"Dunque, Akrish è il cuore di quest'ondata di caldo" osservò, quasi tra sé.
"Come dite, signore?" gli chiese gentilmente il locandiere.
Il cavaliere si riscosse. "Intendo, durante il viaggio abbiamo sofferto il caldo, e i viandanti che abbiamo incontrato hanno detto che il fenomeno è diffuso un po' ovunque. Ma mi pare evidente che questa città è il punto di maggior concentrazione. Cosa dicono i viaggiatori che vengono dall'est?"
L'uomo valutò brevemente la domanda.
"I pochi che hanno avuto l'ardire di affrontare il viaggio sostengono che nemmeno nel Mare di Sabbia le temperature sono mai salite così tanto, almeno in questo periodo. Ora che mi ci fate pensare, non siete il primo a notare che il calore aumenta man mano ci si avvicina alla città" concluse l'uomo, come giungendo ad un'illuminazione.
Chrysale lanciò una breve occhiata a Loredan, che stava finendo di sorbire la sua bevanda alla menta. Sentendosi osservato il mago, che apparentemente non aveva seguito una parola del discorso, sgranò gli occhi.
"Non guardare me!" puntualizzò.
Chrysale sospirò, mentre il locandiere si allontanava per andare a servire altri avventori.
"È evidente che c'è qualcosa che non va." insistette il cavaliere.
"Non me ne importa uno di questi!" puntualizzò il mago, estraendo da un cestino posto sul tavolo un fico secco, e sventolandolo sotto il naso dell'amico.
"È evidente che c'è qualcosa che non va, ma scordati di trascinarmi in una delle tue epiche imprese in difesa degli oppressi e dei deboli, con massimo rischio, minima soddisfazione e guadagno inesistente! Senza contare - aggiunse con fare pratico - che se ti metti a ficcanasare in giro, con la tensione che c'è da queste parti, come minimo si mettono in testa che sia stato tu a lanciare una maledizione sulla città."
Chrysale parve colpito: "Dunque credi che qualcuno abbia lanciato una maledizione..."
"Io non l'ho detto! - strillò Loredan, irato. - Non ho idea di che cosa sia successo qui, non m'interessa saperlo, non voglio neanche sentirne parlare.
Voglio solo trovare una locanda decorosa dove poter fare un bagno decente" dichiarò, considerando la faccenda conclusa.
Ma quando scoprì che neppure nella più sontuosa locanda di Akrish era possibile fare un bagno, il giovane mago decise che era il caso di fare qualcosa. Dalla terrazza del Garofano verde, una delle tante, belle locande di Akrish, Chrysale e Loredan si godevano il tramonto.
Godevano per modo di dire... Benché il sole fosse già scomparso dietro l'orizzonte velato di foschia, e il cielo fosse acceso delle più delicate tonalità dell'azzurro e del rosa, il caldo non era diminuito che in minima parte, e la città non poteva ancora trarre un sospiro di sollievo.
Inoltre, non appena le ombre avevano cominciato ad allungarsi, le zanzare si erano fatte sentire, tormentando i due amici, nonostante l'essenza di geranio che bruciava in piccole ciotole di terracotta poste sulla balaustra del terrazzo.
Loredan era al limite della sopportazione: seduto a tavola, piluccava svogliatamente la cena, tra l'altro eccellente, e non dimostrava neanche di apprezzare l'ottimo vino bianco.
"È già caldo" commentò acidamente, quando Chrysale gli chiese se ne gradiva un altro bicchiere. Da tre giorni erano ad Akrish, e non avevano scoperto assolutamente nulla, se non che il malcontento stava effettivamente crescendo, e la gente dava segni sempre più evidenti d'insofferenza.
"Se andiamo avanti di questo passo - interloquì tetro Loredan, scacciando una zanzara che gli ronzava accanto all'orecchio "non tarderanno a pigliare qualcuno e a linciarlo, tanto per sfogare la tensione".
Chrysale condivideva i timori dell'amico.
Aveva già visto degenerare situazioni di quel genere: portata all'esasperazione e dominata dalla paura, la folla poteva divenire estremamente pericolosa, e non era da escludere che qualche poveraccio ci rimettesse la vita.
D'altra parte, l'impresa che i due compagni si erano proposti era tutt'altro che semplice.
Non avevano il minimo elemento da cui partire, e le loro indagini erano state del tutto infruttuose. Le persone che avevano interrogato si erano dimostrate molto diffidenti, a volte apertamente ostili; altre volte, solo troppo istupidite dal caldo per rispondere alle loro domande.
Loredan, la cui diplomazia brillava solo nei salotti aristocratici e negli ambienti nobiliari, aveva dimostrato una scarsissima pazienza, arrivando a dire che già in circostanze normali quella città doveva essere stata abitata da bisonti, che col caldo si erano lessati, degenerando ulteriormente.
"Mi chiedo se non sia il caso di fare una visita al palazzo." mormorò Chrysale. Gli occhi di Loredan si illuminarono.
"Questa è una bella idea, amico mio! Finalmente! Magari quello che la feccia non è stata in grado di dirci potrebbe esserci rivelato in un ambiente più... consono".
Chrysale ridacchiò. "Pensavo semplicemente che se un mago ha scagliato questa maledizione deve trattarsi di uno particolarmente potente, ed è più facile che risieda a corte..."
"Ancora questa storia della maledizione! - sbottò Loredan, esasperato - Ma chi te l'ha messa in testa? Credi davvero che noialtri maghi non abbiamo niente di meglio da fare che andarcene in giro a scagliare maledizioni a destra e a sinistra, e oltretutto così di cattivo gusto come far morire di caldo un'intera regione?"
Gli occhi di Loredan erano così increduli che Chrysale non riuscì a trattenersi dal ridere.
"Non i maghi di Aruna di certo, amico mio - disse, continuando a ridere, -Non i maghi di Aruna.".
Akrish era governata da un monarca, che deteneva pieni poteri. Il palazzo reale era uno degli edifici più splendidi dell'occidente, interamente costruito in marmo bianco, con lunghe teorie di colonne, balconate, terrazze, anche se la vera meraviglia era l'immenso parco che lo circondava, famoso per le sue oltre mille fontane.
Dai cancelli del palazzo si dominava su tutta la grande spianata occupata dall'edificio, e il colpo d'occhio era così grandioso e magnifico da lasciare senza fiato.
"Senza fiato senz'altro - borbottò Loredan, distogliendo gli occhi dalla visione - Ma per il caldo, essenzialmente".
I due compagni si presentarono ai cancelli, chiedendo udienza al re, e questa volta fu la diplomazia di Loredan a sortire il giusto effetto.
Chrysale lo lasciò parlare, finché non dovette intervenire per impedire che il soldato di guardia che lui aveva chiamato "stupido zotico ignorante e volgare" lo arrestasse.
Contro ogni aspettativa, i due furono tuttavia lasciati passare, e, attraversando l'immensa spianata centrale si accinsero a raggiungere l'edificio.
Chrysale contemplò con tristezza quelli che un tempo dovevano essere stati prati rigogliosi e ben curati, ora ridotti a distese d'erba bruciacchiata e secca, mentre i fiori avvizzivano nelle aiuole, e il dolce mormorio delle mille fontane aveva lasciato il posto ad un tetro silenzio.
Loredan sembrava disinteressarsi completamente di quanto lo circondava e solo ad un tratto scoppiò a ridere convulsamente davanti alla statua di un satiro e di una ninfa che, per qualche strana ragione, suscitava la sua ilarità.
Giunti al palazzo, Chrysale prevenne ulteriori iniziative di Loredan, annunciando se stesso e l'amico e la causa della loro visita. Furono condotti attraverso alcune sale magnificamente adornate di stucchi e affreschi, e lungo un corridoio le cui pareti erano intervallate l'una da ampie finestre, l'altra da altrettanto ampi specchi in grandi cornici dorate.
La sala del trono era di una magnificenza inaudita, l'alto soffitto a volte incrociate sorretto da due file di sette colonne a torciglione di marmo bianco, e ampie finestre attraverso le quali la luce del giorno si riversava copiosa sul pavimento lucido e immacolato.
Stendardi multicolore facevano da contrasto con il bianco del marmo.
"Sì, carino." bisbigliò Loredan, per nulla impressionato, almeno all'apparenza. Yovis, sovrano di Akrish, fu molto lieto di accoglierli.
"La vostra fama vi precede, mio signore - disse rivolto a Chrysale, che gli rispose con un inchino ed un sorriso - Inoltre, è un onore per noi ospitare un nobile mago di Aruna. Disponete pure come preferite della nostra ospitalità".
Loredan, che dopo l'accoglienza riservata a Chrysale si era non poco adombrato, apparve visibilmente compiaciuto dal discorso del re.
"L'onore è mio, vostra maestà - rispose, chinando graziosamente il capo - Sono l'umile servo vostro e della vostra incantevole città".
Chrysale pensò con divertimento che, quando voleva, Loredan sapeva essere un ospite adorabile. Oltre a loro, nella sala del trono erano presenti alcuni dignitari, la regina e le figlie del re, che non staccavano gli occhi di dosso dai due avvenenti ospiti.
Re Yovis presentò ai due alcuni dei presenti: spesso doveva fermarsi e sollevare la corona dall'alta fronte stempiata, per asciugare il sudore.
"Sarei felice di presentarvi anche Lavish, il mio mago - disse a un certo punto, rivolto a Loredan. -Ma al momento è impegnato in studi di grande impegno. Mi auguro possiate conoscerlo stasera a cena".
Loredan ringraziò cortesemente per l'esplicito invito, liquidando senza tanti complimenti la faccenda del mago.
"Fremo di aspettativa all'idea di conoscere un fattucchiere da quattro soldi che cava conigli dai cappelli per il piacere di un re sempliciotto e pelato", disse più tardi a Chrysale.
Il re invitò i due giovani a ritirarsi con lui in una saletta privata, per parlare del motivo della loro visita. Mentre sorseggiavano del vino rosato proveniente dalla ghiacciaia del palazzo, il sovrano sfogò con loro la sua preoccupazione per quanto stava accadendo.
"Il popolo è in fermento. Vuole l'acqua. Ma quale acqua posso dare loro? Le falde acquifere del Galaad si stanno asciugando, e perfino qui a palazzo siamo costretti al razionamento".
A Chrysale parve di sentire Loredan gemere, alla prospettiva di dover rinunciare ancora all'agognato bagno.
"Ma non avete nessuna idea sulle ragioni di questa ondata di caldo. Previsioni degli astrologi, qualche calamità naturale..." domandò cortesemente al re.
Egli sospirò, tamponandosi nuovamente la fronte. "Niente di niente. Tutto è cominciato in modo improvviso, tanto da trovarci del tutto impreparati a fronteggiarlo. La tragedia è che siamo solo all'inizio dell'estate, e se dovesse continuare così..." Il re non finì la frase.
Chrysale gli rivolse uno dei suoi famosi sorrisi, facendo rabbrividire Loredan.
"Vostra maestà, è ferma intenzione mia e del mio nobile e valente amico fare tutto quanto è in nostro potere per scoprire le cause di questa calamità, e, se esse non sono cause naturali, per liberare la regione dai suoi effetti devastanti".
Il re ringraziò sentitamente, anche se, nella disperazione in cui versava, perfino l'aiuto del grande Chrysale e di un mago Aruniano gli appariva di poco conforto.
"Vostra maestà, è ferma intenzione mia e del mio nobile amico trovare il modo di ficcarci in un guaio più grosso di noi!... Grazie tante, Chrysale, la tua amicizia è commovente: trascinarmi a morire in un arido deserto... È il mio sogno di sempre!" Chrysale sospirò, sorridendo stancamente.
"Oh, Loredan: il sarcasmo non ti si addice..."
Mollemente sdraiato sul letto del mago, nell'appartamento che re Yovis aveva destinato loro, il cavaliere giocherellava pigramente con un cordoncino di seta che pendeva dai sontuosi veli del baldacchino.
Loredan gli lanciò un'occhiata fulminante, ma frenò la risposta tagliente che gli era salita alle labbra. Attraverso i veli cangianti il viso di Chrysale appariva di una bellezza fuori dal comune, i capelli color del cielo al crepuscolo sparsi sul cuscino, il petto muscoloso e le spalle abbronzate libere dalla camicia. Si sedette imbronciato sul bordo del letto.
"Se tu non fossi così dannatamente bello - tubò - mi sarei già stancato da un pezzo di te e delle tue imprese eroiche".
Chrysale ridacchiò: "È bello sapere che la tua amicizia ha fondamenti così profondi, Loredan..."
Il mago sospirò, quasi scusandosi.
Con un movimento fluido Chrysale si sollevò a sedere tra i cuscini.
"Dobbiamo prepararci per la cena del re".
Il banchetto allestito per i due ospiti si rivelò quasi all'altezza delle aspettative di Loredan.
Sulla terrazza più alta del palazzo, pavimentata da un elaboratissimo mosaico di maiolica, era stato eretto un imponente baldacchino di seta, sostenuto da colonnine ornate di ghirlande e festoni. All'uso dei Signori della Sabbia, le vivande erano poste su stuoie colorate, mentre i commensali sedevano comodamente su grandi cuscini di seta multicolore.
Graziose fanciulle in abiti succinti agitavano lunghi bastoni ornati da piume di struzzo, mentre altrettanto avvenenti giovinetti versavano da bere agli ospiti da grandi anfore di squisita fattura. Loredan, che aveva messo gli occhi su uno dei coppieri, un fanciullo dalla pelle candida e le ciglia seriche, sembrava aver dimenticato il caldo, ed appariva insolitamente rilassato.
Oltre ai due stranieri, partecipavano alla cena solo i famigliari e gli alti dignitari del re. Mentre le mense venivano liberate per lasciar posto ai dolci e alla frutta, un oscuro individuo fece la sua comparsa sulla terrazza.
Chrysale non ebbe bisogno di presentazioni per capire che doveva trattarsi di Lavish, il mago di corte, e re Yovis gliene diede la conferma.
"Caro amico - disse, salutando il nuovo venuto - Finalmente ci fate l'onore di unirvi a noi".
L'uomo era di età indefinita, avvenente, come possono esserlo certi uomini del deserto. La sua pelle abbronzata era quasi priva di rughe, i capelli nerissimi e folti s'inanellavano intorno al collo, confondendosi con le pieghe fluenti della lunga veste di seta nera.
Gli occhi scurissimi, frangiati da lunghe ciglia, si posarono sui commensali, con una distrazione solo apparente.
Chrysale intuì subito la loro forza, e anche Loredan, impegnato ad imboccare con chicchi di melograno il bel coppiere, si mise subito all'erta. Il mago mosse qualche passo verso il baldacchino: la sua andatura era lenta e sinuosa come quella di un serpente, e quando parlò la sua voce risuonò calda e suadente. "Spero vostra maestà potrà perdonare le mie frequenti assenze. Ma come egli ben sa è solo per il bene suo e della nostra bella città che io rifuggo la mondanità".
"Ti comunicò che questo tizio mi sta molto antipatico", bisbigliò Loredan a Chrysale, e subito gli occhi neri del mago furono su di loro.
"Mi era giunta voce dell'arrivo di illustri ospiti"..
Chrysale si alzò a sedere, rivolgendo al mago l'inchino delle genti del deserto, mentre Loredan si limitò a fare un impercettibile cenno col capo.
"Questi valorosi giovani si sono impegnati ad aiutarci", annunciò re Yovis. Le sopracciglia di Lavish si sollevarono appena.
"Meraviglioso - commentò, laconico - Vogliano gli dei che in loro risieda la nostra salvezza. Quanto a me, contate pure sulla mia collaborazione per tutto ciò di cui potrete aver bisogno".
Chrysale lo ringraziò, sorridendo.
"Meraviglioso - lo imitò Loredan, rivolgendogli un sorriso serafico - Sarà stupendo collaborare con voi". Gli occhi del mago si strinsero impercettibilmente.
"Vogliate scusarmi se non mi unisco a voi stasera - disse poi, rivolto al re - Ma non posso sospendere i miei studi".
Fu allora che Chrysale notò il ragazzino.
Camminava vicinissimo al mago, nascosto nell'ombra scura della sua veste, tanto che non era stato visibile fino ad allora.
Senza staccargli gli occhi di dosso, Chrysale diede di gomito a Loredan.
"Che c'è?" gli chiese seccato, e subito ammutolì.
Poteva avere tredici, quattordici anni, snello e slanciato come una canna palustre, ancora bambino, nemmeno adolescente.
La sua pelle era lattea, delicata e luminosa come un petalo, ricoperta da una finissima peluria bionda sulle braccia nude.
Nel volto fanciullesco annegava il blu intenso degli occhi, occhi strani, immensi, insondabili, come antichi laghi.
Una frangia di capelli biondi scendeva a velarne il mistero, e da sotto quella cortina d'oro il ragazzino spiava quello che accadeva intorno a lui.
Ed il suo sguardo era triste e stanco e sperduto, come di qualcuno che avesse dimenticato il proprio nome, e non avesse più la forza di andarlo a cercare. Quando i suoi occhi si posarono su quelli di Chrysale, apparentemente senza vederlo, il cavaliere si sentì come risucchiato in quegli abissi blu, per un attimo incapace perfino di respirare. Ma passò subito.
Lavish s'interpose tra i commensali e lo strano ragazzo.
Chrysale, sollevando lo sguardo, incontrò gli occhi ardenti del mago che lo scrutavano con sospetto. No, era qualcosa di diverso: cupidigia, brama di possesso, un odio profondo a stento trattenuto per chi aveva osato guardare la sua proprietà. Poi il mago gli volse le spalle e lasciò la terrazza, la mano stretta sulla spalla del ragazzino.
Chrysale avvertì lo sguardo di Loredan su di sé.
"Chi è quel giovane che segue Lavish?" domandò al re.
"Oh, è Lemuel, il suo nuovo assistente. Non è da molto a palazzo".
"Visto che roba? - gli bisbigliò Loredan - Certo che mi applicherei anch'io con tanta dedizione agli studi, se fossi assistito da una creatura così affascinante".
Chrysale non rispose, ancora stordito da quel duplice incontro, dallo sguardo smarrito e oscuro del bambino, e da quello furioso e folle del mago.
"Piuttosto - proseguì Loredan, - Non ti pare che faccia più caldo?"
"Non capisco perché hai voluto a tutti i costi far ritorno in quella pidocchiosa locanda!" si lamentò Loredan.
La luna era alta su Akrish, un disco giallo e perfetto, velato da nubi purpuree nel cielo indaco.
Nelle strade deserte, a quell'ora tarda, i passi dei due amici risuonavano appena.
Il mago Aruniano era veramente arrabbiato.
Re Yovis era stato così gentile da offrire loro un intero appartamento a palazzo, dove poter alloggiare come suoi ospiti privilegiati, e Chrysale aveva candidamente declinato l'invito (facendosi portavoce di entrambi, oltretutto!...) dichiarando che preferivano tornare alla loro locanda in città.
"Cominciò a pensare che il caldo ti abbia fatto evaporare il cervello", continuava intanto a lamentarsi il giovane mago.
"Probabilmente - e dico probabilmente, bada - non sarei riuscito comunque a fare un bagno, ma ti rendi conto che abbiamo rinunciato alle lenzuola di seta, ai ventagli di piume, per non parlare di quel delizioso coppiere con le ciglia lunghe..."
La totale indifferenza di Chrysale lo esasperava ancora di più. Neanche gli dava retta!...
"Torniamo indietro - lo implorò, attaccandosi al suo braccio - Siamo ancora in tempo. Fallo per me!..."
"Stt!" Loredan tacque all'istante, lasciando il braccio del cavaliere.
"Che c'è?" sussurrò.
"Continua a camminare, e stammi vicino".
Loredan si guardò intorno furtivamente, ma obbedì.
"Se dici così mi fai paura!"
Erano entrati nel quartiere dei mercanti.
Qui le strade principali si diramavano in un dedalo di stradine, alcune delle quali così piccole da non consentire il passaggio di un carro. La luce della luna riverberava sinistramente sull'acciottolato.
"Stai pronto, Loredan" bisbigliò il cavaliere, e subito si gettò di lato, per scansare il primo, letale colpo.
Loredan lanciò uno strillo, voltandosi a fronteggiare il nemico.
Una lama sibilò vicinissima al suo orecchio, e il mago strillò di nuovo.
Davanti a lui si ergeva una creatura, apparentemente fatta della stessa sostanza della tenebra. Due strisce gialle come la luna scintillavano dove avrebbero dovuto esserci gli occhi, e, al posto delle mani, due lame oscure roteavano minacciose.
Altre cinque figure identiche circondavano Chrysale.
"Scappiamo!" gridò al cavaliere, e rabbrividì, vedendo che l'amico aveva già estratto la lunga spada, e si preparava a combattere.
"Ma sei pazzo?!" gli gridò, e di nuovo una lama saettò vicino al suo viso.
Il mago fece in tempo a ritrarre la testa, ma non abbastanza velocemente da evitare che una ciocca di capelli cadesse sotto l'arma sibilante.
Allora Loredan si arrabbiò davvero. Lampi di luce cominciarono a sfrigolare tra le sue dita, mentre le parole di un incantesimo gli salivano alle labbra. "Come ti permetti, brutto mostro?!" gridò, e il fulmine scaturito dalle sue mani colpì in pieno il suo avversario. Un largo squarcio si aprì nel ventre dell'essere, lasciando intravedere la notte dall'altra parte.
Le fessure gialle si fissarono per un istante negli occhi di Loredan, prima che il secondo fulmine partisse e spazzasse via la testa della creatura.
"Così impari, animale!" ringhiò il mago.
Chrysale non era stato certo con le mani in mano. La sua lama d'argento colpiva, precisa e letale, saettando nella notte, e l'oscurità di cui erano fatte le creature si lacerava ad ogni fendente. Solo per richiudersi subito dopo.
"Non posso fare niente con la mia spada" annunciò Chrysale al suo compagno.
"Benissimo! - gli gridò di rimando Loredan - Hai qualche altra bella notizia da darmi?"
Un altro fulmine andò a segno, eliminando una delle creature.
"Via, lascia fare a me" disse il mago, scansando con malagrazia Chrysale.
"Il modo migliore per avere una cosa fatta bene è fartela da solo" continuò a borbottare, mentre una nuova energia rossa e pulsante si andava raccogliendo intorno a lui. La luce crebbe, concentrandosi nelle sue mani, avvolgendoli entrambi, per poi esplodere contro i loro nemici, con una violenta conflagrazione. La notte tornò ad adagiarsi sulle strade deserte di Akrish. Delle creature d'ombra non vi era più traccia.
"Ricordati di ringraziarmi" ammonì Loredan, sistemandosi la veste.
"Faremo meglio ad andare alla locanda, e di corsa" ribatté Chrysale, afferrandolo per un braccio e tirandoselo dietro.
"Perché. Hai paura che ne arrivino altri?" protestò il mago.
"No - sorrise il cavaliere - Ho paura che i cittadini di Akrish ci prendano per spiriti maligni!"
"Dico, ti rendi conto!" Chrysale aprì le labbra per parlare, per dire qualsiasi cosa che potesse essere di conforto all'amico, ma, in quel momento, i suoi pensieri erano troppo impegnati altrove, per potergli dar retta. Loredan si guardò per l'ennesima volta allo specchio.
"La mia bellezza rovinata... Non avrò più il coraggio di farmi vedere in giro per Aruna... E che cosa dirà mia madre?! Darà la colpa a te, garantito!..."
"Coraggio, amico mio: ci sono disgrazie peggiori" lo consolò Chrysale.
Il mago lo guardò, incredulo.
"Pensaci, sarebbe stato peggio se ti avessero tagliato il naso, invece di una ciocca di capelli"
"Tu la fai facile. Non l'hanno tagliata a te" ribatté Loredan, sconsolato.
"E poi ti assicuro che sei bellissimo anche così". Questa volta Chrysale capì di aver colpito nel segno.
Quando lo guardò, gli occhi del mago erano pieni di stelline luccicanti.
"Dici davvero?..." Chrysale sorrise, convinto.
"Ora, cerchiamo di capire perché quel fetente di Lavish ci ha scatenato addosso quelle creature" aggiunse poi, cambiando discorso.
"Come sei cosi sicuro che siano state inviate da lui?" chiese Loredan, giocherellando distrattamente con i capelli.
"Bhè, di certo non erano esseri normali, e non credo che molti maghi ad Akrish siano in grado di evocarli"
. Il mago Aruniano fece un sorriso di superiorità: evidentemente ad Aruna l'evocazione di creature di tenebra era materia d'insegnamento all'asilo dei maghi...
"Ma perché Lavish ci avrebbe fatti attaccare così apertamente, nel bel mezzo di una via cittadina?" obbiettò.
Chrysale era pensieroso. "Penso che non si sia posto il problema: eliminarci era una priorità assoluta, e non si è soffermato sulle conseguenze di un simile gesto".
"Comportamento molto poco prudente, per uno che ha l'aria di tessere intrighi fin da quando era in culla...", osservò Loredan, pratico.
"Sì, lo penso anch'io. Ma penso anche che Lavish non sia più del tutto padrone delle sue azioni..." Il mago lo guardò, senza capire.
"È qualcosa che ha a che fare con quel ragazzino, Lemuel".
"Oh, andiamo! - lo interruppe Loredan - Come può una creaturina così fiaccare tanto lo spirito di un uomo?!... D'accordo che i misteri dell'alcova sono infiniti..."
"Ti ho mai detto che a volte sei disgustoso?..." s'informò Chrysale, con una smorfia.
"Parlo sul serio, comunque. Quel ragazzino non è quello che sembra. Non so dirti come ne sono così sicuro, ma mi è bastato guardarlo negli occhi una volta per sentirmi catturato da un qualche potere..."
"Oh, non mi dire che ti sei innamorato!" lo interruppe il mago, allegramente.
Chrysale face per rispondergli male, ma si trattenne.
"L'unica cosa che ho avvertito io, dopo l'ingresso di quei due, è stata che il caldo è aumentato ulteriormente, come se ce ne fosse stato bisogno." riprese Loredan, insolitamente serio.
"Dunque, qualunque fosse la vera natura del ragazzo, lui ha voluto farla percepire solo a te. La cosa mi rende immensamente geloso - aggiunse, imbronciato - ma, naturalmente, avrà avuto i suoi motivi. Hai qualche idea?"
Lo sguardo di Chrysale era perduto da qualche parte, oltre la finestra, verso le luci sfavillanti del palazzo.
"Forse voleva che io lo liberassi." disse, semplicemente. Loredan si agitava nel letto, in preda ad un sogno inquietante.
Camminava in una vasta distesa desertica, battuta da un vento rovente che sollevava nugoli di sabbia e bruciava il respiro in gola. Il sole non era neppure visibile, tanto densa era la cappa di umidità che gravava su tutto, ed il caldo era così soffocante da rendere difficile perfino il pensiero. Nel terreno riarso si aprivano larghe crepe, e l'orizzonte appariva come un miraggio tremolante. Il mago era allo stremo: le vesti bagnate di sudore gli rendevano difficile avanzare, e la polvere secca gli ostruiva il naso, lo accecava col suo turbinio.
"Ho sete..." gemette, e subito al suo fianco comparve il giovane coppiere dalle lunghe ciglia, che, con un sorriso, gli porgeva una coppa colma di una bevanda aromatica e fresca.
Loredan afferrò la coppa tra le mani e se la portò alla bocca, bevendo avidamente, e proruppe in una tosse convulsa, quando la sabbia ardente gli scese in gola, soffocandolo. "Loredan!" La voce di Chrysale lo richiamò alla realtà, proprio mentre lottava per un ultimo respiro. Socchiudendo gli occhi nella stanza, illuminata dai raggi di luna che piovevano dalla finestra, Loredan intravide la sagoma dell'amico, seduto sul letto.
Fece per rimettersi a dormire, ma si rese conto che qualcosa non andava.
"Che c'è ancora?...", gemette.
Era come se l'aria della stanza si fosse trasformata in un liquido denso, che rendeva un tormento ogni respiro. Una vaga luminescenza purpurea aleggiava nel piccolo ambiente, come una foschia pulsante e viva. Il calore era insopportabile. Loredan si strappò le lenzuola di dosso, respirando affannosamente. Chrysale lo raggiunse.
"Calmati - gli intimò - Respira lentamente, o morirai soffocato".
Incapace di rispondergli il mago boccheggiò, cercando di seguire il suo consiglio.
"Che cosa succede?..." sussurrò, con un filo di voce.
Come in risposta al suo quesito una sfera di luce accecante si precipitò nella stanza dalla finestra spalancata, costringendo i due amici a ripararsi gli occhi con le mani. Quando spostarono le dita, il bagliore si era in parte affievolito, ma non spento del tutto: un globo di luce riempiva tutta la stanza, come se una stella avesse scelto proprio quel luogo per andare a morire. Nel cuore della luce presero forma tre figure.
Chrysale, con gli occhi lacrimanti, cercò di alzarsi dal letto e di farsi avanti.
"Restate dove siete, mortali!" gli intimò una voce dal globo di luce.
"La luce è troppo forte!"disse il cavaliere, sforzandosi di tenere gli occhi aperti. In tutta risposta, la luminosità del globo parve calare misericordiosamente. Adesso i due amici potevano distinguere le tre figure al suo interno. Si trattava all'apparenza di due adolescenti, un maschio e una femmina, e di un bambino. Tutti e tre apparivano di una bellezza sorprendente, ma quest'ultimo stupì oltre modo il cavaliere per la sua straordinaria somiglianza con Lemuel, l'apprendista di Lavish. Prima che potesse parlare, una delle tre figure avanzò di un passo.
Era un ragazzo di circa vent'anni, benché i suoi capelli pettinati all'indietro fossero grigi come la sabbia. I suoi occhi d'ardesia scintillavano d'ira e disprezzo a stento trattenuti, e tutto il suo viso tradiva una forte avversione per i mortali che gli stavano innanzi.
"E questi chi sono?"domandò Loredan, affiancandosi a Chrysale.
"Tacete, lurida feccia umana!" gridò il ragazzo.
"Cominciamo bene" borbottò il mago.
Chrysale non si scompose: "Perdonate il nostro stupore, mio signore" disse, rivolgendosi al ragazzo.
"In che modo possiamo esservi utili?"
"Perché non gli offri anche qualcosa da bere, intanto che ci sei?" gli sibilò sottovoce Loredan, acido.
"Per darmi soddisfazione - tuonò il giovane, - dovreste estinguervi, voi e la vostra maledetta genia!"
Prima che Loredan potesse farsi avanti per dirgli il fatto suo, la fanciulla mosse un passo verso il giovane, e gli posò una mano sulla spalla.
Anch'ella era bellissima, i lunghi capelli coloro porpora come le nubi di calore sul deserto, unico ornamento al semplice abito grigio che le avvolgeva il corpo sinuoso.
"Frena la tua collera, fratello - la sentirono sussurrare i due compagni - Ricorda cosa ci ha portati qui".
Il giovane si contenne, ma il suo sguardo fisso sui due mortali restava carico d'astio. Fu la fanciulla a parlare ancora: la sua voce era sottile e velata.
"Mortali, il mio nome è Foschia. Questo giovane è mio fratello Afa, e questo bambino è Luce, il nostro fratellino minore".
"Che cosa?!.."berciò Loredan, incredulo, ma Chrysale fu pronto a zittirlo.
"Chrysale è il mio nome, mia signora - disse, inchinandosi profondamente, - E questo giovane è Loredan di Aruna. Cosa possiamo fare per voi?"
Foschia esitò un attimo. Poi, lanciando un'occhiata ai fratelli, parlò ancora: "Abbiamo bisogno di voi per ritrovare il nostro fratellino Calore".
Il bambino sedeva presso la finestra, nei suoi occhi la cicatrice di un sogno strano. Il cielo era una cappa color del piombo sulla città ancora addormentata, e, benché l'alba fosse prossima, non vi era segno del sole nascente. Nubi di calore screziavano l'orizzonte con lingue di fiamma purpuree, e l'aria era già calda e soffocante. Il volto del fanciullo non tradiva nessuna emozione, i suoi occhi guardavano l'orizzonte senza vederlo.
Ed erano immensi abissi blu, quegli occhi, vellutati come la notte sul deserto, antichi come le sabbie ardenti. Dal vano della porta, il mago spiava rapito il suo prezioso gioiello, il suo fanciullo incantato, immobile, senza un respiro, per non turbare quella sublime visione. Ma gli occhi del bambino si volsero su di lui, e lo guardarono, come avevano guardato l'orizzonte, senza tristezza, senza rancore, solo velati d'infinita stanchezza.
Lavish sorrise, avvicinandosi a lui, un sorriso timoroso e adorante, davanti al suo dio personale.
"Mio adorato..." mormorò, e allungo una mano a sfiorare delicatamente la nuca del giovane.
Gli occhi del fanciullo non si staccarono dai suoi, e il mago si sentì ancora una volta risucchiato da quegli abissi senza luogo né tempo, l'infinità immutabile di quel cielo notturno, tanti notti quanti i granelli di sabbia del deserto, tante stelle nate e morte in quello sguardo. Se ne sentì rapito come quel giorno, nel deserto presso le vecchie rovine, quando i suoi occhi avevano incontrato per la prima volta quelli del fanciullo, e lui subito aveva saputo di doverlo avere per sé. Anche allora il giovane lo aveva guardato, senza paura, solo un poco incuriosito.
Era vestito di una semplice tunica color della sabbia, e nella sabbia giocava, tracciando disegni fantastici con un bastone. Il mago gli aveva parlato con gentilezza, la mente volta solo a trovare un modo per farlo suo subito. Infatti, benché ignorasse chi egli fosse, era ben conscio di non trovarsi di fronte ad un fanciullo mortale.
Il bambino gli si era avvicinato, fiducioso, ed allora egli lo aveva cinto con legami invisibili e magici, incantamenti antichi e oscuri appresi nella sua gioventù dai negromanti del Popolo Perduto.
Il fanciullo aveva lottato per resistere, ma non era che un bambino, che si era allontanato troppo dalla sua dimora, contravvenendo all'ordine dei suoi fratelli. Così Lavish l'aveva catturato e condotto con sé ad Akrish. Ma ben presto il carceriere era divenuto il prigioniero.
Benché il potere del mago fosse tale da trattenere il bambino in città, tuttavia egli era caduto preda di una più potente malia, un'ossessione implacabile ed inesauribile che lo teneva incatenato all'oggetto della sua adorazione indissolubilmente. Il fanciullo languiva nella sua prigione magica, come se le sue energie si andassero prosciugando, mentre la torrida estate devastava la regione, ma non meno languiva Lavish, divorato dal suo demone, incapace di mangiare, di dormire, perduto costantemente nella contemplazione del suo prigioniero.
"Tu hai avvinto la mia anima con lacci più potenti di ogni magia - sussurrò il mago al bambino - Non mi chiedo più se sia giusto o sbagliato trattenerti qui. La morte di una regione vale bene l'indicibile amore che ti porto".
La sua voce si tramutò in singhiozzo soffocato: "Perché dunque non mi concedi quello che ti chiedo? Non vedi che sono pronto ad immolare ogni cosa al tuo amore? Guardami! Parlami! Amami!..." gridò, e cadde in ginocchio ai piedi del fanciullo.
Ma subito si riscosse, avvertendo la presenza dei due estranei alle sue spalle. Si voltò inferocito ad affrontarli.
Erano due giovani uomini. Uno indossava una ricca veste blu, e stringeva in pugno una spada di squisita fattura; i suoi capelli baluginavano nella penombra della stanza come un ombra di luna. L'altro portava vesti sontuose e preziosi gioielli, e sui suoi capelli di fiamma danzava morendo la luce delle candele.
Quando parlò la sua voce risuonò piena di scherno: "Guarda te cosa mi tocca vedere..."
Lavish era già scattato in piedi, le mani che tracciavano veloci segni arcani nell'aria, il volto stravolto dall'ira.
"Cani maledetti! - gridò - Non avrete il mio tesoro!"
Dalle sue mani eruttò una fiammata possente, che investì in pieno i due e andò ad incendiare alcuni tendaggi e suppellettili della stanza. Ma quando le fiamme si furono dissolte, il mago vide con rabbia che esse non avevano neppure scalfito i due intrusi. Il sorriso di superiorità di Loredan era più offensivo di qualsiasi insulto. Subito Lavish cominciò a ringhiare un altro incantesimo. Fuori dalla finestra, il cielo si andava accendendo di bagliori scarlatti.
"Odio guastarti il divertimento - intervenì Chrysale, rivolto al suo compagno, che sembrava ben contento di dar battaglia al mago - Ma non potresti far qualcosa per portarci tutti quanti in un luogo dove possiamo scannarci in santa pace, senza rischiare di radere al suolo Akrish?"
Loredan sbuffò per quella richiesta del tutto fuori luogo, ma accontentò il suo amico. Con poche parole pronunciate nella lingua antica, fece scomparire il sontuoso appartamento di Lavish. Ora intorno a loro non vi era che una distesa sconfinata e tetra di terra brulla e riarsa, priva di ogni vegetazione e battuta da raffiche di vento rovente, sulla quale si chiudeva come un pesante sudario un cielo livido screziato di viola.
"In nome degli Antichi Dei, dove ci hai portato?!" gridò Chrysale, per superare il sibilo del vento.
"Hai finito con le domande stupide? - gli gridò di rimando Loredan - Siamo nel Limbo, naturalmente. E ora vuoi lasciarmi fare il mio lavoro?..."
Lavish si era già ripreso dal disorientamento causato dal teletrasporto. Richiamate dalla sua magia, svariate creature di tenebra stavano attaccando i due compagni.
"Con questi cosi devi vedertela tu", tagliò corto Loredan.
"Per me va bene - assentì il cavaliere - Ammesso che l'incantesimo che hai lanciato sulla mia spada serva a qualcosa".
Prima che il mago potesse rispondergli adeguatamente, la prima creatura fu raggiunta da un pesante fendente: subito la spada di Chrysale prese a risplendere di una luce azzurra, e l'essere si dissolse come nebbia alla luce del mattino. Loredan lasciò il compagno alle prese con i mostri, e si rivolse a Lavish. "Adesso a noi due, specie di ciarlatano pervertito", ringhiò. Una sfera di luce schizzò dalle sue mani, andando ad investire il mago.
Lavish fu sbalzato indietro, ma si rialzò subito, cantilenando un nuovo incantesimo. La sabbia prese a turbinare furiosamente intorno a Loredan, intrappolandolo in un vortice rovente. Lavish scoppiò in una risata demoniaca, vedendo il suo avversario scagliato in aria dalla furia del vento, sballottato come una foglia nella tempesta, ma la sua risata morì, quando il suo vortice esplose con un boato, liberando il mago Aruniano. Loredan, malconcio e scarmigliato, lo guardò con odio.
"Adesso mi hai proprio stufato!", sbuffò, sputando fuori la sabbia che lo soffocava.
Un globo violaceo colpì in pieno Lavish, esplodendo ed aprendo un grande cratere dove prima c'era il mago. Quando l'eco dell'esplosione si fu spento, Chrysale, finalmente libero dalle creature di tenebra, si rivolse al suo compagno.
"Non ti sembra di aver esagerato un tantinello?..." osservò. Loredan lo guardò, incredulo.
"Esagerato?! Ma hai visto come mi ha ridotto?!..." strillò, indicando all'amico i propri capelli e la propria veste.
Prima che Chrysale potesse rispondergli, la terra tremò sotto di loro.
"Ma non si può stare in pace un attimo?!" strillò Loredan, esasperato. Dal cratere stava emergendo una creatura d'incubo. Era un gigantesco serpente a sonagli, lungo venti metri, largo come un ippopotamo, il corpo coperto da una corazza di scaglie nere e rosse. Nell'orrenda testa da rettile, era riconoscibile il volto di Lavish.
"Ma che schifo!!..." gemette Loredan, mentre la coda tintinnante del serpente andava frustando l'aria. Chrysale fu svelto ad evitarla, buttandosi di lato. Il mago, impacciato dalle vesti, si scostò per evitare la coda, ma non vide le fauci stillanti veleno del mostro scattare verso di lui. Chrysale lo vide cadere senza un gemito sulla sabbia. Il serpente lanciò un sibilo vittorioso, prima di lanciarsi sul cavaliere. Chrysale saltò ancora, per evitare la coda letale, e la sua spada calò sulla corazza di scaglie, scalfendola. I movimenti del gigantesco rettile erano così veloci che presto il cavaliere si ritrovò senza fiato. Non avrebbe potuto resistere ancora a lungo.
Fu allora che scorse Calore. Non si era accorto che il bambino era stato teletrasportato con loro. Nell'aria atra e violacea la sua figuretta solitaria vibrava come una canna d'argento. I suoi occhi incontrarono quelli del cavaliere, e questa volta Chrysale avvertì chiaramente la muta richiesta d'aiuto celata in quegli abissi blu. Ma quella distrazione gli fu quasi fatale. La coda del serpente si abbatté su di lui, schiacciandolo a terra.
Chrysale sentì le ossa spezzarsi nell'impatto, ma fu svelto a strisciare via da sotto il mostro, prima di essere perduto. Poi, una volta in piedi, spiccò la corsa verso Calore, la spada sollevata, come a colpirlo. Il mostro alle sue spalle lanciò uno strido lacerante, scagliandosi all'inseguimento. Calore guardava il cavaliere avventarsi su di lui, gli occhi fissi in quelli di Chrysale, abissi di fuoco blu che incontravano la placida quiete di un azzurro mattino... A pochi metri dal bambino, il cavaliere compì una rotazione su se stesso. Il mostro, trascinato dal suo slancio, non riuscì a fermarsi in tempo: la spada del cavaliere gli si conficcò nel petto madreperlaceo, squarciandolo. Il serpente crollò a terra con un grido umano, acuto e disperato, e subito il suo corpo, scosso dagli spasmi dell'agonia, prese a rimpicciolirsi e a riacquistare la primitiva forma.
Lavish, mezzo uomo, mezzo serpente, sollevò i suoi occhi di rettile sul bambino immobile, e prese a strisciare verso di lui, trascinando dietro di sé il corpo mostruoso. Allungò una mano coperta di squame, nel tentativo di sfiorarlo un'ultima volta, prima di crollare sulla sabbia. Allora gli occhi di Calore si sciolsero in lacrime, come se la notte stessa piangesse sul deserto insanguinato del Limbo. Libero dall'incantesimo, il fanciullo guardò Chrysale, che si era inginocchiato accanto al corpo senza vita di Loredan. Il cavaliere lo guardò, e riuscì ancora a sorridere, sebbene il suo corpo e la sua anima gridassero di dolore.
Calore gli si accostò, si chinò sul cadavere del mago, e lo bagnò con le sue lacrime.
A Chrysale parve di vedere la scintilla della vita riaccendersi nell'amico, e si rivolse grato al fanciullo. Questi gli cinse le spalle con le braccia sottili, e posò le labbra sulle sue. E Chrysale scivolò grato nell'oblio di una notte vellutata e senza sogni. Dalla terrazza del Garofano verde, Chrysale scrutava le prime ombre della sera distendersi placide su Akrish.
La fiera era al suo culmine: tutte le strade della città sfavillavano di luci brillanti, ed il palazzo reale, in lontananza, scintillava come un gioiello di luce nel cielo indaco. Musica e canti salivano fino alla terrazza, e con essi il profumo stordente dei fiori e delle essenze, e quello più intenso dei cibi cotti venduti dagli ambulanti ad ogni angolo. Al cavaliere sembrava di sentire anche il mormorio diffuso delle fontane del giardino del palazzo, che a mezzanotte avrebbero strabiliato l'intera popolazione con i loro magnifici giochi d'acqua e luce. Non ebbe bisogno di girarsi, per sapere di non essere solo.
"Allora, sei pronto per andare a palazzo?" chiese gentilmente a Loredan.
"Più o meno" sospirò il mago, infelice.
"Non so decidere se indossare il mantello color zafferano o quello cremisi..."
Chrysale sospirò. "In effetti è un bel problema..."
"Tu, piuttosto, datti una mossa! - lo sgridò Loredan - Gradirei fare un altro giro per la fiera, prima di andare a presenziare a questi benedetti giochi. Lo sai che ci vengo solo per te..."
Il cavaliere sogghignò. "Ma certo. E devo supporre che un certo coppiere con le ciglia lunghe non abbia niente a che fare con la tua generosa offerta."
Loredan fece spallucce. "Cosa vuoi mai: la carne è debole..."
"Mai quanto può esserlo lo spirito..." mormorò tra sé il cavaliere.
"Cos'hai da bofonchiare? - lo interrogò acido Loredan - Non sarai geloso?", lo punzecchiò.
Chrysale si volse a guardarlo. Nella sera i suoi capelli splendevano come un'aureola di luce cangiante.
Sorrise. "Sì, da morire..."
Loredan tacque, sconcertato. Chrysale scoppiò a ridere.
"Non ti sembra che faccia quasi freddo, stasera?..." disse.

di Cauchemar