"Allora, io mi calo fino alla finestra e salto nella stanza..."
"Sì, sì, e io ti tengo per i piedi!..."
"Nì!"
"No! Tu entri dal retro, sali le scale e ti apposti davanti alla porta."
"D'accordo: io mi apporto davanti alla posta..."
"Nì!"
"Testa di sterco di ratto! Vuoi starmi a sentire?! Dobbiamo seguire il piano!"
"Perché: dov'è andato?..."
"Ma chi?"
"Il piano!"
"Nì!"
"Allora, io mi calo fino alla finestra..."
"D'accordo, ho capito! Io mi apposto davanti alla porta. Posso travestirmi da topo?..."
"Nì!"
Questa bizzarra conversazione veniva sussurrata da tre altrettanto bizzarre figure, appollaiate, nel cuore della notte, sul tetto della locanda del Pavone Screziato, nella bella città di Nilsann.
Avvolti in larghi mantelli bruni, i tre si confondevano con le ombre, e se il loro sussurro non fosse stato così rumoroso, avrebbero anche potuto passare inosservati, soprattutto a quell'ora di notte, e in una città come quella.
I divertimenti e gli svaghi che la vita notturna offriva a chi passasse per Nilsann, non lasciavano molto tempo per curarsi di chi tramava nell'ombra.
La luna illuminava i volti pallidi dei tre, e i loro occhi, nel nero delle mascherine dipinte, risaltavano luminosi. Quello che aveva parlato per primo si lasciò scivolare lentamente verso il limitare del tetto: i suoi capelli risplendevano come platino nell'argento della luna, quando cominciò a calarsi agilmente lungo il muro.
L'altra figura sgattaiolò nella direzione opposta, e sparì, inghiottito da un abbaino aperto.
Rimase l'ultima figura, avvolta nell'ampio mantello scuro, che le pendeva informe addosso.
I grandi occhi sgranati indugiarono per un po' verso la direzione in cui era sparito il primo compagno, poi verso l'abbaino aperto.
"Nì...", sospirò poi, guardando la luna.
La stanza era immersa nell'oscurità. La figura ammantata scivolò silenziosa attraverso la finestra socchiusa, acquattandosi subito sul pavimento ligneo.
Attraverso le assi odorose, giungevano attutiti i rumori della locanda sottostante, le risate e i canti degli avventori, il cozzare delle terraglie.
Ma nella stanza tutto taceva e nessuno occupava il letto, le cui lenzuola candide baluginavano alla luce della luna.
Il visitatore notturno ringhiò una bestemmia, dal suo rifugio di ombre.
Possibile che non fosse ancora rientrato? Eppure lo avevano visto coi loro occhi lasciare la sala comune in compagnia della fanciulla e salire le scale.
Non era difficile immaginare quali fossero le loro intenzioni... Avvertì un rumore dietro la porta e si appiattì ancora di più, diventando un tutt'uno col pavimento in ombra.
Neppure i suoi capelli di platino, celati dalle pieghe del mantello, potevano tradirlo.
Si udì un fruscio, poi la maniglia si mosse e la porta si aprì.
Nel vano apparve un'ombra, appena visibile nel corridoio fiocamente illuminato, che scivolò subito all'interno, chiudendo il battente dietro di sé.
Trattenendo il respiro, lo sconosciuto sul pavimento osservò il nuovo venuto muoversi incerto nel buio, probabilmente cercando qualcosa per far luce.
Poi, seguendo l'ispirazione di un momento, balzò in piedi e gli saltò addosso. Colto di sorpresa, l'altro soffocò un'esclamazione e cercò di difendersi dall'attacco improvviso. La porta si spalancò di colpo e la luce di una lanterna si riversò all'interno della stanza.
"Buonasera..." Sul pavimento, i due lottatori si interruppero all'istante.
"Aguja?!"
"Nebraja?!", esclamarono quasi all'unisono e si staccarono.
"Stupido scemo cervello d'asino!", gridò quello con i capelli di platino, elargendo un pizzicotto al compagno.
"Ti avevo detto di aspettare il segnale!"
"Io l'ho aspettato! - protestò l'altro, non meno infuriato - ma tu ti sei dimenticato di dirmi quale fosse e appena io ho sentito un rumore che secondo me poteva essere il segnale, sono entrato in azione!..."
Fermo nel vano della porta, il nuovo venuto seguiva con grande interesse l'animata conversazione. In effetti, la cosa doveva riguardarlo abbastanza da vicino, dal momento che quella era la sua stanza, e, evidentemente, quel poco cordiale benvenuto era indirizzato a lui. Alla luce della lanterna, i suoi capelli dall' insolito colore del cielo al crepuscolo mandavano barbagli metallici.
"Signori...", intervenne infine, rendendosi conto che i due, ignorando bellamente la sua presenza, stavano per venire nuovamente alle mani.
Ma prima che potesse aggiungere altro, un gran frastuono proveniente dal corridoio lo costrinse a voltarsi, giusto in tempo per evitare il sacco che qualcuno, goffamente, cercava di calargli sul capo. Mancato il bersaglio, il nuovo assalitore, non riuscendo a frenare il proprio slancio, finì addosso agli altri due, sul pavimento, in un groviglio di braccia, gambe, mantelli scuri e imprecazioni.
Chrysale, occupante della stanza e vittima del fallito triplice assalto, si appoggiò allo stipite della porta, sospirando. Tutto questo non prometteva nulla di buono... Ci volle un po' perché i tre riuscissero a rimettersi in piedi.
Chrysale li aiutò, facendo luce nella stanza, ed impedendo che si facessero ulteriormente male. Quando poté studiarli meglio, realizzò immediatamente di trovarsi davanti a tre chierici di Chavez, dio del vento. La cosa non lo tranquillizzò affatto: la presenza degli eccentrici sacerdoti dell'altrettanto eccentrica divinità significava guai, sempre ed comunque. Ma, memore delle regole della cortesia e dell'ospitalità, si rivolse gentilmente ai tre personaggi.
Si trattava, dopotutto, di ragazzi molto giovani, come generalmente accadeva in quella setta: le pratiche rischiose che costituivano i loro riti, e la vita sregolata che la loro fede imponeva loro, di rado permetteva ai chierici del vento di giungere ad un'età molto avanzata. In genere finivano sfracellati contro il fianco di una montagna, mentre sfrecciavano nell'aria, cavalcando le correnti sulle loro tavole di legno flessibile, o perdevano la ragione, per effetto dei funghi allucinogeni che consumavano in tutti i modi, mangiandoli, fumandone le polveri, bevendone l'infuso.
Eppure, nonostante l'esistenza breve e a rischio costante, essi erano sempre troppo numerosi, per la gente comune, che temeva la loro presenza e li teneva a distanza. Il primo a parlare fu quello coi capelli color del platino, che il compagno aveva chiamato Nebraja.
Indossava il mantello marrone e informe che, insieme ai calzoni dello stesso colore costituiva la divisa dell'ordine. I suoi capelli, presumibilmente tinti, erano tagliati corti, ma stavano ritti sulla testa, come aculei. Nel volto dipinto con la maschera nera, che faceva somigliare i chierici a procioni, e ricordava che Chavez, tralaltro, era protettore dei ladri, gli occhi brillavano chiari e trasparenti. Non poteva avere più di vent'anni.
"Il mio nome è Nebraja e sono reverendo figlio di Chavez." L'altro giovane portò la mano alla bocca e fece un suono di trombetta.
Nebraja gli allungò uno scapaccione.
"Piantala!... - e seguitò, rivolto a Chrysale - Io guidò questo piccolo gruppo di confratelli..."
"Nì!", strillò l'ultimo chierico che era entrato, assalendo Chrysale con il sacco.
"...cioè, un confratello e una consorella...", specificò Nebraja, indicando il chierico che, ora che il cappuccio gli era scivolato sulle spalle, si era rivelato essere una fanciulla dai capelli color del lino.
"Nì!", salutò allegramente la ragazzina, rivolgendo a Chrysale un sorriso storto; poi, sgranò i grandi occhi azzurri, lanciò uno strillo, e nascose la testa nelle pieghe dell'informe mantello. Nebraja sbuffò.
"A quanto pare piaci ad Alioscia." disse a Chrysale, che osservava divertito la scena.
"Se è per quello piace anche a me!", tubò l'altro chierico, rivolgendo al cavaliere un sorriso eloquente. Era nota la promiscuità sessuale dei chierici di Chavez, vissuta, come tutte le loro manifestazioni, in totale sfrenatezza.
"Tu devi essere Aguja, allora...", intervenne cortesemente Chrysale. Il sorriso del ragazzo si allargò.
"Sì... Ma tu puoi chiamarmi caro, o come più ti piace."
Gli occhi verdi di Aguja brillavano, pieni di malizia e i suoi capelli color dell'autunno, arruffati e intricati come rovi, lo facevano apparire simile ad uno spirito silvestre. Chrysale sapeva che, dietro l'apparenza burlona e bizzarra, i chierici di Chavez potevano risultare anche molto pericolosi, per la gente comune. Nelle campagne, nei tempi passati, le loro brigate calavano a volte sui villaggi dei contadini, seminando morte e distruzione, rubando e violentando . Per questo gli abitanti delle zone a rischio avevano deciso di accordarsi con i chierici, stabilendo dei giorni particolari, in cui lasciare loro totale libertà. In occasione di quelle ricorrenze, chiamate Giorni della Primavera ventosa, i contadini lasciavano le loro case incustodite, portando con sé i propri beni e lasciando nel villaggio doni e cibo per le brigate.
Inoltre, chi lo voleva poteva rimanere ed unirsi alle danze intorno ai falò, che si concludevano con grandi orge. Le fanciulle che, in seguito ai festeggiamenti, rimanevano gravide, erano considerate benedette, e i loro figli, denominati Figli della Primavera ventosa, venivano indirizzati al tempio di Chavez, per divenire chierici a loro volta. Anche se questi tre giovani apparivano, tutto sommato, innocui, Chrysale sapeva di dover essere molto prudente...
"Bene, Nebraja, Aguja e Alioscia...", cominciò, affabile.
"Nì!", strillò la ragazza, interrompendolo.
Lui sorrise e riprese: "Siete tre ragazzi molto simpatici ed è un piacere fare la vostra conoscenza, ma posso chiedervi perché siete finiti nella mia stanza?"
A quella domanda, i tre si guardarono l'un l'altro, e dopo un rapido consulto fatto di cenni, grugniti, minacce e sonori "Nì!", da parte di Alioscia, fu ancora Nebraja a parlare: "Mio signore, eccellentissimo cavaliere, prode, impareggiabile e meraviglioso Chrysale..."
Chrysale sospirò: di bene in meglio... "Come vi dissi - continuò il chierico - io guido questi miei confratelli..."
"Nì!", protestò sonoramente Alioscia.
"Ma sì, abbiamo capito!" le gridò Nebraja.
"Alioscia: che angoscia...", cantilenò Aguja.
La ragazza mise il broncio e voltò le spalle a tutti. La pazienza pressoché infinita di Chrysale era messa a dura prova, ma il suo sorriso cordiale non s'incrinava.
"Ebbene, siamo venuti a cercarvi nella vostra stanza per chiedere il vostro aiuto per una faccenda molto delicata." proseguì Nebraja, gravemente. Chrysale annui, comprensivo.
"Capisco... E per avere il mio aiuto era necessario saltarmi addosso e chiudermi in un sacco?...", domandò, cortesemente.
Aguja e Nebraja si scambiarono un'occhiata.
"Certo che no!", esclamò il primo.
"Quello voleva solo essere un modo simpatico per approcciarci a te..." Chrysale sorrise.
"Ah, uno scherzo innocente..."
"Esatto!", sorrise Aguja e Nebraja lo imitò, poco convinto.
"Dunque, fatemi capire... Dopo avermi spiato per tutta la sera, mi avete visto salire in camera con la ragazza dai capelli rossi e avete pensato bene di farmi questo scherzo..."
"Sì - rispose Aguja, per nulla turbato - e se ci fosse stata anche la tua amica avremmo messo nel sacco anche lei, non so se mi spiego..." gli strizzò un occhio.
"Gran bel bocconcino... A proposito, dov'è?..." Nebraja lo interruppe con una gomitata.
"Chiudi quella fogna!.. Perdonatelo, mio signore: è uno stolto... La ragione per cui avevamo bisogno di contattarvi era di tale gravità da costringerci a ricorrere ad ogni mezzo. Spero vorrete perdonarci..."
Chrysale fece un cenno d'assenso: "D'accordo, ma, per carità, deciditi a spiegarmi qual è il problema!", concluse. In effetti, cominciava a sentirsi un po' frustrato...
"Allora - cominciò Nebraja - Tutto ha avuto inizio quando abbiamo lasciato il nostro monastero, tra i monti Pennini. Sapete dove sono?"
"Ti riferisci ai monti Kewaky?", chiese cortesemente il cavaliere.
Aguja intervenne: "Bhè, sì, però noi li chiamiamo Monti Pennini...", specificò.
"Capisco. E perché?", domandò Chrysale. Il giovane parve valutare un attimo la domanda: "Perché... perché è più carino!", concluse, trionfante.
"Comunque - intervenne Nebraja, tagliando corto - avevamo appena lasciato il nostro monastero e ci eravamo messi in viaggio alla volta di Alma. Laggiù avremmo dovuto incontrare dei confratelli, per una qualche ragione della massima importanza che il nostro superiore, il patriarca Fortes, ha dimenticato di comunicarci, ma di cui senz'altro i nostri compagni di laggiù erano a conoscenza..."
Chrysale sospirò, suo malgrado divertito.
"Ebbene, attraversando la regione montuosa, siamo stati costretti a rifugiarci in una grotta, a causa di un violento temporale ed è così che ci siamo ficcati nel guaio che ci ha portati qui."
Chrysale sapeva per certo che non c'era stato nessun temporale, in quella regione, nell'ultima settimana. A parte questa consapevolezza, intuiva che le ragioni che avevano spinto i tre chierici ad entrare nella grotta erano state di natura meno innocente.
Nessuno ignorava la curiosità dei membri della setta, la loro sete di ricchezze e la loro incredibile predisposizione a cacciarsi nei guai.
"Insomma - intervenne Aguja - entriamo in questa grotta, e, per caso, ci capita di liberare una specie di mostro che se ne stava lì a dormire da un paio di centinaia d'anni...."
"Non è andata così!", gridò Nebraja, zittendolo.
"E invece sì!", insistette l'altro, minacciandolo col pugno.
"E se tu, signor 'so-tutto-io' te ne fossi stato buono e fermo e non avessi aperto quella maledetta anfora..."
"Sttt!...", gli fece cenno di tacere Nebraja e gli saltò addosso, per tappargli la bocca.
Chrysale si lasciò cadere su una sedia, sospirando. Alioscia, che se ne stava ingobbita nel suo mantello, continuando a dare le spalle al gruppo, cominciò a russare dolcemente, intercalando ad ogni respiro un flebile "Nì..."
Quando Nebraja e Aguja ebbero concluso la loro animata discussione, Chrysale era riuscito più o meno a ricostruire quanto era avvenuto, almeno secondo la versione dei due chierici. Vagando per la grotta, i tre si erano imbattuti in quello che a loro era sembrato un tempio sotterraneo abbandonato. Frugando tra le rovine, qualcuno (su questo punto i pareri erano violentemente discordi) aveva rinvenuto un'anfora, e l'aveva aperta. Dall'anfora era uscito un demone, o qualcosa del genere.
"No, non un demone... - rettificò Nebraja - Lui ha detto di chiamarsi il Bevi-lacrime."
"Mai sentito nominare." confessò Chrysale, umilmente.
"Bhè, invece lui ha sentito parlare parecchio di te, bello...", ridacchiò Aguja, meritandosi un'altra gomitata nello stomaco da Nebraja.
"Scusalo!... Comunque è vero - continuò - Il Bevi-lacrime ci ha parlato di te, e ci ha detto che ci avrebbe uccisi in modo orribile, se non avessimo fatto quello che lui ci chiedeva. Ti risparmio i particolari più scabrosi...", aggiunse, con tono eloquente.
Chrysale intuì che, volendolo il cielo, si era giunti al punto.
"E cosa vi ha detto di fare il Bevi-lacrime, che riguardi anche me?", chiese, sempre gentilmente.
Gli occhi di Nebraja brillarono, innocenti e folli al contempo.
"Ci ha ordinato di venire a rubare le tue lacrime." Si misero in viaggio che il sole era già alto.
Chrysale era solito partire presto, ma aveva dovuto adeguarsi ai tempi dei suoi compagni di viaggio, i quali, in quanto a spirito d'organizzazione, lasciavano alquanto a desiderare. In realtà, dal momento che i tre viaggiavano senza cavalli e senza bagaglio, fatta eccezione per Alioscia, che si trascinava dietro un grosso sacco informe pieno di chissà che, le ragioni del ritardo erano da ricercarsi essenzialmente nella poca voglia di lasciare le coltri, e nei continui litigi tra i giovani sacerdoti.
Chrysale attese senza battere ciglio che fossero pronti. Dopotutto era stato lui a volere quel viaggio, alla volta della regione montuosa e doveva accettarne le conseguenze. La storia del mostro che voleva le sue lacrime lo aveva, tutto sommato, incuriosito e affascinato, e, poiché non aveva nulla di particolare da fare a Nilsann, se non folleggiare di piacere in piacere, si era risolto ad intraprendere quella nuova avventura. I tre chierici avevano accolto con entusiasmo la notizia. Il grande Chrysale non si limitava a dar loro quanto era necessario perché il Bevi-lacrime risparmiasse le loro vite, ma li seguiva nella grotta, certo con l'intenzione di eliminare il mostro una volta per tutte! Aguja aveva approfittato del momento per saltargli letteralmente al collo.
"Non so davvero come ringraziarti... - gli aveva sussurrato, strusciandoglisi contro -Considerami il tuo schiavo e disponi di me come vuoi..."
Chrysale aveva ringraziato il giovane, sciogliendosi dal suo abbraccio, ma senza fretta: dopotutto, non era il caso di ferire la sua sensibilità... Constatando che i tre non avevano cavalcature, Chrysale si chiese come avrebbero affrontato il viaggio.
"So quello che stai pensando", lo prevenne Nebraja. Alla luce del sole i suoi capelli apparivano ancora più chiari e luminosi, e, in generale, il suo aspetto, come quello dei suoi compagni, era quanto mai bizzarro e stravagante. Erano ormai usciti dalle mura della città e la campagna si distendeva placida intorno a loro.
"Ti chiedi come viaggeremo, dal momento che tu hai un cavallo, mentre noi siamo a piedi. Bhè, ti consiglio di lasciare qui la tua cavalcatura, perché noi abbiamo spazio sufficiente anche per te."
Ed ecco apparire Aguja, che spingeva una grossa cesta di vimini, abbastanza grande da poter contenere cinque persone comodamente sedute. Chrysale osservò affascinato Alioscia prendere posto nella cesta, e, con espressione solenne nel visetto infantile, sollevare le mani a tracciare strani segni nell'aria.
"Nì!...", esclamò poi, e, all'improvviso, ai quattro angoli della cesta apparvero altrettanti palloni, che si andavano gonfiando, in virtù di una forza invisibile. E, man mano che i palloni, le cui superfici, di una materia sconosciuta, erano dipinte in colori vivacissimi, si ingrossavano, la cesta si sollevava lentamente dal suolo, finché si ritrovò a dondolare dolcemente a circa un metro d'altezza. Chrysale era impressionato. Aguja, preso posto accanto alla compagna, aveva già montato un piccolo albero, su cui era fissata una vela colorata. Nebraja lo seguì, rivolgendosi a Chrysale.
"Allora: sali?" Benché la prospettiva di viaggiare su uno dei leggendari carri volanti dei chierici di Chavez lo affascinasse, Chrysale si vide costretto a rifiutare l'invito: preferiva seguire i chierici a cavallo. A nulla valsero le animate proteste dei due ragazzi, né i "Nì!" accorati di Alioscia, e, alla fine, i tre dovettero rassegnarsi. Con un gesto di stizza, Aguja tracciò un rapido segno nell'aria e subito la vela colorata si gonfiò, al soffio di un vento magico.
La cesta volante si mise in movimento, affiancata da Chrysale, lungo la strada dell'ovest. Viaggiare con i chierici di Chavez si rivelò non del tutto sgradevole. I giovani erano senza dubbio strampalati e i loro discorsi raramente avevano il benché minimo senso logico, ma Chrysale li trovava divertenti e li ascoltava con partecipazione. Durante una breve sosta, Aguja gli raccontò che Alioscia non era sempre stata così.
"Cioè, anche prima era strana - specificò - ma meno di adesso e parlava normalmente..." Si era risvegliata così in seguito all'assunzione, in dose eccessiva, di un nuovo allucinogeno in fase di sperimentazione e nessuno era più riuscito a farla rinsavire.
"Tra di noi è tenuta in gran conto. - spiegò il giovane, con serietà - Noi crediamo che i matti, quelli veri, intendo, siano le persone che, prima di nascere, o, per qualche ragione, nel corso della loro vita, hanno veduto il volto del dio. Sono come illuminati che non hanno sopportato la luce che li ha investiti..."
Era una cosa affascinante, che aumentò la simpatia e la tenerezza istintive che Chrysale già nutriva per la ragazza. In un'altra occasione fu Alioscia stessa ad accostarglisi. Le ombre della sera si erano distese su di loro, costringendoli ad accamparsi in un piccolo canyon roccioso. Mentre Nebraja e Aguja litigavano su come accendere il fuoco del bivacco, Alioscia si accostò a Chrysale che, seduto su una roccia in disparte, riordinava accuratamente il suo equipaggiamento. La ragazzina gli si sedette accanto, osservando ogni suo gesto con grande attenzione. I suoi capelli color lino erano sollevati in due codini spettinati ed il visetto era dipinto con grandi stelle nere intorno agli occhi azzurri e tersi. Chrysale le lanciò un'occhiata di sottecchi, continuando ad estrarre dallo zaino e dalle sacche i suoi oggetti personali, per poi risistemarli all'interno, con cura. Udì Alioscia sospirare rumorosamente davanti ad alcuni pezzi, particolarmente degni di nota: un grosso dente d'orso, infilato in una catenella d'argento; un fermaglio decorato con piume colorate e ornamenti di cuoio, di provenienza occidentale; una sacchettina di velluto cremisi, decorata con simboli dorati, e piena di un'erba dal forte profumo speziato. Alioscia afferrò il suo sacco, lo trascinò fino alla roccia, e cominciò a frugarvi dentro, come una forsennata, estraendone a sua volta svariati oggetti.
Chrysale poté riconoscere alcuni sassi, apparentemente insignificanti, una grossa radice scura e sporca, alcuni tuberi incrostati di terra, mollette da bucato, una tazza rotta, dei bioccoli di lana, capi di biancheria (presumibilmente rubati da uno stenditoio...), una trottola rossa e gialla e altre cianfrusaglie. Alla fine, Alioscia afferrò l'estremità del sacco e rovesciò tutto il contenuto a terra, davanti a sé.
"Nì!", strillò, trionfante, invitando Chrysale a contemplare il suo tesoro. Il cavaliere parve molto impressionato, e fece capire alla ragazza che gli avrebbe fatto piacere osservare più da vicino alcuni di quei preziosi reperti. Lei gli lanciò un'occhiata diffidente, affrettandosi ad allontanare i suoi beni da lui.
    [ Vai a pagina: 2 » ]

di Cauchemar