"Permettete, signore?"
Chrysale sollevò gli occhi dal proprio gioco di carte, e rivolse uno dei suoi cortesi sorrisi all'uomo che gli stava davanti.
"Sì?"domandò affabile. L'accoglienza garbata sembrò rinfrancare un poco l'ometto, che, tuttavia, rimaneva sulle spine. Naturalmente Chrysale aveva registrato la sua presenza nella sala già da un pezzo, così come aveva fatto per tutti gli avventori che, quella sera, cercavano rifugio dalla pioggia scrosciante nella Locanda della Spiga d'oro. Dell'ometto, nella fattispecie, aveva subito indovinato il disagio, come se si trovasse in un luogo che poco o nulla aveva a che fare con lui.
"Perdonate se ho l'ardire di disturbarvi.", cominciò.
A dispetto del nervosismo, i suoi modi erano affettati e sussiegosi. Evidentemente proveniva da un ambiente assai diverso da quello della maggior parte degli avventori, per lo più mercanti o avventurieri. Anche il fatto di restare in piedi, mentre il suo interlocutore era seduto, sembrava risultargli del tutto naturale, e Chrysale ne ebbe la conferma quando, invitatolo a sedere di fronte a lui, ricevette un cortese ma fermo rifiuto.
"Mi trovo in una situazione oltre modo incresciosa", cominciò. "Il mio nome è Morton Glaspell Colman Jr. e servo da una vita la famiglia reale di Doran."
Lanciò un'occhiata a Chrysale, che, all'apparenza per nulla colpito da quanto aveva appena udito, gli rivolgeva tuttavia l'attenzione. L'uomo di nome Morton si terse il sudore dall'alta fronte stempiata con un fazzoletto bianco.
"Non mi meraviglia che non conosciate Doran - riprese - Si tratta di un regno molto piccolo..."
"Vi sbagliate - lo interruppe Chrysale, alzando appena una lunga mano affusolata - Conosco il luogo di cui parlate e l'ho anche visitato, se non rammento male, molto tempo fa. Una piccola oasi felice."
Morton lo guardò grato, ma subito la sua espressione impenetrabile si velò di amarezza: "Un regno piccolo e felice e tuttavia preso di mira dall'indegnità degli uomini. Purtroppo, mentre noi parliamo, un usurpatore siede sul trono di Doran e trascina il paese intero nel fango." E raccontò a Chrysale di come il mago Thyrza, consigliere del re, avesse stregato l'intera corte grazie ad un rubino incantato, capace di privare gli uomini della loro volontà e renderli semplici marionette nelle sue mani.
"...Terribile, mio signore, una cosa terribile. I cortigiani, le guardie di palazzo, perfino il re e la regina. Tutti in balia di quell'uomo abominevole."
Chrysale si sforzò di comporre il viso in un'espressione colpita.
"Ne sono rammaricato per voi - disse e la sua voce era meravigliosamente sincera - E, tuttavia, non capisco come posso esservi d'aiuto".
Morton si terse ancora il sudore. Ora, evidentemente, veniva la parte più difficile.
"Ebbene, poiché mi è giunta voce del vostro coraggio, dell'abilità che possedete nell'arte delle armi e del vostro eccezionale valore..."
Chrysale accennò un sorriso di modestia.
"...e poiché mi trovo ad avere urgente necessità di qualcuno che accompagni me e la persona che scorto oltre le terre di Piner, ho pensato di rivolgermi a voi."
Chrysale fece cenno di aver compreso e si sporse per sbirciare, oltre Morton, la figura che era rimasta seduta dall'altro capo della sala. Lo fece per lo più a beneficio dell'uomo, giacché anche il suo accompagnatore non era sfuggito al suo attento esame. Si trattava di un ragazzino di forse quindici, sedici anni, seduto impettito ad un tavolo isolato, con un' espressione sprezzante e annoiata sul volto imberbe. Benché fosse abbigliato con vesti sobrie, e i suoi capelli biondi fossero legati con un semplice laccio, risultava evidente la sua nobile origine.
"La persona che accompagnate è forse quella ragazzina vestita da maschio che siede dall'altra parte della sala?" Il viso di Morton si fece bianco come il suo fazzoletto.
"In nome di Ozymandias! - esclamò, senza tuttavia alzare la voce - Come lo avete capito?"
Chrysale sorrise, serafico: "In realtà ne avevo avuto solo il sospetto, che voi, con la vostra reazione, avete pienamente confermato." Morton lo guardò, abbattuto.
"Ebbene, si tratta della principessa Argenide di Doran, l'unica figlia di re Jobel. Lei è l'unica, a corte, ad essersi sottratta al nefando incantamento che ha reso tutti schiavi dell'usurpatore".
Chrysale lanciò un'occhiata ammirata alla ragazza, che ora guardava nella loro direzione, sempre più annoiata. "Notevole. E come ha fatto?" Morton arrossì lievemente, un fenomeno insolito su quel volto senza ombre.
"Era stata messa in punizione per una lieve mancanza e dunque non era presente quando l'incantesimo è stato lanciato..." Il cavaliere annui, comprensivo.
"Bene, Morton: mi avete raccontato una storia interessante e sono molto partecipe del vostro dolore. Ma per quale ragione dovrei aiutarvi?" L'espressione del servitore si fece fredda.
"Ovvero, che cosa ci guadagnereste, oltre alla nostra gratitudine..."
"Esatto - sorrise Chrysale - Vedo che c'intendiamo a meraviglia, voi ed io."
Morton sospirò stancamente.
"Il signore di Lorn, zio della principessa, saprà senz'altro ricompensare la vostra disponibilità, una volta che ci avrete condotti fino al suo castello. In garanzia, posso darvi solo la mia parola." Il sorriso ci Chrysale era sincero e aperto.
"Vi assicuro che è più di quanto possa desiderare".
"Davvero era necessario prendere questa strada?" La voce leggermente camuffata della principessa Argenide ruppe per la terza volta, in quella mattina, il silenzio della foresta. E per la terza volta Chrysale, volgendo appena il capo nella sua direzione, le rispose, affabile: "Vostra altezza, principe Argens, vi assicuro che questo cammino, per quanto disagevole, si rivelerà molto più sicuro della strada maestra."
La ragazzina si richiuse nel suo imbronciato silenzio, guidando il cavallino attraverso il fitto sottobosco. La pioggia che era caduta incessante per tutta la notte, aveva reso il terreno spugnoso, e le basse fronde degli alberi, urtate del passaggio dei tre cavalieri, lasciavano cadere su di loro innumerevoli gocce gelate. Morton soffocò un ennesimo starnuto nel suo fazzoletto bianco, scusandosi con la principessa. Chrysale li aveva svegliati all'alba, con grande disappunto di quest'ultima, che era stata tuttavia costretta dal cortese ma inflessibile Morton a lasciare il letto e a prepararsi alla partenza. Questo aveva influito assai negativamente sull'umore della ragazzina, che Chrysale indovinava non essere dei più amabili neanche in circostanze normali. Così, tra Morton (che si era rivelato come il capo-maggiordomo di corte) raffreddato, e l'imbronciata principessa, Chrysale appariva come il più rilassato della compagnia e si godeva la cavalcata attraverso la foresta stillante umidità, come se si fosse trattato di una scampagnata. In effetti, lo spettacolo delle foglie che risplendevano, ingemmate di gocce di pioggia, ai raggi dorati che penetravano la cupola vegetale, era estremamente suggestivo. I rampicanti che ammantavano i tronchi antichi, le innumerevoli varietà di muschio, i cespugli e le fronzute felci che coprivano il fitto sottobosco, generavano un'infinita sinfonia di verde, che nelle zone d'ombra più fitta si accendeva di riflessi azzurri.
Morton aveva pregato Chrysale di fingere di credere che il loro compagno di viaggio fosse un ragazzo ed egli era stato al gioco, più per simpatia verso il maggiordomo che altro. Il pover'uomo aveva già il suo d'affare a stare dietro agli innumerevoli capricci della principessa, perché lui gli creasse altre seccature. Chrysale percepì che un'ennesima protesta stava per uscire dalle rosee labbra di Argenide, quando il gruppetto sbucò in una radura verdeggiante, attraversata da un ruscelletto che scaturiva da una piccola formazione rocciosa. Piccoli crochi gialli e viola e teneri fiorellini bianchi punteggiavano l'erba tenera del prato ed il cinguettio degli uccelli tra le fronde riempiva l'aria di trilli sonori. La principessa si lasciò strappare un gridolino deliziato, di certo poco credibile per il giovane principe che fingeva di essere. Ma nessuno sembrò badarle. Senza interpellare i suoi accompagnatori, Argenide scese dal cavallino e si diresse correndo verso il ruscello.
"Vostra altezza!...", la richiamò Morton e lanciò un'occhiata a Chrysale, quasi scusandosi. Ma il cavaliere non lo guardava. Perduta la sua aria vaga e indolente, egli stava immobile, come in attesa di qualcosa. Il suo volto perfetto, incorniciato dai lunghi capelli color del cielo al crepuscolo, lo faceva apparire simile ad una bellissima statua, ma in realtà si percepiva che tutti i suoi sensi erano tesi a captare qualcosa. Intanto, saltellando tra i fiori, la principessa aveva raggiunto il corso d'acqua. I due rimasti a cavallo la videro protendersi un poco oltre la riva erbosa ed udirono la sua esclamazione di meraviglia. Poi un grido lacerante squarciò la quiete della radura e tutti gli uccelli si alzarono in volo. Quando la principessa Argenide riaprì gli occhi, era sdraiata su un mantello, disteso sull'erba.
Il volto di Morton, evidentemente sollevato, apparve sopra di lei.
"Vostra altezza, grazie agli Dei siete salvo!" La ragazza sbatté le palpebre, confusa e poi i ricordi cominciarono a riemergere e con essi la paura.
"Felice di vedervi in salute, principe", la salutò la voce di Chrysale. Il cavaliere si era materializzato poco distante: la luce del meriggio creava riflessi metallici sui suoi strani capelli. Per qualche ragione, anche prima di svenire, presso il ruscello, la principessa ricordò di aver guardato quei capelli che frustavano l'aria, mentre il cavaliere si lanciava, come una cometa, contro la creatura d'incubo che l'aveva attaccata. Ora ricordava tutto, e, istintivamente, cercò l'abbraccio di Morton. Si era sporta oltre la riva erbosa del ruscello, poco lontano dal monticello di pietre, e, all'inizio, non aveva veduto nulla. Poi, nello specchio d'acqua corrente si era materializzato un volto, una fanciulla dai lunghi occhi obliqui, che la guardava sorridendo. Incantata dalla visione aveva allungato una mano verso l'acqua scintillante ed era stato allora che aveva udito il grido mostruoso. Il monticello di pietra aveva improvvisamente preso vita, rivelandosi per ciò che realmente era: un' orrida creatura, che, accucciata presso il corso d'acqua, attendeva vittime. La sorpresa e lo spavento l'avevano inchiodata sul posto, mentre quell'essere mostruoso avanzava barcollando verso di lei. Il corpo enorme, vagamente umanoide, procedeva ingobbito e sulla schiena bruna il muschio era cresciuto, a conferire veridicità al travestimento. Allora Chrysale era intervenuto. In un lampo di luce il cavaliere era stato al suo fianco, la lunga spada che riverberava nel sole, e le aveva intimato cortesemente, ma fermamente, di allontanarsi. Quando aveva mosso qualche passo, la creatura si era scagliata avanti, ruggendo infuriata e lei era scivolata a terra, perdendo i sensi. Morton terminò il racconto di quanto era accaduto in seguito:
"Oh, altezza, Chrysale è stato davvero sbalorditivo. Ha affrontato quell'immonda creatura da solo, e dopo un combattimento rapido e senza alcuna conseguenza per lui l'ha sconfitta. Davvero molto prode."
La principessa gettò un'occhiata al cavaliere, che, in piedi poco lontano, sbucciava una mela rossa con un coltello d'argento.
Sollevandosi a sedere e sistemandosi i capelli, che le erano sfuggiti dal laccio, lo chiamò a sé.
"Cavaliere..." Chrysale le rivolse un sorriso, continuando a mangiare la mela. La cosa indispettì la ragazza. "Avvicinatevi." gli intimò, un'espressione risoluta sul visetto composto. Chrysale mosse qualche passo verso di lei, senza distogliere l'attenzione dal frutto.
"Vostra altezza?…"
"Vorrei ringraziarvi per avermi salvato la vita, nella radura.", il tono di voce era freddo e un poco petulante.
"Certo, è stata una distrazione imperdonabile da parte mia non notare quella creatura e se avessi avuto la mia spada, di certo non avrei avuto bisogno del vostro intervento." E concluse, con intenzione: "D'altra parte, siete pagato per questo".
Chrysale valutò le sue parole, per nulla impressionato.
"Resta il fatto - le fece notare - senza offesa, che se vostra altezza evitasse di lasciarsi andare a ragazzate inconsulte mentre ci troviamo ad attraversare una zona notoriamente pericolosa, si potrebbero evitare spiacevoli incidenti di questo genere."
Morton impallidì lievemente, davanti a tanta arroganza, ma non fiatò. La principessa era livida.
"Se fossimo nel mio castello, vi farei frustare per aver osato parlarmi così!"
"Non ci siamo, vostra altezza." ribatté pacato Chrysale.
"E, comunque, ho detto solo la pura verità. Avete un brutto carattere e siete vergognosamente viziato. Inoltre, la vostra irragionevolezza mette in pericolo non solo voi, ma anche chi vi sta intorno. Comportamento che poco si addice ad un regnante."
Argenide era fuori di sé. Quel villano osava offenderla impunemente e nessuno, nemmeno Morton, alzava un dito per difenderla.
Rivolse un'occhiata al maggiordomo, per intimargli di reagire.
"Signore...Chrysale..." balbettò l'ometto, senza riuscire a trovare le parole.
Argenide guardò Chrysale: i grandi occhi azzurri si erano fatti pericolosamente lucidi e la voce, quando parlò, tremava di pianto.
"Voi siete un individuo orribile ed un maleducato. Io vi odio e vi biasimo e vi intimo di non rivolgermi più la parola, fintantoché avrò la sfortuna di dover viaggiare in vostra compagnia!"
Chrysale, per nulla colpito, fece un cenno d'assenso col capo. Poi voltò le spalle ai due e si allontanò. Il viaggio proseguì fino a sera, attraverso la foresta, con la principessa che si lamentava per l'umidità, Morton che starnutiva pietosamente, invitandola alla pazienza e Chrysale che se ne stava per i fatti suoi, godendosi il viaggio. Poco dopo il tramonto si accamparono in una radura. Argenide protestò, quando Chrysale dichiarò che avrebbero acceso solo un piccolo fuoco per cucinare. Era stanca e aveva freddo... Il cavaliere l'ebbe vinta, e, dopo una cena frugale a base di carne (a detta della principessa, poco cotta...), pane e frutta, Argenide annunciò che si sarebbe messa a dormire. Morton attese che la ragazzina si fosse addormentata e poi si avvicinò a Chrysale.
"Non dovreste essere così duro con lei, signore." si permise di fargli notare.
"Ultimamente ne ha passate parecchie ed è molto giovane. Essere strappata così al suo mondo, alla famiglia, alle sicurezze..."
"Spero intenderete - lo interruppe Chrysale, - che lo faccio solo per il suo bene. Non potrà sempre avere chi, come voi, si prenda cura di lei. Il mondo sa essere molto crudele e lei deve imparare, il prima possibile."
E, guardando negli occhi il maggiordomo, con un'espressione ineffabile, che lo turbò, ripeté: "Voi non potrete esserci per sempre.
Potrebbe accadervi qualcosa, anche stanotte stessa..."
Il maggiordomo, visibilmente a disagio, si soffiò il naso, annunciando che si sarebbe sdraiato a riposare un po'. Chrysale lo vide distendersi, dopo aver dato un'ultima, amorevole occhiata alla sua principessa.
"In piedi, vostra altezza!" Argenide si coprì gli occhi con la mano, per riparasi dalla luce e gemette. La voce di Chrysale ripeté l'esortazione, subito seguita dalle sue mani, che la scossero senza troppi complimenti. La ragazzina gli sbarrò gli occhi in faccia, infuriata.
"Voi! Come osate toccarmi?..."
Il cavaliere non le lasciò il tempo di beneficiarlo di una nuova razione di insulti.
"Temo che sia accaduto qualcosa al vostro servitore." La principessa si guardò intorno, smarrita. La radura era invasa dallo splendore dell'alba, che accendeva del più tenero verde le foglie bagnate di rugiada e i raggi del sole penetravano obliqui, fendendo le ombre con lance dorate. Del maggiordomo raffreddato non c'era traccia.
"Dove può essere andato?..." domandò la ragazza, con un filo di voce.
Chrysale si strinse nelle spalle.
"Mi ha dato il cambio per la guardia a metà della notte. Forse si è allontanato per qualche suo bisogno e gli è capitato qualcosa..."
"Ma cosa fate lì impalato?!", gridò la principessa. "Fate qualcosa! Andate a cercarlo!..."
Insieme si diedero a setacciare i cespugli intorno alla radura, cercando tracce dello sventurato maggiordomo. Tutto ciò che Chrysale riportò fu una delle sue scarpe, rinvenuta in un una conca poco lontano. I rami spezzati e le numerose tracce nel sottobosco, lasciavano intendere che l'uomo aveva lottato, prima di essere trascinato via da chissà cosa...
"Sono cose che succedono." commentò Chrysale, gettando la scarpa e cominciando a raccogliere le sue cose. Argenide scoppiò.
"Cose che succedono?! Ma voi siete un mostro! Non avete la minima pietà per quel poveretto? Avete il volto di un angelo, ma non avete cuore..."
Chrysale, interrompendo il suo lavoro, la guardò, severo. Con tutta la sua bellezza, con quell'espressione appariva quanto mai minaccioso, proprio come uno di quegli angeli armati di spada, sulle vetrate della cattedrale, o, peggio, come un angelo caduto...
All'improvviso Argenide ebbe paura, a ritrovarsi lì sola con lui, ma era troppo orgogliosa per mostrarlo. Così si limitò a sbuffare, dandogli le spalle e mentre si fingeva occupata a raccogliere i bagagli, pianse silenziosamente per lo sfortunato Morton e per se stessa.
"Vostra altezza, vi dispiacerebbe occuparvi dei cavalli?" La richiesta e il tono perentorio con cui era stata pronunciata, meritava, come minimo, la pena di morte. Ma la principessa si rendeva conto di non avere molta scelta e così si diresse verso i tre cavalli, che brucavano placidamente tra i cespugli. E non appena allungò la mano verso le briglie, i tre animali, visibilmente innervositi, cominciarono a scalpitare. La ragazza lanciò uno strillo, arretrando e in un attimo i tre cavalli si erano già dati alla fuga, attraverso il bosco. Argenide sentì lo sguardo sardonico di Chrysale, prima di udire la sua voce tagliente.
"Complimenti, vostra altezza! Ora dovremo procedere a piedi." Senza degnarlo di uno sguardo, la ragazzina, raccolse il suo zaino e si mise in cammino lungo il sentiero. Non gli avrebbe dato la soddisfazione di vederla piangere. Attraversare la foresta a piedi, se da un lato era certamente più faticoso, dall'altro permetteva di ammirare con maggior agio la bellezza del luogo. Argenide, arrancando dietro Chrysale, riusciva ad apprezzare questo aspetto, forse l'unico positivo, di tutta la faccenda. Stanca e affamata, rifiutava cocciutamente di emettere un solo gemito, di esprimere una sola lamentela. Gliela avrebbe fatta vedere lei, a quel mostro... Ma poi l'assalivano i ricordi di casa, dei suoi genitori, del suo mondo dorato ed irrimediabilmente perduto e del povero Morton, divorato da chissà quale orrore in quella foresta stregata e questo, unito alla stanchezza, la faceva sentire infinitamente triste e vulnerabile e le faceva desiderare di potersi rincantucciare da qualche parte a piangere. Finalmente, il suo spietato accompagnatore si fermò.
"Se siete stanco, vostra altezza, possiamo fare una sosta." le disse.
"Come preferite." ribatté freddamente la ragazzina, al limite delle forze.
"Io non ho problemi a continuare." Chrysale le lanciò allora una strana occhiata, tra il divertito e il tenero, che, per qualche motivo, le fece salire il sangue alle guance.
"No, meglio fermarsi un po'. E' ora di pranzo e questa mattina abbiamo percorso un buon tratto. Siete un ottimo camminatore, altezza."
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di Cauchemar