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Con uno sforzo sovrumano si lanciò verso la porticina, un attimo prima che la scala, ripiegandosi su se stessa, precipitasse nella bocca mostruosa.
Fortunatamente la porta cedette al suo slancio, ed egli si ritrovò in un angusto corridoio. Restò immobile per un istante, ma nulla sembrava intenzionato a muoversi, intorno a lui.
Un silenzio greve era piombato su tutta la torre.
Cautamente, avanzò verso una debole luce che filtrava da un'altra porticina, all'altra estremità del corridoio. Aprendola, si trovò davanti una feritoia, che lasciava penetrare la luce del sole dall'esterno, illuminando una stretta scala a chiocciola intagliata nella pietra.
Il cavaliere la salì, fino ad un piccolo pianerottolo. Le condizioni di questa parte della torre rendevano evidente una certa frequentazione ed uso.
Sul pianerottolo si apriva una porta di legno.
Senza esitazione, la spada brandita in mano, egli la sospinse.
La stanza era piccola, e inondata di sole.
L'aria, in cui danzava un pulviscolo dorato, era fresca e pulita.
Il mobilio era semplice: un letto a baldacchino di legno scuro, un mobile da toeletta con poche suppellettili, una vecchia cassapanca, alcuni arazzi scoloriti alle pareti, un braciere spento. In un angolo si ergeva un imponente telaio, su cui era posto un arazzo incompleto, dai colori sgargianti.
Gomitoli di lana dei più svariati colori giacevano tutt'intorno.
Accanto al telaio, contro la parete di pietra, troneggiava un grande specchio dalla cornice ovale, intarsiata a motivi d'edera, color dell'oro brunito.
Benché, apparentemente, la stanza fosse vuota, fu proprio scrutando nella superficie riflettente che il cavaliere notò un movimento alle proprie spalle, in prossimità del letto a baldacchino.
"Puoi smettere di nasconderti. Non ho intenzione di farti del male.", disse, voltandosi lentamente e riponendo la spada.
Da dietro il pesante tendaggio, una fanciulla lo sbirciava timidamente.
Non aveva somiglianza alcuna con la voluttuosa ammaliatrice che gli era apparsa alla finestra: poco più che adolescente, indossava un abito modesto, e i suoi capelli, color dell'orzo, erano raccolti in una semplice treccia. Nei grandi occhi sgranati si leggeva la paura, ma anche meraviglia e curiosità, ed un disperato appello.
Lo straniero sedette su una sedia di legno intagliato: poco nel suo aspetto lasciava intendere attraverso quali terribili perigli fosse appena passato, e perfino i suoi begli abiti erano relativamente in ordine e puliti, nonostante la lotta con i tentacoli di fango.
Da seduto, egli prese a studiare la fanciulla, con aperta curiosità: "Allora, mi vuoi spiegare chi sei tu?".
Ella esitò un momento, ma poi lasciò il suo rifugio, e mosse qualche passo nella stanza: le mani le si torcevano senza posa in grembo.
"Tu sei il mio salvatore..." mormorò, con una voce bassa e calda.
Lui sorrise, stringendosi nelle spalle: "Può darsi... Sempre che tu non sia delusa di non avermi visto finire a fare compagnia agli altri spettri, laggiù."
"No!", protestò lei con veemenza, e gli si avvicinò ancora, allungando una mano: sembrava divorata dal desiderio di sfiorarlo, eppure la tratteneva qualcosa, forse solo un naturale pudore.
"Io non ho mai desiderato che tutto questo accadesse.", disse, facendo un gesto con la mano.
Egli suppose che si riferisse ai cavalieri fantasma.
"Io ho cercato per tanto tempo il modo per avvertirli, ma invano. Li vedevo avvicinarsi nel mio specchio magico, attraversare il lago e spingersi fino alla torre, ma per quanto io gridassi loro di fermarsi, di tornare indietro prima che fosse troppo tardi, la torre impediva alla mia voce di uscire...".
Sembrava prossima alle lacrime, e l'uomo decise di avere pietà di lei.
"Dunque tu non c'entri con l'incantesimo che ci ha attirati tutti qui, né con quel pandemonio che si è scatenato qui sotto...".
Lei faceva cenno di no, col capo, insistentemente, come un bambino che protestasse la propria innocenza.
"Allora è la torre il mostro", concluse lui, sapendo di aver colto nel segno.
"Lei, la torre..." spiegò la fanciulla " ha bisogno di ... nutrirsi.
L'incantatrice dai capelli di fiamma alla finestra spingeva i cavalieri ad entrare, cosicché lei potesse banchettare con i loro corpi.".
Sul visetto si dipinse un'espressione carica di disgusto.
"Poi, quando la gente cominciò a considerare questo un luogo incantato, fu ancora più facile. Come te, molti vennero, con l'intenzione di svelarne il mistero. Ma nessuno era mai riuscito a scampare alle insidie della torre...".
Lo guardò con palese ammirazione, ed egli sospettò che non fosse solo per la sua eroica impresa.
"Ma tu vivi da molto tempo qui?".
La ragazza sospirò, volgendo lo sguardo al telaio e allo specchio incantato.
I suoi grandi occhi scuri erano colmi di una tristezza profonda e troppo antica, per una creatura così giovane.
"Non so dirti quando sia cominciato. Da quando posso ricordare, io sono qui, in questa torre, in questa stanza. La torre provvede alle mie necessità: il cibo, la lana per tessere... Attraverso questo specchio incantato posso vedere cosa accade nel mondo di fuori.".
I suoi occhi acquistarono una luce sognante: "A volte mi sono spinta lontana miglia e miglia dal lago, fino alle città che sorgono lungo la Strada del Sole. Vedevo i cavalieri e le dame passeggiare nei giardini dei castelli, la vita brulicante e minuta delle città, e sognavo, sognavo senza sosta come sarebbe stato poter un giorno scendere tra quella gente, respirare la stessa vita...".
Ritornò triste, e la voce le tremò appena: "Ma io so che tutto ciò mi è precluso, lo so da sempre. Nel momento stesso in cui metterò piede fuori dalla torre, io morirò. Sono nata con questa consapevolezza...".
Sorrise debolmente: all'improvviso appariva molto stanca.
"Dunque io sono il primo essere umano che tu vedi non attraverso il tuo specchio?", chiese gentilmente il cavaliere.
Lei annui. "Sì. E non ho mai veduto, in tanti anni, nessuno che fosse bello come te..."aggiunse, e subito si pentì del suo ardire, e arrossì.
Il cavaliere sorrise.
Si alzò dalla sedia, e le si accostò, porgendole la mano: "Io non so chi tu sia, né m'importa di saperlo", le disse.
"Ma lascia che io stia un poco con te, e dalle mie labbra respira la vita che hai tanto agognato.".
Lei lo guardava, smarrita. "Qual è il tuo nome?...", gli chiese, in un sussurro.
Il sorriso di lui si allargò. "Chrysale, e tu sei bellissima.".
Quando si chinò a baciarla, la fanciulla non si scostò, ma si abbandonò docilmente tra le sue braccia, come se l'avesse atteso da sempre.
La barchetta scivolava lenta, attraverso le placide acque del lago.
Apparentemente nessuno la occupava, poiché la fanciulla addormentata sul fondo, avvolta nell'elegante mantello di velluto blu notte, non era visibile dall'esterno.
L'alba tingeva di rosa e oro il cielo ,che si specchiava nell'acqua in riflessi d'opale.
Fu il cinguettio di un uccello, a risvegliare la fanciulla dormiente.
All'inizio quel suono le parve il più naturale del mondo, ma subito ella realizzò l'enormità di quanto stava accadendo: era fuori dalla torre, in una barchetta che navigava attraverso il lago, ed ascoltava il canto di un uccello.
Si alzò a sedere spaventata, certa che qualcosa di tremendo stesse per accadere, ma nulla accadde.
Poi, riconobbe il mantello in cui era avvolta, il velluto blu notte che aveva rivestito la splendida figura di Chrysale, e comprese che non avrebbe più dovuto temere nulla.
Lanciò uno sguardo carico di rimpianto all'isola che si allontanava sempre di più alle sue spalle, all'alta mole della torre che spariva tra gli alberi. Rimpianto per il luogo in cui aveva vissuto tanto a lungo, prigioniera, sì, ma anche al sicuro, protetta con le sue poche certezze dall'ignoto del mondo di fuori.
Rimpianto per lui, che era rimasto laggiù.
Avrebbe almeno voluto dirgli addio, ringraziarlo per tutto quello che aveva fatto per lei, per averla liberata dalla sua prigione a averle mostrato la via per il mondo.
Ma poi comprese che era giusto che fosse così.
Stringendosi un po' di più nel mantello, rivolse gli occhi all'altra riva, che le si parava dinanzi.
Chrysale guardò la barchetta allontanarsi dalla riva erbosa dell'isola, con il suo prezioso carico a bordo.
L'aveva sollevata delicatamente tra le braccia, mentre le ombre della notte indugiavano ancora intorno alla torre addormentata.
Stranamente, niente e nessuno aveva cercato di fermarlo.
Probabilmente lo stesso, mostruoso edificio si era reso conto di aver perso, di non avere più alcun potere, né sulla sua giovane prigioniera, né su nessun altro.
Anche mentre la deponeva sul fondo della barchetta, come un neonato da salvare, Chrysale non sapeva chi fosse la fanciulla che, per lo spazio di una notte eterna, aveva amato.
Forse un sogno prigioniero, destinato a svanire alla luce del mattino, o la figlia incantata di quel luogo maledetto, protetta dalle insidie e dai mali del mondo da una premurosa e mostruosa genitrice, ma anche tagliata fuori dalla vera vita.
Non sapeva nulla, né s'interrogò oltre.
L'incanto era spezzato, la fanciulla libera, contaminata nel corpo e nel cuore da un essere umano, non più prigioniera della gabbia che la proteggeva.
Sfiorandole le labbra con un ultimo bacio, l'uomo si augurò che il mondo non fosse mai crudele con lei, ma si rese conto di chiedere troppo.
Nessuno può avere una vita colma di sola felicità, ma anche nel travaglio e nel dolore, nel dubbio e nella fatica, vale la pena di vivere ogni singolo, prezioso istante.
Quello era il suo dono d'amore per la fanciulla, e si augurò che lei potesse comprenderlo. Restò sulla sponda del lago finché il cielo non si rischiarò nell'incanto dell'alba.
Poi, si diede a cercare un'altra imbarcazione per tornare a riva.
di Cauchemar
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