Giunse al lago al sorgere del sole.
La luce rosa e oro dell'alba si stemperava in sfumature cangianti nelle acque immobili, ed una foschia impalpabile velava d'argento le rive erbose, impigliandosi tra le canne e i giunchi frondosi.
L'aria fresca e umida era satura del profumo dei fiori, che ovunque schiudevano le loro preziose corolle ingemmate di rugiada: digitali purpuree, anemoni dai petali di velluto, sgargianti papaveri, pallidi narcisi, rose selvatiche.
Un uccello solitario ricamava il silenzio con il suo canto acuto e melodioso, mentre il resto della foresta taceva, sospeso nell'incanto della notte che si faceva giorno.
Il cavaliere costeggiò per un poco le acque opache, reggendo per le briglie la bella giumenta dalla candida criniera. L'umidità del mattino si condensava in gemme acquoree tra i lunghi capelli, il cui colore insolito richiamava quello del cielo al crepuscolo, quando il rosa e l'azzurro si confondono in un'unica ombra, e gli occhi obliqui, nella cui iride si specchiava il mattino, scrutavano attenti le rive ammantate di vegetazione dell'isola, al centro del lago.
Un mantello di ricco velluto blu notte gli copriva le ampie spalle.
Ben presto scorse la barca, ormeggiata in un verde anfratto.
Era una semplice imbarcazione di legno scuro, con un lungo palo che serviva per manovrarla.
Assicurata la cavalla ad un albero, e dopo averla tranquillizzata con dolci parole e affettuose carezze, il cavaliere salì agilmente sulla barchetta, sciolse la funicella che la teneva legata, afferrò la pertica e cominciò a sospingere l'imbarcazione nel lago.
Le acque immobili, tagliate dalla prua, si aprivano appena, increspandosi in placide onde coronate di schiuma, e subito tornavano a richiudersi, come tendaggi di velluto.
Avvicinandosi all'isola, il cavaliere poté ben presto scorgere la sommità della torre, un'ombra scura tra le fronde degli alti alberi, contro il cielo color pastello.
Il canto dell'uccello taceva, ora, e solo il cigolio della barca era udibile, nel silenzio del mattino. Insolito, in una foresta che si risveglia...
La traversata fu breve, e, con un balzo, l'uomo atterrò leggero sulla riva fangosa, senza che i suoi preziosi stivali ne risentissero.
Benché la vegetazione fosse più fitta, rispetto alla terra ferma, vi era un sentiero che si dipartiva proprio dal punto in cui egli era approdato, perdendosi tra le fronde color smeraldo.
Sistemando, con un gesto quasi casuale, la lunga spada dall'elsa cesellata e ingemmata che portava al fianco, il cavaliere s'incamminò lungo il sentiero, consapevole del fatto che qualcuno l'aveva aperto appositamente per lui, così come per lui aveva approntato la barca sull'altra riva.
La foresta era quanto mai silenziosa: non una fronda si muoveva, nessun uccello cantava, e se vi erano animali nel fitto sottobosco muscoso, essi dormivano un sonno profondo come la morte.
Lo stesso cavaliere, comunque, si muoveva in silenzio, e i suoi morbidi stivali producevano un rumore appena percettibile, sul tappeto di foglie.
Il sentiero lo stava conducendo, naturalmente, verso la torre, ma prima ancora che potesse giungervi in vista sentì un vento gelido attraversarlo, e udì distintamente una voce chiamare il suo nome.
Con un unico movimento fulmineo, egli si girò in direzione del richiamo, e già la sua splendida spada brillava nella luce del mattino.
"Abbassa la tua arma, straniero dai capelli d'alba", gli intimò la voce, ma già egli aveva calato l'argentea lama.
Il suo interlocutore non era di quelli che temono l'acciaio...
Una figura evanescente era comparsa, nel punto da cui proveniva la voce, e andava prendendo la forma, seppur vaga, di un uomo.
Dalle vesti e dalle armi che portava risultava evidente che in vita si era trattato di un cavaliere.
"Non è contro di noi che devi rivolgere il tuo acciaio.", continuò lo spettro.
La sua voce sembrava provenire da qualche parte, in fondo al lago.
"Tu conosci il mio nome.", osservò il cavaliere.
"Noi conosciamo tutto. La morte ci ha resi saggi...", rispose lo spettro"...e tuttavia troppo tardi.", concluse amaramente.
"Raccontami cosa è accaduto a te e agli altri", domandò cortesemente l'altro.
Infatti percepiva l'accostarsi di altre figure spettrali, che tuttavia restavano in disparte, tra gli antichi alberi, come timorose di svelarsi: erano tutti giovani uomini, vestiti di armature di nebbia e armati di spade di fumo.
"Come te giungemmo al lago, chi ignaro della leggenda, chi ben sapendo cosa andava cercando sull'isola incantata. Ma noi tutti fummo colpiti dalla stessa sorte.".
Un sospiro dolente scaturì dal petto dell'apparizione, e ad esso fecero eco i sospiri dell'intero congresso di spettri tra gli alberi.
Lo straniero sorrise, con simpatia: "Capisco la vostra tragedia. Ma dal momento che tutti siete stati vittima dello stesso nemico, nessuno ha mai pensato di avvertire chi è venuto dopo di lui, onde evitargli la stessa sorte?...".
Lo spettro scosse il capo: "Tu non sai...La vista di lei rende vano ogni avvertimento.
Chi, messo in guardia da uno spirito infelice, giunse alla torre con l'intenzione di porre fine all'incanto, perdette la propria anima e la propria volontà nel momento in cui la vide sorridere dalla finestra.", e soggiunse: "Tu stesso, benché messo in avviso da noi, con il tuo acciaio e la tua abilità sarai destinato a perire, e ad aggiungerti alle nostre file.".
L'uomo parve valutare per un istante la possibilità.
"Sì... Credo che non mi piacerebbe più di tanto.", disse subito, quasi scusandosi.
"Ma, se ciò che dici è vero, temo di non avere molta scelta.".
"Non ce l'hai, infatti.", lo interruppe lo spettro " e nel momento stesso in cui la vedrai, scoprirai che nulla vi è di più dolce che restare qui, a vegliarla, per l'eternità.".
Il cavaliere ringraziò lo spettro.
Francamente cominciava a trovare la conversazione alquanto noiosa, ed era sempre più curioso di raggiungere la torre.
"Dal momento che, a quanto pare, avremo parecchio tempo per discorrere nell'eternità a venire" si scusò, riponendo la spada nel prezioso fodero "per ora ti lascio. Grazie per il comitato di benvenuto.".
Così dicendo, sempre con un sorriso smagliante sul volto perfetto, il cavaliere s'inchinò, e riprese la sua marcia attraverso il bosco, alla volta della torre.
Si trattava di una semplice costruzione a base rotonda, grossi blocchi di pietra scura posti gli uni sopra gli altri, macchiati di muschio e licheni.
Il cavaliere valutò rapidamente che poteva essere alta una trentina di metri.
Compiendo un rapido giro intorno alla base, scoprì che non vi era che una porta per entrare, due battenti lignei posti sotto un arco di pietra, rozzamente scolpito con figure di animali.
Si accostò alla porta, deciso ad entrare, e subito avvertì un gelo mortale emanare dai battenti chiusi, insieme ad un forte sentore di corruzione e male.
Ritrasse la mano, colpito dall'intensità di quella sensazione, e fu allora che una voce soave lo raggiunse, spingendolo ad allontanarsi dalla porta, e a sollevare lo sguardo verso la sommità della costruzione.
Benché il suo cuore fosse in gran parte immune alle emozioni comuni agli uomini, e quasi non conoscesse la paura, né fosse facile allo stupore, ciò che vide lo turbò, tanto da fargli dimenticare, per un momento, perfino il suo nome.
Da un'alta finestrella, posta quasi in cima alla torre, si affacciava un volto di donna.
Dal punto in cui si trovava, egli poteva scorgere solo pochi particolari della figura, che tuttavia sembrava risplendere di luce propria, rivelandosi in tutta la sua sublime bellezza.
Con i capelli color della fiamma, la pelle candida come crema di latte, ella sorrideva dall'alto della torre, modulando tra le labbra di rosa la sua canzone senza parole.
Il cavaliere si sentiva vagamente ebbro: nulla aveva mai veduto di altrettanto desiderabile di quegli occhi che gli sorridevano tra le ciglia dorate, del seno niveo che premeva voluttuoso sotto il ricco abito color zafferano, delle belle braccia che si protendevano dal davanzale, invitandolo con movimenti sinuosi a salire.
Non più padrone delle proprie azioni, tornò alla porta di legno, e, senza esitazione, spinse il battente di destra, ed entrò.
Fu come se la torre stessa lo investisse col suo alito mefitico, e l'ombra umida dell'interno lo assalisse, trascinandolo dentro con tentacoli di tenebra.
Senza rendersene conto, si ritrovò oltre la porta, ed il battente si rinchiuse dietro di lui con un tonfo sordo.
Gli parve di sentire una risata scaturire da qualche parte, intorno a lui, ma non riuscì ad individuare da dove giungesse. In realtà, gli parve che fossero le mura stesse a ridere.
Scrutando la tenebra intorno, fece scivolare la spada fuori dal fodero, e anche in quell'ombra malsana la lama brillò, come forgiata da una stella.
Attese per un momento che i suoi occhi si abituassero all'oscurità, poiché aveva imparato molto tempo prima a vedere nel buio quel tanto che bastava per non farsi cogliere di sorpresa, e poi prese ad avanzare cautamente lungo il corridoio.
Il pavimento era coperto di detriti di varia natura, e risuonava ad ogni suo passo, sebbene egli cercasse di muoversi silenziosamente.
Evidentemente la bella signora della torre non scendeva molto spesso ai piani inferiori, visto lo stato di devastazione e abbandono in cui vertevano...
Passò davanti ad un'arcata di pietra, che si apriva sul corridoio, e fu investito da un intensissimo odore di putrefazione.
Scrutando nell'oscurità ancora più fitta, intravide il biancheggiare delle ossa, sul pavimento. Mosse un passo all'interno della stanza, e fu allora che tutto ebbe inizio.
Fu come se la pietra stessa su cui poggiava il suo piede si fosse improvvisamente disciolta, facendolo affondare in una sostanza limacciosa.
Non fece in tempo a riaversi dalla sorpresa, che un tentacolo fatto della medesima melma si protese dalla parete alla sua destra, per ghermirlo.
Fortunatamente, lo sbilanciamento causato dal piede intrappolato lo costrinse a chinarsi, evitando la seconda insidia.
Ma ormai da ogni parte, intorno a lui, scattavano quelle trappole mortali.
Il pavimento si sollevava sotto i suoi piedi, come una coperta agitata da un insonne, mentre le pareti e il soffitto si protendevano verso di lui, con le loro braccia di melma. Roteando la spada furiosamente, il cavaliere si proteggeva.
In qualche modo, la lama penetrava quelle protuberanze, che si ritraevano, e gemiti e ruggiti facevano da sottofondo a quel combattimento impari.
Con un colpo preciso, liberò il piede dalla morsa del pavimento, e si lanciò fuori dalla stanza, nel corridoio.
Subito le pietre alle sue spalle presero a sollevarsi, come se l'intera pavimentazione fosse divenuta una gigantesca e mostruosa lingua che ,avvolgendosi su se stessa, cercava di intrappolarlo.
Correndo dalla parte opposta, raggiunse una stretta scala di legno, che saliva lungo il fianco della torre.
Aggrappandosi ai gradini prese a salire, ma, ad un certo punto, anche la scala parve acquistare vita propria, e, staccandosi dalla parete, iniziò ad oscillare nel vuoto, come un grande serpente.
L'uomo non mollò la presa, benché ogni sferzata della scala minacciasse di mandarlo a sfracellarsi contro un muro.
Aveva scorto una porticina, poco più in alto, probabilmente la sua sola possibilità di salvezza.
O, ancora più probabile, il preludio ad altri orrori.
Proprio allora un suono raccapricciante lo spinse a guardare in basso.
Il pavimento della torre era scomparso, lasciando posto ad una sorta di enorme bocca di fango, che si apriva e si chiudeva, rivelando un abisso oscuro e tumultuoso.
La scala, come obbedendo ad un ordine, oscillò verso l'apertura della voragine, e l'uomo capì che vi sarebbe stato scagliato dentro.
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di Cauchemar