L'enorme disco dorato al di là delle montagne si fece vermiglio e discese dietro i picchi perennemente innevati del Nord, cedendo il posto al suo gemello argentato, mentre le prime stelle si affacciarono dolcemente nel mantello del cielo in cui tinte soffuse e dolci già dominavano i boschi, i monti, le enormi distese d'acqua ed accompagnavano una tenue brezza serale che accarezzava timida le creature delle Terre Brulle.
Moran si sentiva proprio come una di quelle creature, in pace, solo, senza preoccupazioni e, apparentemente lontano dai pericoli…aveva solo un pensiero rimbombante nel suo cervello: lo spirito dei boschi che neanche tre giorni prima aveva accompagnato il suo risveglio col suo dolce tocco e che da allora aveva popolato i suoi sogni; 'Se solo trovassi una donna così; se avessi un Anello dei
Desideri desidererei una leggiadra fanciulla più bella di un angelo che mi stia accanto per sempre.
Non voglio altro dagli dei, solo questo…!'
Si addormentò sulla scia di questo pensiero e con l'immagine del Dejen con la spada nera che, suo malgrado gli restava scolpita nella mente.
Quando le prime luci dell'alba segnarono il rientro nelle loro tane alle creature notturne e l'inizio di un nuovo giorno per tutti gli altri esseri del pianeta, Moran si fece coraggio e riprese il suo peregrinare nelle Terre Brulle fino a quando vide, al di là di un'altura, un minuscolo castello posto al centro di un altrettanto minuscolo appezzamento di terra, privo di mura e di fossato, ma con lo stendardo di un casato.
Doveva essere un feudo marginale di un regno ben più vasto.
Moran decise di chiedere ospitalità per qualche giorno; si ripromise di ripagare l'ospitalità esercitando le mansioni del più umile scudiero.
Giunto in prossimità del ponte levatoio, abbassato e privo di guardie, con molta discrezione entrò, anche se per un attimo ebbe il sospetto che fosse totalmente disabitato.
Si sbagliava; dopo otto o dieci passi, infatti, un guerriero con una lunga lancia ed una cotta di maglia gli sbarrò la strada:
"Chi sei straniero? Non sai che è vietato gironzolare per il castello di sua Maestà Black Moon?"
"Chiedo perdono cavaliere" rispose molto cortesemente " il ponte era aperto e non vedendo nessuno a cui domandare soccorso contro la mia volontà mi sono fatto coraggio e sono entrato; lungi da me l'idea di disturbare un così nobile cavaliere, servo di un altrettanto prestigioso sovrano!"
"Mmh," tentennò il rozzo guerriero "la tua lingua è alla pari del tuo occhio, straniero, tu sì che sai riconoscere la nobiltà; seguimi, ti annuncerò al nostro sovrano che potrebbe mostrarsi clemente ed offrirti riparo per questa notte!"
"Deve essere proprio tonto!" disse tra se, "tuttavia il primo ostacolo è superato!"
Dopo un breve corridoio giunsero davanti ad una piccola porta di legno.
La guardia bussò ed aprì di scatto la porta, penetrando nella stanza, addobbata in modo modesto, quanto tutto il castello, vuoto e grigio quanto la tana di un pipistrello.
"Perdonatemi Sire, sono venuto fin qui da molto lontano a chiedervi ospitalità per questa notte; potrò ripagarvi col lavoro."
Mentre parlava lanciava sguardi per tutta la stanza, cercando l'arredamento, ma le uniche cose che trovò furono: un arazzo sfilacciato, appeso dietro il trono, una vecchia libreria con pochissimi tomi consumati dal tempo ed un grande tavolo di quercia, al centro della stanza.
Poi il suo occhio cadde sulla figura del Re Black Moon: un elfo piuttosto alto per la sua categoria, con occhi vispi e labbra tinte di nero; un'armatura semplice di piastre, un mantello bizzarro, nero esternamente e rosso all'interno, ricoperto di una strana sostanza granulosa che creava strani effetti di luce; una spada, molto bella, tutta ingioiellata, adorna d'oro sul manico e sull'elsa biforcuta, a spicchi ricurvi, due verso il basso e due verso l'alto.
Questa aveva due rubini romboidali posti a 45° l'uno di fronte all'altro ed un filo d'oro che formava un rettangolo con gli spigoli inferiori arrotondati e quelli superiori accentuati, il suo interno era diviso in quattro triangoli nella parte superiore e tre in quella inferiore, che si intersecavano; tutto quel disegno, dava l'impressione di un volto stilizzato. Come se non bastasse, l'oggetto sembrava che si muovesse ad intervalli regolari.
Moran rimase per parecchio tempo con lo sguardo fisso sulla spada, fino a che la sua attenzione non fu richiamata dalla voce di Black Moon che diceva:
"Accetto! Ma non mi sognerei mai di farti lavorare alle cucine o come scudiero; tu mi ripagherai essendo, d'ora in poi, mio compagno d'armi".
"Come vuole Sire Black Moon! Accetto!"
"Solo Black Moon, te ne prego…! Bene amico, dimmi il tuo nome ed unisciti alla mia mensa."
"Mi chiamo Moran, Moran detto "il Pazzo" e sono onorato di dividere con te il tuo cibo!"
"Come mai 'il Pazzo'?"
"E' una lunga storia…!"
Si sedettero a tavola e, mentre i servitori allestivano il banchetto, in una maniera del tutto inusuale per un castello, Black Moon prese la parola:
"Allora, Moran, da dove vieni?"
"Elnar. E' molto piccola ma meravigliosa!"
"Si, ho avuto modo di visitare quella cittadina. Quand'ero bambino io e mio nonno sostammo lì per una notte. Come mai ti sei spinto tanto lontano?"
"Sono in cerca di avventure!"
"E ne hai trovate?"
"Solo una frode!"
"Sei stato a Kerwengar, vero?
"Esatto!"
"Ed hai conosciuto Barghel lo Stregone?"
"Esatto di nuovo, ma come hai fatto a capirlo?"
"E' semplice, tutti quelli che passano di qui e dicono che hanno trovato solo delusioni invece di un grasso bottino sono passati da Kerwengar ed hanno conosciuto lo Stregone. Ma te lo dico io, quel ciarlatano incontrerà il dio dei Morti molto presto!"
"Perché dici questo?"
"Perché sono in molti a volere la sua testa su un piatto, chi per un motivo chi per un altro!"
"Ti riferisci a qualcuno in particolare?"
"Sei molto arguto Moran! In effetti si, sto parlando dell'Imperatore Eclisse Nera!"
"Il Dejen?"
"Ah, vedo che hai avuto già il piacere di incontrare lui ed i suoi loschi compagni e servitori?"
"Si, c'era un elfo che chiamavano Il Lupo di Ghiaccio ed un uomo con una profonda cicatrice sulla guancia."
"E' un chierico, si chiama Master Blaster; quella cicatrice gliel'ha procurata quella sua infernale mazza col teschio, la Mazza di Hela!"
"Hela? E' una dea degl'Inferi se non sbaglio."
"Infatti. Il prezzo da pagare per possedere la sua Mazza è avere il volto deturpato, per sempre…! Per quanto riguarda l'elfo, possiede una delle mitiche Dragonlance."
"Dragonlance? Non ne ho mai sentito parlare!"
"Sono le Lance dei Draghi. La leggenda dice che sono state create in un pianeta non molto lontano da qui chiamato Krynn; Duncan Ironweaver, creò ventisette lance magiche: venti di queste erano destinate ai Cavalieri delle Lance di Krynn, le restanti sette furono portate sul nostro pianeta dal dio Paladine in persona ed affidate al Grande Drago di Luce, il sovrano di tutti i draghi qui a Ybenor. Su Krynn nessuno conosce questa storia, per loro le Dragonlance sono sempre state venti."
"Interessante. Cosa sai di Eclisse Nera?"
"Quasi niente; so solo che possiede la più potente spada dopo la sacra Excalibur e come se non bastasse è riuscito ad impossessarsi dello scudo della Luna Nera!"
"Spero di non dover affrontarlo mai!"
"Su questo non potrai dubitare; siamo al suo servizio!"
"Come hai detto?"
"Siamo al suo servizio. E' lui che mi ha dato questo castello, mi ha proclamato re del feudo e mi ha dato anche alcuni servitori. Mi ha premiato per la mia destrezza in battaglia. Sai, una volta ho ucciso un Gigante delle colline con le mie mani e nella sua grotta ho trovato questa spada…"
Afferrò l'arma e la scaraventò sul tavolo, rovesciando una coppa di vino.
Fu allora che i rubini romboidali sull'elsa brillarono intensamente ed il rettangolo d'oro si mosse schiudendosi e contraendosi fino ad emettere un suono metallico che ricordava la lingua Comune del pianeta:
"…sta' attento stupido elfo maldestro!"
A quella manifestazione, Moran balzò in piedi indietreggiando per lo stupore e facendo rotolare lo sgabello su cui era seduto sul pavimento.
"Non temere," intervenne subito Black Moon, "e la bizzarra caratteristica che hanno tutti gli artefatti; è un po' scorbutica ma è un'ottima spada."
"Ne ho abbastanza per sta' notte; vado a dormire!" disse Moran ancora stupito e con gli occhi sgranati fissi su quella strana spada che ora aveva assunto nuovamente una posizione di quiete.
"Ah,ah,ah,ah," rise di gusto Black Moon, "ora ti mostro la tua stanza, seguimi, è accanto alla mia."
Moran si svegliò che era ancora buio.
Il suo cuore aveva sopportato troppe emozioni in un tempo troppo breve, e quello che aveva visto, non era che l'inizio!
Si alzò dal letto ed andò alla finestra spalancata che offriva la vista delle montagne sovrastanti un piccolo lago.
Il primo raggio di Shellan fece capolino, tenue, dalle sagome tondeggianti, scure dei monti, raggiungendo i prati e le foreste, i fiori ed il piccolo lago che brillò argenteo, le colline ed il castello. Il tetro colore della notte scemò pian piano e le ridenti tonalità dell'alba cominciarono a tinteggiare le nubi.
Moran rimase in piedi a fissare quello spettacolo, quando all'improvviso, Black Moon irruppe nella stanza dicendo:
"Moran, amico, l'impresa che tanto cercavi è giunta!"
"Di che parli?", rispose il giovane. "Eclisse Nera vuol metterci alla prova; ci ha ordinato di superare una prova al Castello Nero e se riusciremo ad uscirne vivi, ci offrirà una lauta ricompensa ed il diritto di far parte delle schiere del suo esercito!"
"E' una grande notizia…!" rispose Moran alquanto dubbioso e preoccupato, "…ma cosa ti fa pensare che riusciremo ad uscire vivi da lì?"
"Non c'è nulla da temere, è solo un castello diroccato abitato da qualche goblin o magari da qualche spettro. Noi dobbiamo solo recuperare la pergamena che ci permetterà di uscire da quel luogo, dopo di che sarà un'impresa di poco conto. Allora, accetti?"
"Dopo tutto devo ripagarti della tua ospitalità…!"
"Significa che accetti?"
"Significa che accetto!"
"Ah, sapevo di poter contare su di te, amico."
"Spero di non pentirmene!" disse infine tra se e seguì Black Moon per tutti i corridoi della sua dimora, fino ai due cavalli già approntati per il breve viaggio fino al Castello Nero.
Alle spalle della rocca di Black Moon, si sviluppava una stradicciola sassosa che penetrava nell'Altopiano di Saroth, fiancheggiava un'esigua catena montuosa e raggiungeva il Castello Nero, una fortezza diroccata e da anni abbandonata dagli uomini, costruita con pietra scura ed un tempo ricoperta di marmi opachi.
Ora aveva la triste fama di castello infestato dalle peggiori creature diaboliche.
Giunti in prossimità del ponte levatoio, in frantumi, i due avventurieri ristettero un momento, Black Moon con un sorrisetto altezzoso ed uno sguardo di sfida, Moran circospetto e sempre più preoccupato.
"Non perdiamo tempo" disse infine il guerriero, "entriamo…!"
Con passi decisi, i due varcarono la soglia e si ritrovarono dinanzi ad un corridoio di cui non si riusciva a scorgere la fine, avvolto com'era nelle tenebre più fitte; il sole illuminava solo la parte iniziale di quella nera via e quando la luce dei suoi raggi dovettero cedere le armi alle ombre della costruzione, c'erano solo due flebili fiamme a procedere e a squarciare come meglio potevano le tenebre: le torce dell'elfo e del guerriero che a malapena facevano scorgere i loro lineamenti tremolanti e pochi particolari delle pareti ai loro lati e del pavimento sotto di loro.
Black Moon, spavaldo, guidava la marcia e con incedere sicuro, a grandi falcate, coprì velocemente la distanza che separava loro da un bivio.
Destra o sinistra? Black Moon si diresse a sinistra, d'impulso, senza pensare e si ritrovò subito a dover fare un'altra scelta: tre porte spezzavano la monotonia del corridoio: una di fronte a loro, una sulla parete di destra ed una su quella di sinistra.
Ancora molto precipitosamente, Black Moon afferrò la maniglia ed aprì la porta di fronte a loro.
Varcata la soglia si trovarono in un altro corridoio, più ampio dei precedenti; il pavimento era ricoperto da una fitta coltre di nebbia e la pareti laterali, ornate ritmicamente da lunghi piedistalli sormontati da orrende statue di pietra, si perdeva nel buio.
I due avanzarono, le spade sguainate, facendo attenzione a quello che calpestavano, guardando inorriditi quelle abominevoli statue dai volti umani e dal corpo d'aquila.
"Non ho mai visto niente del genere!" disse Moran. "Sono Arpie; sanno essere spietate con i viaggiatori incauti!
"Se ci sono queste statue significa che ce ne saranno degli esemplari qui nel castello?"
"E' probabile; basta tenere gli occhi aperti e fare affidamento sulla percezione."
"Percezione?"
"E' una caratteristica degli elfi…sta' tranquillo, ti proteggerò io!"
"Confortante…!" disse tra se e poi…"Guarda…!" Indicò una delle Arpie.
"Che c'è di strano?" chiese Black Moon.
"Guarda nella sua zampa destra!"
"Per gli dei, ghermisce una pergamena con i suoi artigli; è quella che cerchiamo. Forza amico, liberiamola dalla roccia!"
Black Moon sollevò la spada e sferrò un fendente alla statua scheggiandole una zampa dalla quale fuoriuscì un rivolo di sangue.
Proprio in quel momento quel freddo blocco di roccia ebbe un sussulto ed il grigio piumaggio di pietra si fece più scuro, poi blu profondo come un cielo notturno ed infine nero come la pece.
La statua prese vita e cominciò a muovere la testa, urlando e facendo ruotare gli occhi lividi iniettati si sangue; sbattendo furiosamente le ali si staccò dal piedistallo e prese il volo.
"Sta fuggendo, presto inseguiamola!" urlò Black Moon, ma immediatamente udirono alle loro spalle un rumore sordo e secco: la pesante porta di legno si era chiusa e qualcuno o qualcosa l'aveva bloccata!
"Non importa, troveremo l'uscita grazie alla mappa; prendiamo quell'uccellaccio!"
Cominciarono a correre all'inseguimento della creatura che volò all'interno del corridoio fino ad arrivare a un cunicolo nascosto dall'ombra che difficilmente Moran e Black Moon riuscirono ad individuare; scesero rampe di scale, passarono faticosamente attraverso pareti di roccia, superarono stanze e corridoi costellati di trappole a pressione che scattarono immediatamente al passaggio dei due avventurieri, ma niente di tutto questo riuscì a fermare la loro corsa, fino a quando Moran schiacciò un mattono sporgente sul pavimento azionando l'ennesima trappola: una botola di aprì sotto di loro facendoli precipitare ad un livello inferiore.
Si trovarono in un'ampia caverna. Dando una rapida occhiata al luogo, notarono le pareti trasudanti di melma fetida e sudiciume, cenci, cenere, schegge di legno, pezzi di ferro ed ossa umane sparpagliate sul pavimento, sei rudimentali seggi di legno ricavati da ceppi di quercia ed un tavolo, attorno al quale stavano banchettando un mucchio di creature piccole e rachitiche, dalla pelle verdastra, le cui unghie affilate e denti aguzzi si accanivano su pezzi di carne cruda, dilaniandola e masticandola con avidità.
Appena le creature udirono il tonfo sordo dei due avventurieri, raccolsero le loro armi, gettate tra il letame e la melma putrescente che colmava il loro giaciglio e si lanciarono furiosamente contro Moran e Black Moon che subito, spalla contro spalle, sguainarono le loro spade e cominciarono un aspro duello contro quei mostriciattoli verdastri e ringhianti.
Le teste volarono, i corpi furono trafitti ed il sangue come linfa sgorgò a fiumi, finché, dopo pochi minuti, ci furono solo cadaveri decapitati e trucidati.
"Maledetti Goblin…!" esclamò Black Moon, inguainando la sua spada nera che ancora fremeva animata dall'impeto della battaglia e soddisfatta per l'esito del combattimento.
"Su Moran, cerchiamo di trovare una via d'uscita per tornare al piano superiore, queste creature dovevano pur vedere la luce del sole qualche volta!" disse Black Moon all'amico ancora scosso ed ansimante per lo scontro, mentre si puliva il volto macchiato dal sangue dei goblin.
Trovarono subito una piccola rampa di scale che saliva e percorsala tutta si trovarono in un altro corridoio che sfociava in un'ampia stanza circolare con tre archi che introducevano tre cunicoli. Black Moon ristette un attimo e poi a colpo sicuro imboccò il sentiero di centro.
"Da questa parte…" urlò a Moran che subito rispose
"…ma come fai a sapere che è la strada giusta?"
"Ho sentito la presenza delle arpie, hanno la nostra mappa, su corri!"
Si affrettarono percorrendo a velocità sostenuta tutto il corridoio, fino a quando videro in lontananza le due creature volanti.
Moran istintivamente sguainò la spada, si arrestò di colpo e scagliò l'arma con tutte e due le mani contro la creatura che si schiantò al suolo stroncata dal pesante colpo subito.
L'altra arpia continuò il suo volo e sparì nell'ombra.
Con la spada che la infilzava e la inchiodava al pavimento, l'arpia, agonizzante ed in fin di vita, stringeva ancora la mappa nella zampa.
Black Moon spavaldo allungò la mano ed afferrò la pergamena, porgendola a Moran con aria soddisfatta.
La mappa indicava un passaggio segreto nel "corridoio delle arpie", che portava all'esterno…

di Michelangelo Maiullari