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Le mura che dividevano Kerwengar dalle terre brulle alle sue spalle, dalla foresta sulla parte anteriore, dalle colline ad occidente ed dal porto ad oriente erano davvero ciclopiche, fatte di pietre di granito e ricoperte di marmi policromi, sulla cui sommità svettavano dei merli decorati d'oro e d'avorio recanti, scolpite a bassorilievo nel marmo, le icone del dio Nettuno, dio dei mari, raffigurato in gesta mitiche.
Il portone a due ante, ingioiellato, decorato con volute d'oro intervallate da pietre preziose, era sempre aperto durante il giorno, sorvegliato da un plotone di guardie regie, armate di tutto punto e chiuso di notte.
'Nell'ammirare tanto sfarzo lo sguardo si perde nella grandiosità delle costruzioni' osservò Moran una volta trovatosi davanti al gigantesco portone e poi alla strabiliante città, ricca di forme e colori al di là di ogni immaginazione. Moran era solo uno dei tanti avventurieri che capitavano accidentalmente o di proposito a Kerwengar, ma a differenza degli altri, egli non aveva mai viaggiato prima, non aveva mai visto il mondo e tantomeno città come Kerwengar; quindi, ogni particolare di quell'affascinante città, attraeva la sua attenzione ed ipnotizzava la sua mente.
Comunque, lo sfarzo e la pomposità della città e dei suoi abitanti non gli fece dimenticare il motivo per cui si era spinto così lontano dalla pacifica cittadina Elnar, suo luogo natale, ed era oltretutto, il motivo comune che spingeva tutti gli avventurieri in quel paradiso: acquistare prestigio portando a termine missioni e compiti che provenivano direttamente dal re, in modo da far conoscere il proprio nome ai nobili e conquistare magari anche un posto rispettabile nell'alta società di Kerwengar.
Moran avrebbe conquistato più fama di quanto si aspettava o di quanto avesse potuto desiderare ed il suo nome era destinato a rimanere sulla bocca di tutti per molti secoli e scolpito sulle mura dell'universo molto più a lungo.
L'occasione che cercava certo non si fece aspettare: poche ore dopo il suo ingresso nella città, vide giungere su una carrozza non meno sfarzosa di tutto quello presente in città, che trasportava un uomo barbuto, seduto comodamente sui sedili di velluto rosso.
Portava una tunica nera ornata di drappi di seta bianca ed un mantello, nero come la tunica all'esterno ma foderato di tessuto rosso, bloccato da un medaglione raffigurante un sole, il simbolo di Kerwengar.
Il cappuccio era rivoltato sulle spalle, quindi si intravedeva, attraverso le tendine che coprivano le finestre della carrozza, una scarsa capigliatura grigiastra e mossa; le folte sopracciglia si alzavano spesso e al contempo la fronte si corrugava mentre guardava distrattamente la folla che si scostava dalla strada o che si inchinava al passaggio della carrozza.
Moran notò che l'uomo abbracciava pigramente un bastone ricurvo terminante in una gemma azzurra screziata di bianco; doveva trattarsi di un mago.
"Chi è quell'uomo?" chiese Moran ad un mercante accanto a lui che, poggiato il suo traino pieno di frutta, si era inchinato per salutare il ritorno della corte del re:
"E' il mago Barghel, primo consigliere del nostro re!"
"Barghel il Mago." Ripeté tra se Moran e poi aggiunse:
"Forse è l'uomo che cerco!"
Poco dopo la carrozza si arrestò al centro della piazza principale, nei pressi di una sontuosa fontana ornata con statue di delfini in basso, tritoni più in altro ed un'imponente statua del dio Nettuno al centro, in alto, in direzione della quale, a circa ottocento piedi di distanza, si intravedeva il sontuoso castello del re.
Barghel scese lentamente e goffamente, impedito dal lungo bastone che cozzava contro il tetto della carrozza, liberando curiose scintille bianche che fluttuando dolcemente, si perdevano nell'aria.
Accompagnato da due guardie ed affiancato da un uomo in tunica bianca che reggeva molte pergamene, Barghel salì su un podio di legno costruito per l'occasione e tratta una pergamena dal mucchio disordinato che l'uomo reggeva, la svolse e con aria solenne ne lesse il contenuto:
"Il saggio Kerly, nostro sovrano proclama che chiunque ardisca cimentarsi in una prova di abilità e coraggio per il bene della nostra amata Kerwengar, può presentarsi al tramonto del sole nello stesso luogo di declamazione della presente e partire dopo le dovute indicazioni del nostro Primo Ministro per l'impresa qui descritta: tutti sanno che da molto tempo i gobelin infastidiscono gli abitanti della nostra amabile città con le loro scorribande ed importunano i mercanti impedendone i commerci.
E' intenzione del nostro sovrano porre fine alla malvagità dei goblin mandando un manipolo di eroi nelle terre brulle affinché distruggano le loro tane e liberino Kerwengar dalla loro infesta presenza."
Moran era eccitato quanto un giovincello durante la sua prima uscita di caccia e fremeva per l'impazienza di misurarsi con mostri di qualsiasi specie ed affrontare magie di qualsiasi provenienza, tanto che si presentò a luogo dell'appuntamento circa tre ore prima.
Passeggiava nervosamente su e giù per la piazza della fontana dove quella stessa mattina Barghel aveva letto il proclamo di Sua Maestà Kerly ed il suo incedere frenetico si confondeva con la turbolenza dei mercanti intenti a trasportare i più svariati tipi di merci, degli acquirenti, dei nobili, degli artigiani e anche dei contadini che saggiavano e valutavano le merci e dei cavalieri, dei chierici, dei maghi e di molte razze di semi-umani che sostavano nelle taverne o che passeggiavano, fino a quando il fervore della città scemò con la scomparsa del sole alle spalle del castello del re.
Subito dopo il tramonto Moran scorse i primi avventurieri procedere lentamente e con tutta calma verso il luogo d'incontro, forse ancora ebbri per il vino o gonfi per l'abbondante quantità di cibo avidamente ingurgitato durante un impegnativo simposio tenuto in una delle innumerevoli locande di Kerwengar.
Si radunarono una ventina di uomini, tra guerrieri, maghi, chierici e sei semi-umani, tra i quali due soli nani.
Il primo ministro del re giunse poco dopo scortato da due guardie ed avvicinatosi alla torma che si accalcava impaziente, avendo osservato pensieroso la massa, disse:
"Tutti conoscono qui a Kerwengar l'incredibile astuzia di quegli ignobili mostriciattoli verdognoli che tutti voi siete impazienti di schiacciare, ed è per questo che il plotone che verrà mandato a stanare e distruggere gli orribili esseri dalle orecchie a punta non dovrà superare le sei unità; in questo modo sarà facile ingannare gli immondi animali che quello che si trovano davanti altro non è che un gruppo di sprovveduti avventurieri capitato lì per l'ironia della sorte; è nostra intenzione dunque sottoporvi ad una prova di abilità e di coraggio prima della partenza che avverrà domani all'alba, per selezionare i sei avventurieri suddetti.
Sarete scortati nella torre principale di Shilves, provincia di Kerwengar, dove dovrete superare un labirinto; quelli che usciranno dalla torre dopo due giri di clessidra, avranno superato la prova. Sono gia pronte sette carrozze che vi scorteranno a Shilves; lì avrete altre istruzioni."
Detto questo il primo ministro del re rimontò sulla sua carrozza e si diresse nuovamente al castello, mentre le sette carrozze che avrebbero scortato gli avventurieri, sopraggiunsero subito dopo.
Shilves distava da Kerwengar circa tre ore di cavallo; era una minuscola cittadina e solo le sue sette torri, sei lungo il perimetro della città e la settima, la destinazione dei nostri avventurieri, nel centro, la distinguevano dalle campagne circostanti.
Nonostante il percorso accidentato, il viaggio fu breve ed emozionante, soprattutto per Moran che vedeva in quelle torri il suo sogno che si realizzava; di lì a poco avrebbe cambiato idea!
Giunti dinanzi al portone principale, i ventisei partecipanti furono bendati e condotti attraverso infiniti corridoi contorti, porte bloccate da pesanti chiavistelli e cunicoli molto stretti ed angusti, fino ad una stanza quadrangolare avente quattro porte.
I 'concorrenti' furono liberati e videro chi li aveva scortati attraverso la torre fino a quella stanza: un ometto buffo con un vestito variopinto ed uno strano copricapo con un sonaglio alla sua estremità a cuspide che disse:
"Questo è il punto di partenza per la vostra prova; dovrete dimostrare grandi doti di coraggio ed abilità per superare il labirinto; i primi sei uomini che usciranno dalla torre prima dei due giri di clessidra, potranno partire per i boschi dei goblin ed offrire i loro servigi per la nostra amata Kerwengar; in cambio sarà elargito a ciascuno un cospicuo premio in danaro. Buona fortuna!"
Un profondo inchino ed una piroetta precedettero la dissoluzione dell'ometto in tanti corpuscoli luminosi che si dissolsero nell'aria.
"Forza amici, incamminiamoci; prima usciremo da questo luogo prima partiremo per la nostra missione!" Esortò un guerriero.
"Hai ragione, perché indugiare ancora?" un altro.
"Io prenderò questa direzione," disse infine un mago imboccando la porta a Nord ed un gruppetto di cinque uomini andò con lui; dei venti avventurieri in gara, otto entrarono nella porta a Sud, cinque presero quella ad Est e gli ultimi sette, quella ad Ovest; Moran si accodò a quest'ultimo gruppo formato da due guerrieri, lui compreso, tre maghi e due nani.
Giunti quasi subito, dopo un breve corridoio formato da lastroni di pietra, in prossimità di altre quattro porte, il gruppo decise di dividersi, sotto suggerimento di uno dei due maghi (che in verità voleva allontanarsi quanto più possibile dai nani che facevano parte di quella compagnia, vista la secolare ostilità che regnava tra le due razze).
Così ci fu una netta separazione del gruppo per razze: i tre maghi in una direzione, i due nani in un'altra ed i due guerrieri in un'altra ancora. Moran, come al solito attese che tutti facessero la prima mossa e, dopo che i maghi ebbero imboccato la porta all'estrema destra ed i nani quella accanto, disse, rivolto al guerriero che avrebbe dovuto accompagnarlo in quell'avventura:
"Bene amico, ora noi dove andiamo?"
"Il mio sesto senso mi suggerisce di prendere l'ultima porta; secondo me ci porterà direttamente all'uscita!"
"D'accordo, proviamoci".
"Prima di entrare" disse Moran "dimmi come ti chiami, sicchè possa almeno sapere con chi ho viaggiato nel caso in cui le nostre vite si estinguessero qui!"
"Sei molto pessimista straniero! Il mio nome è Thoran, detto l'invincibile. Tu invece chi sei?"
"Moran… Ora possiamo procedere!" Varcata la soglia, i due avventurieri si trovarono davanti ad un lungo corridoio scavato nella roccia, evidentemente quello strano individuo che li aveva accompagnati, li aveva condotti nel sottosuolo.
Chiusa la porta alle loro spalle, gli unici sovrani in quel luogo erano l'oscurità ed il silenzio che, però, furono subito rotti dalla fioca luce della torcia che Thoran cacciò subito di tasca e dai passi dei due guerrieri che, guardandosi attorno circospetti, procedevano lentamente, osservando il suolo e le pareti ad ogni passo.
Dopo venti metri circa la parete destra del corridoio era interrotta da una pesante porta di legno massiccio.
Moran prese l'iniziativa ed allungò la mano verso la maniglia;
"Non ancora" sussurrò Thoran, "voglio vedere dove termina questo cunicolo".
Con un cenno d'assenso Moran continuò a seguire l'amico che pian piano aveva un incedere più rapido e più sicuro non essendo caduti fino ad allora in alcun trabocchetto.
Moran comunque non era così fiducioso e cercava di calpestare le stesse orme di Thoran.
Il corridoio roccioso cominciò ad allargarsi fino a terminare in un'ampia caverna con un acquitrino melmoso e gorgogliante.
"Guarda" disse Thoran indicando l'altra sponda del lago: "ci sono due scrigni! Andiamo, vediamo cosa contengono!
"Non penso che ci sia concesso depredare i tesori di questa torre; accanto a quei due scrigni c'è un altare, forse sono doni votivi in onore di qualche divinità!"
"Fidati di me, non lo verranno mai a sapere se non quando saremo lontani da qui giorni e giorni di cavallo" disse Thoran senza neanche voltarsi, cominciando già a guadare la palude che continuava a gorgogliare insistentemente.
Moran, sempre molto circospetto seguì l'amico che immergeva la spada nella fanghiglia per conoscerne la profondità.
In poco tempo raggiunsero l'altra sponda, ma il gorgoglio si fece più intenso e si concentrò in un punto fino a quando, mentre Thoran era impegnato a scassinare i forzieri, emerse un gigantesco Verme Acquatico, orripilante creatura delle paludi, capace di inghiottire un bue nel tempo di un respiro.
La bestia, infastidita dall'ingresso inopportuno dei visitatori, avanzò lentamente ma minacciosamente verso gli intrusi.
Moran fissando terrorizzato la creatura allungò una mano cercando la spalla dell'amico per avvertirlo del pericolo, ma era troppo confuso dal terrore.
Thoran, che continuava a frugare nei forzieri, fu distolto dalla lunga ombra del mostro che incombeva su di loro.
Veloce come il fulmine, il guerriero sguainò la spada e, voltandosi di scatto, vibrò un tremendo fendente al serpente che ritrasse il capo agitando furiosamente la testa.
Moran era ancora immobilizzato, nonostante le sollecitazioni dell'amico.
Il verme tornò alla carica e, fulmineo e preciso, addentò Thoran ad una spalla e lo avvolse nelle sue spire.
Questi, cercando di soffocare il dolore colpiva ripetutamente il serpente al collo, non ottenendo però risultati soddisfacenti; Moran, vedendo già l'ora della propria fine che teneva stretto il suo amico in una morsa mortale, si cacciò in un angolo, tutto tremante.
"Che ti succede Moran? Eri venuto qui in cerca di avventure e ti tiri indietro al minimo accenno di battaglia? Alzati e combatti; causerai la morte di un valoroso guerriero e la perdita della tua anima se rimarrai avvolto nel terrore! Alzati, combatti, puoi vincere!"
Ancora tremante Moran si sollevò e, impugnando saldamente la spada si fece coraggio e si lanciò impavido nella battaglia, correndo all'impazzata verso il verme che si agitava cercando il momento più propizio per ingoiare la sua vittima.
Moran sferrò un colpo alle fauci del verme proprio mentre stavano puntando la testa di Thoran.
Il verme dovette lasciare la presa per riprendersi dal dolore.
Moran allora non perse tempo, sguainò una daga e la scagliò con grande forza, ferendo il mostro ad un occhio.
Questi dimenandosi furiosamente cercava di colpire gli avversari, ma Thoran, rialzandosi a fatica, scoccò un dardo infilzandolo alla gola. Un altro tremendo fendente di Moran segnò la fine del combattimento: il verme acquatico, stremato ed agonizzante si lasciò cedere e con grande fragore piombò al suolo, spirando dopo un sussulto.
Thoran, il braccio immobilizzato per il morso, cavò di tasca un'ampolla del cui contenuto, una parte la versò sulla ferita, una parte la bevve.
Il sangue si coagulò immediatamente e la ferita si rimarginò lasciando solo una lieve cicatrice.
Offrì la parte restante del liquido a Moran che però la rifiutò, non essendo ferito.
Così Thoran potè ricominciare, "dopo quella seccatura", come superbamente definì lo scontro col verme acquatico, a prelevare i tesori contenuti negli scrigni, accumulando un totale di quattrocento monete d'oro che spartì equamente col compagno.
Felici del bottino si concentrarono nuovamente sulla loro impresa, ancora in corso e, riattraversando il putrido acquitrino, tornarono sui loro passi e decisero di perlustrare la presunta stanza al di là della pesante porta di legno che avevano superato solo dieci minuti prima.
"Coraggio entriamo!" incitò Moran già in precedenza voglioso di scoprire e perlustrare l'ambiente oltre la porta;
"un momento…" ribattè Thoran
"…bevi questa pozione, ti renderà invisibile, servirà ad evitare qualche spiacevole incontro come quello di poco fa!" cavò da una borsa di cuoio che aveva legata alla cintura un'ampolla simile alla pozione della guarigione che aveva bevuto in precedenza, ma contenente un liquido di colore diverso.
Thoran ne bevve metà e porse il resto del liquido a Moran che, non appena l'ebbe ingoiato, cominciò a svanire lentamente.
Thoran afferrò la maniglia e la girò il più lentamente possibile fino a quando la serratura scattò; socchiuse ancora più lentamente la porta fino a far uscire un sottilissimo spiraglio, dopo di che, con un poderoso calcio, spalancò la porta che cozzò fragorosamente contro la parete.
Il contenuto dell'ampia stanza ottagonale fu subito rivelato: otto colonne di marmo segnavano gli angoli della stanza e addossate ed esse vi erano otto uomini incappucciati, che reggevano lunghi ceri la cui fiamma tremò confusamente allo spalancarsi della porta.
Di fronte alla massiccia porta c'era un altare fatto dello stesso legno e dietro questo, un altro uomo incappucciato, che reggeva con entrambe le mani un pugnale ingioiellato.
Al centro della stanza, su un piedistallo ottagonale di pietra, troneggiava una statua marmorea, raffigurante un possente uomo col volto coperto da una maschera, una delle raffigurazioni del dio Loki. I nove uomini si voltarono contemporaneamente dopo che Thoran ebbe calciato la porta ed uno di loro si affacciò fuori per controllare la presenza di eventuali intrusi; approfittando di quel momento di distrazione generale, Moran e Thoran aggirando l'uomo riuscirono a penetrare nella stanza e a porsi dietro le colonne, cercando di controllare persino il proprio respiro.
Dopo che la porta fu nuovamente chiusa e questa volta sigillata con un chiavistello, la funzione interrotta potè continuare: il Gran Sacerdote, distinto dagli altri per una fascia nera che gli cingeva la vita, dietro l'altare sollevò il pugnale sulla sua testa e, agitandolo lentamente da una parte all'altra pronunciava delle parole in lingua magica e delle invocazioni al dio Loki, cantilenando più volte uno stesso ritornello.
Alla terza invocazione la statua tremò ed il piedistallo si mosse rivelando una botola segreta, molto ampia, da cui emersero altri due adepti di Loki che reggevano sulle spalle, una lettiga di legno su cui era appoggiata una fanciulla dai capelli di rame, coperta solo da un sottilissimo velo di seta. Aveva perso i sensi.
Moran fu come ipnotizzato dalla bellezza della donna tanto che promise a se stesso che l'avrebbe portata con se; Thoran invece era stato ipnotizzato dalla statua al centro della stanza, in particolare da un gigantesco rubino incastonato nel petto del simulacro del Dio.
Splendeva come le stelle!
"Moran, ascolta: prima che si chiuda il passaggio tu andrai nel sotterraneo ed appiccherai un incendio, in modo da attirare tutti i fedeli. Attento a non farti toccare tornerai qui, preleveremo il bottino e fuggiremo da quella porta! Sei d'accordo?"
"Quale porta?"
"Quella dietro il panneggio alle spalle del Gran Sacerdote, dalla mia posizione riesco a vedere la maniglia. Allora sei d'accordo col mio piano?"
"Hai ideato tutto in così breve tempo, come hai fatto?"
"A dopo le spiegazioni, dammi una risposta invece!"
"Accetto, tentiamo, ma dobbiamo riuscire a portare la donna con noi!"
"Non pensare alla donna, sarà solo d'intralcio… e poi non possiamo sottrarre una vittima sacrificale al suo destino, perché è questo il suo destino!"
"Non mi farai cambiare idea, non sono stato io a rubare le offerte votive custodite dal serpente, ricordi?"
"Maledizione, fa come credi, ma non farti scoprire… va' coraggio!"
Moran si affrettò e scese al piano inferiore attraversando la botola che si stava già richiudendo.
Il sotterraneo era un'ampia ma squallida e fetida caverna, ovunque ricoperta da ragnatele.
Alla parete di fronte a Moran erano addossati due orchi, creature imponenti dalla pelle verdognola e molto porosa, col volto coperto da cappucci neri per nascondere il loro orrendo aspetto e la bocca irta di denti aguzzi come daghe, incatenati, che proteggevano due enormi forzieri ringhiando e agitando le enormi asce.
Sulla destra degli orchi c'era una minuscola porta di ferro a sbarre, attraverso la quale si intravedeva, alla fine di un corridoio di una decina di piedi, una serie di scaffali contenenti decine di libri, calici dorati, candelabri e candele, ganci ad uncino che reggevano tuniche bianche, cassoni sigillati, panche e tavoli di legno su cui erano poggiati altri tomi.
Dalla parte opposta spuntava una leva arrugginita e per terra, mucchi di legno marcio, ossa frantumate e stoffa putrida ingombrava il pavimento.
Proprio quello che serviva. Moran estrasse subito dalla tasca della sua casacca di pelle un acciarino ed avvicinatosi al mucchio disordinato di stoffa, legni e ossa, accese un fuoco che subito si propagò fino ad abbracciare tutto il mucchio, alimentato dal sudiciume che vi era depositato.
Gli orchi infastiditi dal fumo indietreggiarono strattonando con forza le catene con la speranza di liberarsi e di fuggire; Moran afferrò la leva e la spinse verso il basso, azionando nuovamente il passaggio segreto che liberò una nuvola di fumo denso e nero.
Moran uscì assieme al fumo, un momento prima che tutti gli adepti di Loki, eccetto il sacerdote e i due uomini che avevano portato la ragazza per il sacrificio, che era stata già poggiata sull'altare, accorressero per tentare di domare l'incendio.
Thoran, veloce come un fulmine strisciò dietro il Gran Sacerdote e gli tagliò la gola; Moran, invece, colpì alla nuca un adepto lasciandolo privo di sensi.
Il contatto con i due uomini fece sì che l'invisibilità fosse corrotta.
Il secondo adepto dunque tentò di difendersi come meglio potè, ma Thoran con abile mossa riuscì ad infilzarlo e si lanciò subito sul rubino che tanto aveva agognato.
Mentre questi era impegnato a scardinarlo dalla statua, Moran si caricò la donna sulle spalle, pronto a fuggire.
Quando l'amico ebbe finalmente estratto il gioiello, essi fuggirono attraverso la porta per trovarsi in un altro corridoio che si snodava in curve e angoli per centinaia di piedi; non un porta, non una via traversa, ma un'unica strada serpeggiante.
Finalmente una scalinata ascendente ruppe la monotonia di quel percorso, rampa che portava su, sempre più su, verso la luce del sole.
Una volta aperta la botola posta alla fine della rampa, i due giovani si ritrovarono in un boschetto.
La torre in cui erano stati condotti all'inizio si trovava alle loro spalle a circa cinquecento piedi ed un uomo incappucciato, con una barba grigiastra ed un lungo bastone era lì ad attenderli.
"Molto bene avventurieri," disse il mago "mi congratulo con voi, siete riusciti a superare il labirinto della torre, ora siete pronti per affrontare i goblin; potete tenervi tutti i tesori che siete riusciti a reperire all'interno delle caverne, tranne quella ragazza e quella gemma, il loro valore ed il loro potere sono troppo grandi e non devono uscire dalla torre… voi mi capite vero?"
"Ma quei sacerdoti volevano ucciderla! Io non posso permettere che una vita si spenga per il capriccio di una divinità!" Intervenne subito Moran.
"Tu non sai ciò che dici, ragazzo. Evidentemente non conosci l'immensa forza di Loki: è capace di spazzare via questa foresta con la punta del suo dito e noi dobbiamo sottostare al suo volere", continuò il Mago e, avvicinandosi a Moran, toccò la ragazza con un dito e questa svanì improvvisamente.
Voltandosi poi verso Thoran
"ora datemi la gemma!"
"Questo mai, è il più grosso rubino che abbia mai visto e mi potrà fruttare molto, non lo cederò mai!" disse indietreggiando e stringendo la gemma a se.
"La sua funzione è molto più importante della tua sete di denaro."
Pronunciando delle parole magiche, il rubino divenne subito incandescente e Thoran fu costretto a gettarlo via.
Fu raccolto al volo dal mago che con un ghigno disse: "Sono dolente avventurieri ma questi sono gli unici tesori che non è concesso toccare. Assolvete ora il vostro compito. Queste guardie…" il suo braccio destro fece un morbido movimento per indicare un punto della vegetazione di arbusti e liane da cui sbucarono, facendosi largo tra le fronde, due uomini armati di tutto punto con una leggera cotta di piastre, spada e scudo che si avvicinarono a Moran e Thoran "…vi condurranno fino alla carovana che vi scorterà alla foresta dei goblin. Buona fortuna!"
Inchinandosi lievemente e congiungendo le mani fino a farle toccare la fronte, svanì.
I due avventurieri alzarono lievemente le spalle e si incamminarono, seguiti dalle guardie del mago che davano loro istruzioni sulle direzioni da prendere quasi come se si fosse trattato di prigionieri di guerra da condurre al patibolo!
Superata la parte più intricata dell'unico bosco di Shilves, giunsero in una radura che si arrampicava su una collina ed i pochi alberi sembravano formare un disegno particolare, stabilito da qualcuno.
Moran guardò oltre la radura e vide parte delle terre brulle distendersi vaste e desolate quasi fino all'orizzonte, spezzato dalle vette delle montagne; perplesso disse:
"Credevo che ci aspettasse una carrozza…!"
Improvvisamente fu colpito alla nuca da qualcosa di duro, freddo e perse i sensi… I caldi raggi del sole sfioravano dolcemente il suo volto, la fresca erbetta a contatto con la nuda pelle della sua mano si muoveva tra le sue dita agitata dal soffio del vento tiepido del primo pomeriggio ed il fruscio di rami e foglie sopra la sua testa, accompagnò il suo risveglio…Moran aprì gli occhi e vide davanti a se il volto di una bellissima donna, candido come la neve, quasi evanescente, i capelli color dell'argento luccicanti come rugiada cristallina a contatto col primo sole del mattino, impreziositi con ghirlande di rametti intrecciati, pieni di foglie e fiori; le sue mani morbide come la seta gli sfioravano dolcemente il viso, ma si ritrassero subito non appena rinvenne e la fanciulla, sorridendo teneramente, fuggì in un baleno.
Moran si sollevò a fatica, appoggiandosi meglio sul tronco dell'albero che lo aveva sostenuto fino ad allora; ancora stordito si sfregò gli occhi e solo dopo un istante si accorse dello stridio sordo dell'acciaio sfregato con energia.
Voltò la testa verso la fonte del rumore e vide il suo amico Thoran, seduto su una roccia, a pochi passi da lui intento ad affilare la sua spada.
Questi, vedendolo, interruppe la sua attività e disse:
"Ben svegliato, amico mio. Come ti senti?"
"Stordito! Chi era quella bellissima donna che era qui fino ad un momento fa?"
"Non riesco a crederci, sei rimasto privo di sensi per oltre due giorni e la prima domanda che mi poni al tuo risveglio è: chi era quella ragazza…? Mi sarei aspettato: cos'è accaduto?"
"Cos'è accaduto dopo che sono stato colpito?"
Sorridendo beffardo: "Ora va meglio! Le guardie di quel dannato stregone hanno tentato di ucciderci; volevano stordirci per poi finirci quando non potevamo opporre resistenza. Io ho costretto una di quelle guardie a parlare ed a rivelarmi tutto: la missione di debellare i goblin delle foreste era un tranello; l'intera missione era una trappola, anche il labirinto della torre. In realtà le torri di Shilves erano state attaccate e conquistate dagli adepti del dio Hilven, la gemma serviva per bloccare il potere del dio Loki -c'era una ragione precisa per cui era stata posta su quella statua- e la donna che caparbiamente hai voluto salvare era una sacerdotessa di Loki che stava per essere sacrificata in modo che non potesse più nuocere. Barghel voleva solo la gemma e la sacerdotessa."
"Perché architettare tutto questo e mandare a morte un intero manipolo di gente innocente?"
"Ai maghi del culto del dio Loki non interessa preservare la vita; quello che importa loro è il loro tornaconto personale…"
"Perché quelle guardie non hanno avuto la meglio su di te?"
"Il mio elmo! Ha attutito l'impatto e sono riuscito a sconfiggerle. Non erano affatto validi combattenti… -se ancora ti interessa, comunque, la donna che ha accolto il tuo risveglio era uno spirito dei boschi, ho chiesto ospitalità presso il suo albero e lei gentilmente ha accettato-"
"Uno spirito dei boschi! C'è una legge che vieta di avere contatti con spiriti di qualunque natura, non è vero?"
"E' così e non potrai infrangerla…! Il sole sta per calare, è ora che io vada per la mia strada. Ti auguro buona fortuna Moran, sono sicuro che un giorno ci rivedremo…! Addio."
Accennò un saluto sollevando la mano destra e sparì pian piano all'orizzonte.
Era molto vicino a Kerwengar, la città che, dopotutto, anche se in un modo diverso da come aveva promesso, aveva offerto a Moran quello che cercava: un'avventura in cui lanciarsi ed imprese in cui cimentarsi, anche se la loro durata non aveva vinto il suo desiderio di affrontare la vita all'esterno del conforto delle città e soprattutto, il premio da Moran più ambito, la gloria, non era ancora apparso dalle lunghe mura di marmo di quel 'paradiso dei mercanti'.
Il desiderio di Moran di affrontare pericoli era molto grande, ma altrettanto grande se non maggiore fu il terrore che neanche tre giorni prima aveva provato alla vista di quell'enorme verme acquatico nella caverna della Torre di Hilven.
Certo - si giustificava il ragazzo - tutto quello che volevo da quell'avventura era un labirinto vuoto da superare e qualche repellente goblin da massacrare in una foresta che tutto poteva essere tranne che inospitale; l'ultima cosa che mi sarei aspettato sarebbe stato proprio incontrare il volto della morte!
Almeno per il momento.
Il fato comunque l'aveva scaraventato in faccende molto più grandi di quello che poteva immaginare.
Nuovamente in rotta verso Kerwengar vide a poche centinaia di metri dalla città un minuscolo castello che doveva essere il centro di qualche piccolo feudo di confine; era l'unica costruzione, a parte le torri di Hilven.
Giunse a Kerwengar quasi verso il tramonto e subito si rifugiò in una locanda per rifocillarsi dopo quel lungo cammino e per trovare un riparo per quella notte.
Pagate dieci monete d'argento all'oste, ordinò del vino e del coniglio e si ritirò nella stanza assegnatagli sprofondando in un sonno profondo.
Nonostante la stanchezza che aveva fiaccato le sue membra, il mattino seguente si svegliò alla buon'ora, preceduto solo dal primo raggio di sole che fece capolino tra le fessure della finestra.
Ben riposato scese in strada e dopo aver comprato una corda magica, in grado di muoversi a comando ed un anello dell'invisibilità, decise di continuare il suo peregrinare, dal momento che quella città non gli aveva offerto niente e difficilmente poteva farlo, fino a quando la sua attenzione non fu attratta da alcuni cavalieri: un uomo incappucciato che aveva una mazza la cui sommità era un teschio, un elfo con una lunga lancia scintillante legata alla schiena e un uomo molto alto dalle orecchie a punta con una spada ed uno scudo entrambi neri, una lugubre carrozza d'ebano li seguiva.
Erano preceduti e seguiti da quattro cavalieri ben armati con i vessilli imperiali ben ancorati all'imbracatura dei propri destrieri.
Moran osservò attentamente i tre tizi a cavallo e decise di seguirli perché il suo sesto senso glielo imponeva.
In cuor suo sapeva che si sarebbe cacciato nei guai ma infondo era questo che voleva.
Il cavaliere più alto si accorse della sua presenza ed ordinò ad una delle guardie che lo precedevano di sbarazzarsi di lui.
Questi spronò il cavallo abbandonando la compagnia per dirigersi verso Moran.
"Alto là," gli disse "non puoi seguire Sua Maestà come il cane la selvaggina! Torna indietro o sarò costretto ad abbatterti."
"Allora dovrai abbattermi," rispose Moran altezzosamente.
Il cavaliere sguainò subito la spada e vibrò un colpo micidiale a Moran che ebbe prontezza di riflessi sufficiente per schivare il fendente, sguainare, ancora inginocchiato per terra, la sua spada e colpire la pesante armatura dell'avversario, che si scheggiò.
Il guerriero fu ferito ed una stilla di sangue schizzò nella polvere.
Questi indietreggiò e, roteando la spada tentò di colpire Moran alla testa, ma il ragazzo fu nuovamente più veloce: parò il colpo e ferì il cavaliere alle gambe; questi piombò al suolo stremato e perse i sensi.
Moran fu soddisfatto dell'esito del combattimento, anche se dovette ammettere che quel cavaliere era piuttosto goffo, forse per il fatto che la pesante armatura rallentava i suoi movimenti.
Trascinò la sua vittima fino ad una locanda sì che qualcuno potesse curarlo, ma perquisì la sua borsa, trovando qualche moneta d'oro ed una pergamena.
Si ripromise di studiarne il contenuto più tardi, ora doveva riprendere le tracce del misterioso cavaliere dalle orecchie da elfo.
Per non incorrere in altri pericoli decise di utilizzare l'anello che aveva comprato al Mercato del Magico quella stessa mattina e ricominciò a seguire costantemente il Dejen.
Tenendo a fatica il passo dei cavalli, anche se andavano al trotto, giunse finalmente sulla soglia di un'abitazione. Una delle tre guardie rimaste schiuse l'uscio aspettando l'ingresso dei tre cavalieri; Moran ne approfittò ed entrò per primo, cercando di fare meno rumore possibile.
La stanza era ricoperta di arazzi ed un penetrante odore di erbe selvatiche si diffondeva al suo interno; ampolle di ogni forma, dimensione e colore arricchivano i tavoli di spessa quercia e gli scaffali carichi di pesanti tomi impolverati.
Moran si acquattò in un punto e rimase immobile, fissando quegli strani personaggi entrare, uno per volta nella stanza ed accomodarsi attorno al grande tavolo circolare al centro della stanza.
Le guardie rimasero fuori.
Il Dejen poggiò il suo pesante scudo, a forma di mezza luna, fatto di un materiale nero e tutto decorato con simboli e rune, su una gamba del tavolo e scostò la spada, ugualmente nera ed ingioiellata di rubini, in modo da potersi sedere comodamente; l'elfo appoggiò la sua lancia al muro e l'uomo con la cicatrice poggiò ai suoi piedi la sua mazza, col manico sulla spalliera della sedia.
Dopo essersi fissati intensamente e dopo pochi attimi di silenzio, l'elfo prese la borsa che aveva legata alla cintura e la lasciò cadere ruvidamente sul tavolo, guardando il Dejen con un sorrisetto malizioso. Questi osservò per un momento la borsa, dopo di chè, allungò una mano e l'afferrò, facendo cadere il contenuto sul tavolo.
La borsa conteneva tre pergamene ed un medaglione circolare che recava al centro una sorta di artiglio.
Il volto del Dejen si illuminò di soddisfazione; afferrò avidamente l'oggetto ed esclamò:
"Ben fatto Lupo di Ghiaccio; ora avrai la tua ricompensa come stabilito!
"Manca solo la Gemma e la combinazione sarà completa."
"Io so di quella gemma!" intervenne Moran repentinamente.
A quell'esclamazione tutti si voltarono in direzione della voce e si alzarono di scatto facendo rotolare i loro sedili che si schiantarono alle pareti.
Moran sfilò l'anello dal dito mostrando nuovamente la sua immagine che, però, non fu tanto gradita; il dejen impugnò la sua spada con entrambe le mani e, facendola roteare sulla testa, volata via la guaina data la forza centrifuga del gesto, si preparò a vibrare un colpo allo sventurato ragazzo, quando però quello soprannominato Lupo di Ghiaccio intervenne per bloccare il Dejen infuriato:
"Fermo Eclisse Nera, non agire avventatamente, il ragazzo potrebbe tornarci utile, non credi?"
Eclisse Nera, ancora con i denti serrati e ringhiante dal furore, abbassò l'arma e disse:
"La tua pazzia, ragazzo, ti ha salvato; tu certamente non sai con chi hai a che fare, per questo ti risparmio la vita! Ora dimmi, chi ti ha parlato della Gemma e come fai ad essere sicuro che è l'oggetto che noi bramiamo?"
"Non me ne ha parlato nessuno, l'avevo in pugno, ma un uomo incappucciato con un lungo bastone da mago ce l'ha sottratta!"
"…Barghel!…va' avanti…!
"Ci aveva incaricato di risolvere un labirinto per selezionare i guerrieri degni di affrontare un'impresa da lui designata, ma l'intera missione era una trappola; si è servito di noi solo per impossessarsi di quel gioiello che diceva appartenere ai sacerdoti di un certo Loki! Non so altro."
"Avevi ragione, ragazzo, è proprio la Gemma di Loki, il dio degli inganni che ci interessa. Ora parla, cosa vuoi in cambio di queste informazioni?"
"Mi basta sapere per che cosa ho rischiato la mia vita in quel labirinto!"
"Eh, eh, eh! Se è solo questo quello che vuoi, ti accontenterò subito: la Gemma completa un talismano chiamato Dente del Serpente, una chiave per un altro mondo!
"Ora che hai saputo, puoi andare e…grazie straniero per le tue preziose informazioni!" Disse infine Eclisse Nera con un ghigno diabolico.
Moran non se lo fece ripetere due volte: schiuse l'uscio ed attraversò la soglia senza mai voltarsi.
Decise di chiudere completamente i contatti con Kerwengar ed i suoi intrighi ed intanto pensava '-La tua pazzia ti ha salvato-, Ah, …e non ho chiesto neanche una misera ricompensa; quel Dejen aveva ragione, devo essere proprio pazzo…!'
di Michelangelo Maiullari
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