[ « Torna a pag. 1 ]     Non accadeva mai di giorno, visto che dormivamo entrambi, ma il più delle volte, la notte…Lo sentivo. Sapevo che era qui, appollaiato fuori dalla finestra della mia stanza, a scavare nei miei pensieri, nonostante quanto gli avessi detto.
Sembrava che la mia presunta empatia fosse addirittura amplificata, nei suoi confronti… Quando veniva, la sua presenza si faceva tangibile, e, pur non dicendo una sola parola, credendo che non lo notassi -e probabilmente così sarebbe stato per un qualsiasi altro essere umano-, avvertivo chiara e netta la sua preoccupazione nei miei riguardi.
Tutto questo doveva essere una conseguenza del vincolo che ormai ci legava… Il mio sangue ribolliva, quando era vicino, scorreva con più violenza nel mio corpo, pompato velocemente dal cuore in un ritmo frenetico, che lo faceva quasi scorrere al contrario.
La mia pelle pareva incendiarsi, ogni singolo poro si apriva e le membra si inturgidivano, e più di una volta mi era capitato di risvegliarmi dal torpore ipnotico con una solida erezione tra le gambe.
Era la follia : le mie cellule gridavano in coro il nome di Carter, la mia mente era un turbinio confuso e sconnesso di frasi rotte e di pensieri, mentre l'infezione, più che consolidata, era risalita in strisce necrotiche lungo il mio braccio, arrivando fino al collo, marchiando per sempre la mia cute.
Non riuscivo nemmeno più a guardarmi allo specchio, temevo quello che avrei potuto vedervi: mi stavo trasformando.
Anche adesso, a notte inoltrata, potevo avvertirlo, era qui, stava tornando.
La sensazione si risvegliava nel mio petto, facendomi ansimare, il sudore colava lungo la mia schiena, rendendola madida, mentre dei brividi freddi percorrevano i miei arti, facendo indurire di piacere i miei capezzoli.
Era terribilmente erotico, perverso: mi provocava il violento impulso di toccarmi, per placare la mia sete.
Era arrivato, stava lì, alla finestra, e mi chiamava, chiedendomi di strisciare fino a lui, e così facevo, muovendomi carponi sulla moquette, incapace di resistere al richiamo, appoggiandomi con tutto il mio peso addosso al vetro, gelido per il freddo della notte, smaniando con foga che fossero le sue braccia.
Carter non parlava, non diceva, se ne stava semplicemente dall'altra parte della finestra, a fissarmi, bramando quanto me il contatto proibito.
Non cercava assolutamente di entrare, forse perché non voleva, tuttavia veniva, e restava, ansimando convulsamente contro la lastra fredda, accarezzandola languidamente, come se fossero state le forme di una donna bellissima.
-Reiko…- mormorava alle volte, con quello scintillio rosso cupo negli occhi.
Anche se era buio, potevo vedere i suoi denti, lunghi e affilati, e fremevo al pensiero di averli conficcati nella mia tenera carne.
Lentamente, le mie mani si spostavano al colletto della camicia, slacciavano tremanti e impazienti i primi bottoni, poi aprivano i lembi, esponendo il mio collo pallido alla sua vista.
Gli occhi di Carter allora si rabbuiavano, le sue grandi iridi scarlatte si nascondevano dietro la dilatazione delle pupille, le sua labbra si inumidivano, quasi inconsapevolmente, dall'aspettativa.
Le sue dita si chiudevano a scatto, le unghie lunghe grattavano la superficie, eppure, ancora, il suo istinto non lo sopraffaceva, e non mi chiedeva mai di lasciarlo venire.
Poi, così come era iniziato, se ne andava.
Carter spariva silenzioso nel buio, e io rimanevo disperato allo stipite, agognando il suo tocco e al tempo stesso vergognandomi per quanto avevo appena fatto.
Non avevo più alcun controllo, e ogni giorno era sempre peggio: presto avrei preso da solo l'iniziativa col vampiro, domandandogli io stesso di prendermi, umiliando la mia natura di uomo e prostituendo il mio orgoglio.
I residui del piacere non consumato si affollavano nella mia mente, svanendo piano, uno dopo l'altro, fino a lasciarmi solo con i ricordi del mio comportamento e l'infamia che ne seguivano, fino a che, finalmente, non giungeva il tormentato sonno.

di Elettra