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Dovevo assolutamente trovare Carter.
L’incontro con lui era stato come qualcosa di fulminante: prima era stato solo un’immagine lontana nella mia mente, un’idea, un essere evanescente, mentre ora…Ora era così…Reale. Vivido.
Il fatto di non essere stato alla sua altezza, durante il nostro primo incontro, di essermi comportato come uno scolaretto, cadendo nella trappola delle sue insinuazioni, mi aveva innervosito al di fuori dell’immaginabile, facendomi avvampare dal furore ogni volta che il mio cervello tornava a replicare la scena dietro le palpebre dei miei occhi.
Come lo odiavo.
Aveva ucciso mio fratello e si stava prendendo gioco di me, trattandomi come un gatto tratterebbe il suo gomitolo preferito, seguendomi, non perdendomi mai di vista, pronto ad attaccarmi.
Adesso lo divertivo, ero il suo passatempo, come aveva detto lui stesso quella sera, ma una volta che si fosse stancato che sarebbe successo? Mi avrebbe ucciso? O avrebbe fatto di peggio?
Conoscevo alcune storie, o leggende metropolitane, che circolavano tra quelli della loro stirpe:si narrava che alcuni di loro si limitassero a marchiare le loro vittime, non dissanguandole tutte in una volta, ma lentamente, per assaporarsi meglio la vittoria, facendo patire loro pene atroci tra i dolori dei loro morsi e il virus letale che essi comportavano, quello che causava la trasformazione in servi del vampiro, se la vittima fosse stata lasciata in vita.
Altri ancora si dilettavano nel farle impazzire lentamente, minacciandole, manifestandosi a sorpresa, di notte, nei loro letti ,quando meno se lo aspettavano, facendoli vivere nel terrore, impedendogli di prendere sonno anche per giorni, portandoli sull’orlo, se non oltre, della follia.
Per altri invece, e questi erano i peggiori, non c’era altro che il sangue:essi picchiavano le loro vittime e le aggredivano con una violenza da rasentare il limite della ragione, le maltrattavano, abusavano di loro mentalmente e fisicamente, e, il più delle volte, li lasciavano in vita, ma con una quantità così minima di sangue da permettergli a malapena di respirare:in questo modo esse non potevano fuggire né tentare di opporre una qualche resistenza, potevano solo aspettare e CAPIRE il male che veniva fatto loro, pregando in una morte veloce e rapida.
Carter era senza dubbio un mix di questi.
Che ne sarebbe stato di me, se non l’avessi scovato prima del finire del tempo?
Mi sentivo come un topo chiuso in un labirinto, sarei riuscito a trovare l’uscita? O sarei rimasto chiuso tra le mura a morire di fame, osservato dall’alto da un silenzioso scienziato che scrutava con interesse i miei movimenti?
Tutto aveva un’unica risposta, e la mia unica possibilità era di batterlo sul tempo, eliminarlo prima di venire, a mia volta, soppresso.
Non potevo più indugiare nei bassifondi, ormai, dovevo arrivare al centro della questione:se volevo davvero rintracciare il nascondiglio di Carter, l’unica cosa da fare era giocare al suo stesso gioco.
Dovevo cercare tra i suoi compagni più intimi, frugare, frequentare i nightclub dove metteva piede più di frequente,sbrigarmi.
Camminando rapidamente sotto i portici, al tramonto, pensavo a tutte queste cose.
L’aria era già piuttosto fredda, tuttavia la sensazione che avevo sulla pelle era piacevole;chissà com’era essere vampiri, che cosa provavano al contatto con le cose o con il vento…
La gente camminava attorno a me, osservandomi, ma senza davvero vedermi:nessuno faceva caso al mio viso, ero solo uno dei tanti che si poteva incrociare mentre si faceva una passeggiata in centro, senza alcun segno di distinzione particolare.
Alcuni dei bevitori erano già in circolazione, potevo ben notarli dai loro movimenti.
Uno di loro, soprattutto, aveva attirato immediatamente la mia attenzione:Raglan, un servo dei vampiri isolato dal resto del gruppo, scheletrico e rachitico, con unghie lunghe e un occhio privo di iride, completamente rasato a zero.
Raglan non era mai stato molto fortunato, nato probabilmente ritardato e poi trasformato in uno schiavo, costretto a nutrirsi del sangue degli animali, la sua era la classica storia dell’uomo meschino che cercava invano di ingraziarsi i potenti, ovviamente senza mai riuscirci.
Tutti lo disprezzavano ed evitavano, persino i giovani dal sangue più fresco si guardavano sempre da lui.
Con un piccolo sorriso, mi ero mosso nella sua direzione:non lo avevo mai preso davvero in considerazione prima, eppure avrebbe potuto essermi d’aiuto, con la giusta dose di pressione applicata nei suoi confronti.
Lo avevo seguito mentre si trascinava in un vicolo, ringhiando e sputando ad ogni balzo che il suo piccolo corpo contorto emetteva.
-Raglan- avevo chiamato, mentre l’essere si era messo a frugare nei pressi di un bidone della spazzatura.
Quello si era voltato con un movimento che non aveva nulla di umano, ma nemmeno dell’animale:nonostante la sua orribile apparenza, era probabilmente l’esponente che rappresentava maggiormente le caratteristiche dei servi dei nightcreepers, poveri mostriciattoli privi di volontà che strisciavano come vermi su pavimenti luridi, che avevano il compito di procurare i cibo ai loro padroni. I servi sono creati dal morso dei vampiri: una qualche sostanza presente nella loro saliva, in grado di infettare il sangue umano, trasforma lentamente una persona normale in una specie di ominide assoggettato al proprio creatore, senza causargli la morte. Avevano certe peculiarità tipiche del vampiro, ma erano fragili come un essere umano; potevano essere uccisi senza gran difficoltà.
Raglan stringeva un topo ancora vivo nella bocca. Il suo occhio inespressivo si era spalancato nel riconoscermi.
-Il giustiziere- aveva farfugliato, lasciando cadere l’animale tramortito e mostrando due file di gengive prive di denti, canini a parte, ovviamente.
Si era tirato indietro, serpeggiando nelle ombre rossastre che si allungavano nella stradina.
Mi ero avvicinato di qualche passo, mentre biascicava, colando bava rosso-giallastra sul mento e sugli stracci polverosi che indossava:
-N-n-n…Non…Ucciderm-mi-
Lo avevo fissato con compassione:forse gli avrei fatto invece un favore, a toglierlo di mezzo.
-No, non lo farò…Se mi dirai ciò che voglio sapere.- gli avevo risposto, assumendo un’espressione intimidatoria piuttosto cupa.
Raglan mi aveva guardato con l’occhio buono, che era di un incredibile color giallo paglierino.
-Sì…Sì…Ai tuoi comandi!- aveva esclamato, gettandosi al terreno.
Avevo fatto il possibile per trattenermi dal ridere:se solo quel poveretto si fosse reso conto del suo potenziale…In fin dei conti, io ero solo un essere umano…Avrebbe potuto farmi davvero del male, certo, se solo lo avesse compreso…
-Voglio sapere dov’è Carter.- avevo affermato, mettendomi a braccia conserte, sperando che la posizione giocasse a mio favore.
Il mucchio d’ossa aveva urlato, gettando le mani in aria e graffiandosi nella foga le guance scarne più e più volte.
-NO! NO!- aveva ripetuto, sbattendo la fronte sul marciapiede, dopodiché era scattato ad afferrarmi le spalle, mozzandomi il respiro.
-Mi sgozzerà se te lo dico- aveva rantolato a pochi centimetri dalle mie labbra, piantandomi addosso quel suo raccapricciante occhio vuoto.
Alcuni spruzzi di saliva erano volati sul mio cappotto, corrodendone il tessuto leggero.
Avevo cercato di ignorare il mio urlo interiore di ripugnanza per quella disgustosa visione e lo avevo mio malgrado afferrato per il collo, percuotendolo.
Sarò io a tagliarti la gola se non parli, bastardo!- gli avevo intimato, stringendo le mie grandi mandorle scure in due fessure minacciose.
Raglan aveva boccheggiato, sia per la potenza della mia rabbiosissima stretta, sia per il timore di parlare.
ALLORA?- avevo ringhiato, avvicinando ulteriormente le nostre facce, trattenendo il respiro per l’odore terribile di putrefazione e marciume che emanava.
Lo avevo visto annuire vagamente, prima di esalare un incerto:
Sì-
A quel punto lo avevo lasciato andare, facendolo crollare pesantemente sul cemento sottostante.
- Avanti.- lo avevo incoraggiato con freddezza, spolverando la mano con cui lo avevo tenuto sul cappotto e poi posandole entrambe sui fianchi.
-Io…Io non so dov’è…- aveva iniziato, massaggiandosi dolente la parte lesa, che si era riempita di lividi rossastri. Vedendo la mia espressione, però, si era affrettato ad aggiungere: - …Ma so chi potrebbe dirtelo!-
Mi ero chinato di fronte a lui, al suo livello, scrutandolo con attenzione.
Bada a come parli, se scopro che mi hai mentito…-
No, no!- aveva scosso freneticamente la testa per rassicurarmi. Le ecchimosi sulla sua gola si erano accentuate, mostrando la sua vulnerabilità.
…Trevor lo sa. Chiedilo a lui.-
Avevo preso un grosso respiro nel sentire quel nome.
TREVOR.
Uno dei nightcreepers più pericolosi che esistevano in circolazione.
Davvero sapeva dov’era Carter?
Ok , Raglan. Grazie.- avevo mormorato, tornando incerto sui miei passi. Non ero sicuro di volerlo incontrare, tanto meno di strappargli una simile informazione.
Non dirgli che te l’ho detto!- mi aveva supplicato Raglan, ancora sdraiato sull’asfalto sporco.
Mi ero voltato in silenzio a fissarlo,compatendolo: povera creatura, chi aveva mai avuto il coraggio di far diventare servo un disgraziato simile, per poi abbandonarlo in balia di se stesso? Chi era stato così tanto crudele da non ucciderlo? Forse proprio Carter? Era difficile dirlo.
-Tranquillo. Sei al sicuro.- avevo annuito.
“…Almeno per il momento…” non avevo però potuto evitare di pensare.
di Elettra
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