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Nel corteo funebre era dunque uso per le donne, una volta disciolte le chiome, accostarsi al morto percuotendosi il petto con violenza e abbandonandosi in un primo tempo a disordinate grida di dolore( E. De Martino, 1958). Il termine francese di lutto, “deuil”, sembrerebbe mettere bene in evidenza questo aspetto discendendo direttamente dal latino “dolium” che corrisponderebbe a “dolere” e quindi al battersi il petto. Era poi usanza incidersi le carni, graffiarsi a sangue le gote e gli avambracci, percuotersi, stracciarsi le vesti e i capelli.
Questi rituali altro non sono che l’atavico ricordo di antiche usanze, così ad esempio in Grecia troviamo che “…le donne con le chiome sciolte si accostano al morto e percuotendosi il petto con violenza si abbandonano in un primo momento a disordinati gridi di dolore, cui poco dopo fanno seguito i lamenti funebri cerimoniali…”
Ancora in Geremia “…ogni testa sarà calvata, ogni barba rasa, su tutte le mani vi saranno incisioni…”, stessa tradizione che troviamo tra i Mirmidoni per la morte di Patroclo, mentre nell’Alceste di Euripide il Dio della morte è descritto mentre brandisce una spada nell’atto di tagliare una ciocca di capelli al morto (Alceste Versi 75-78). Altre testimonianze le troviamo in Luciano che narra di offerte di capelli da parte delle donne durante i festeggiamenti per la morte di Adone.
L’intera operazione fin qui descritta, la lamentazione, la gestualità, sembrerebbe nascondere, più che un vero e proprio dolore verso il defunto, un’operazione apotropaica di allontanamento della morte, una tecnica indirizzata a combattere il ritorno del defunto. stessa come testimoniato da altre usanze come quella di bruciare i vestiti del trapassato o l’apertura delle finestre dopo il decesso, per terminare alle interessanti frasi di chiusura del lamento funebre “non ho più niente da dirti, non ho più niente da farti, statti bene e vieni in sogno a dirmi se sei contento di tutto quello che ti abbiamo fatto” ( E. De Martino, 1959).
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