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Se si può pensare che il trattamento riservato ai cadaveri nell'antico egitto, specie quello di nobili o reali, fosse semplice e privo di "rischi" si sbaglia.
Le salme, una volta tali iniziavano il loro lungo calvario ad esempio si sa che l'imbalsamazione di un alto dignitario poteva durare parecchi mesi e nel caso di un Faraone quasi un anno.
Una prova del tempo necessario si ha nella tomba della regina Meresankh III, (forse una delle mogli di CHEFREN - Faraone della IV Dinastia), qui è specificato che il procedimento di imbalsamazione durò: 272 giorni.
La casta degli imbalsamatori, che lavoravano e pressochè vivevano nelle case della morte, era disprezzata e tenuta a ferrea distanza.
Si è spesso parlato, e scritto, delle bellissime donne che erano le mogli, concubine, favorite di notabili, nobili o regnanti, i loro corpi non venivano consegnati subito alle case della morte, ma potevano trascorrere anche tre o quattro giorni prima che venissero portate lì.
La ragione era molto semplice, più di un caso si era verificato di necrofilia a spese di tali bellissimi corpi, esse venivano violate dopo il decesso nelle case della morte.
Gli imbalsamatori egiziani riservavano peculiari e differenti trattamenti agli organi sessuali interni femminili ed esterni maschili.
Per le donne si procedeva all'asportazione totale delle ovaie e dell'utero, le parti esterne venivano poi spalmate di resine o chiuse con pezzi di stoffa.
Nel caso di un uomo non si toccavano gli organi sessuali; esistono casi di evirazione come nel caso di Ramesse II o Seti I ai quali furono asportati gli organi sessuali e, dopo unadeguata preparazione, riposti in una statuetta cava di legno dorato raffigurante Osiride.
Le tribolazioni delle mummie egiziane però non erano limitate alla loro "preparazione", vi erano i predatori di tombe, che ne disfacevano le fasciature per recuperare gli ornamenti, simboli, talismani che venivano infilati nei vari strati di garza.
Se la mummia sfuggiva a questo destino ed è giunta intatta fino a noi, forse, non ha destino migliore: il riposo non è certo assicurato all'interno di una teca da museo esposta, in tutta la sua miseria di resto umano, agli occhi curiosi del pubblico.
Quasi a coronamento di questo "viaggio" infernale: nel 1976 ci si rese conto che la mummia di Ramesse II, il faraone più illustre della storia dell'Egitto, era "ammalata"!
Veniva corrosa da un fungo.
Nel mese di Settembre dello stesso anno venne trasferita a Parigi, dove un'equipe di 102 ricercatori studiarono il metodo più opportuno per debellare il fungo.
Dopo vari esperimenti eseguiti su altre mummie, gli antichi egizi non smettevano di morire per il loro faraone, si optò per l'irradiazione della mummia tramite raggi gamma prodotti dal cobalto 60.
LIberato così dal micidiale fungo la mummia del famoso faraone fece ritorno in Egitto, al museo del Cairo.
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