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Sono adolescenti e bambini. Rapiti e armati da un esercito di ribelli fomentato dal vicino Sudan contro Kampala. Ecco le loro storie.
L'iniziazione avviene con una sorta di rito magico: una unzione per infondere coraggio e spirito di gruppo
In questi anni ho ucciso tanta gente sia col machete che con il Kalashnikov... Quando parla in lingua acholi, Charles Obongo spalanca la bocca mostrando un'improbabile dentatura che rende difficile a chiunque la comprensione delle sue parole, comunque accompagnate da sorrisi solari. E' vispo, ha 13 anni, ma ne dimostra molti di meno, mingherlino com'è. Padre Tarcisio Pazzaglia, comboniano, lo saluta, abbassando il finestrino del suo pick-up, mentre viaggia a poca distanza dalla cittadina di Kitgum, 500 chilometri a nord della capitale ugandese, Kampala.
«La storia di Charles è normale amministrazione da queste parti», commenta con amarezza il missionario, spiegando che quasi ogni giorno avvengono sequestri di minori, «in una regione dove la vita umana sembra valere meno d'una cicca fumata in veranda da un ribelle». La crisi del Nord Uganda è la classica guerra dimenticata di cui sembra preoccuparsi solo il papa che domenica 25 luglio, nel corso della recita dell'Angelus, ha ricordato questo conflitto unitamente a quello, mediaticamente più coperto, in atto nel Darfur sudanese.
Dopo essere stato sequestrato nel suo villaggio natale e avere assistito inerme all'uccisione dei suoi genitori, Charles ha combattuto per quattro anni con i ribelli del sedicente Esercito di Resistenza del Signore (Lra). Tra l'altro, ha partecipato nel febbraio scorso ai massacri di Abia e Barlonyo, due campi profughi in territorio lango (altra etnia ugandese), in cui persero la vita oltre 400 persone. Dice di aver sgozzato donne, vecchi e bambini, bruciato capanne e granai, camminando poi per giorni con la refurtiva dei saccheggi in mezzo ai boschi, prati, cespugli e paludi. Una domenica di maggio, mentre stava guardando il fiume Asswa, uno dei tanti affluenti del Nilo, si è buttato in acqua lasciandosi portare via dalla corrente. I suoi compagni pensarono fin dall'inizio che fosse annegato e in questo modo, rocambolesco, dopo giorni di marcia estenuante, dormendo all'addiaccio e nutrendosi di radici ed erbe selvatiche, Charles riuscì a raggiungere un presidio sotto il controllo dell'esercito governativo.
Da padre Tarcisio, originario di Pesaro, in terra ugandese da diversi lustri, si apprendono tante altre incredibili storie, come ad esempio quella di Simon, 12 anni, sequestrato e portato in territorio sudanese dove i ribelli, agli ordini di Joseph Kony, un pazzo visionario al soldo di Khartum, hanno le loro basi operative. «Simon», dice il missionario «ha raccontato che tre giorni dopo il suo sequestro, venne "unto" secondo una pratica nota come "wiro ki moo", una sorta di rito magico che dovrebbe infondere coraggio e senso di appartenenza al movimento ribelle, facendone dei veri e propri ostaggi». La cerimonia del "wirokimoo", ideata e volta dallo stesso Kony, viene praticata sulle giovani reclute con l'olio ricavato dall'albero del burro, denominato in acholi "yaa", che produce un frutto molto simile alla nostra noce. Durante la cerimonia, un ribelle veterano spalma l'unguento sulla fronte, sulle spalle, sul palmo delle mani, sui piedi e sulla schiena.
Da quel momento, i giovani diventano combattenti a tutti gli effetti e dunque è come se improvvisamente saltassero il tempo diventando adulti, per di più brutalizzati da una ferocia indotta, per una causa che loro stessi accettano con fatalismo misto a paura.
Stando ad alcuni racconti di ex ribelli, durante l'addestramento nel Sudan meridionale i giovani subiscono delle sedute d'ipnosi collettiva, impartite nel cuore della notte, con l'intento di determinare dei meccanismi psicologici di piena alienazione rispetto alle loro facoltà volitive. D'altro canto, risulta assai arduo comprendere la follia di giovani donne guerrigliere come Mary e Agnes che assaltano le missioni cattoliche, picchiando a sangue la gente e sparando all'impazzata all'interno degli edifici parrocchiali, nonostante abbiano sulle spalle i loro neonati che allattano tra un combattimento e l'altro. Recentemente, alcune centinaia di loro hanno deciso di arrendersi, rinunciando alla lotta armata, anche se il grosso del movimento, circa 2-3 mila armati, è ancora attivo.
La crudeltà degli olum (erba, così vengono chiamati i ribelli dalla gente) va ben al di là di ogni spietata fantasia. Come ad esempio nel caso di un gruppo di donne costrette a uccidere i figli con le proprie mani sbattendoli contro un albero. Un dramma che si è consumato in quella cornice di morte e disperazione umana di cui è stato teatro il villaggio di Pajong, una ventina di chilometri a nord di Kitgum, dove in una notte del luglio del 2002, 55 persone furono uccise dai ribelli come rappresaglia per il furto di un fucile. «Quando i ribelli sono entrati nella capanna di mia sorella, lei dormiva insieme ai suoi due bambini», racconta una superstite: «Poco dopo gli olum l'hanno costretta a uscire. Mentre le tenevano un fucile puntato alla testa le hanno intimato di uccidere i suoi due bambini, costringendola a scegliere tra la sua vita e quella dei piccoli. Mia sorella è caduta in ginocchio piangendo, nei suoi occhi si alternavano paura e incredulità. Pressata dalle urla degli armati ha preso i suoi due bambini e li ha uccisi sbattendoli ripetutamente contro un albero. Poi, in preda allo shock, ha cominciato a correre ed è scomparsa inoltrandosi nel bush (la boscaglia). Non contenti quei maledetti hanno ripetuto la stessa cosa con un'altra donna, costretta anche lei ad uccidere i suoi due piccoli. Una catena che si è interrotta quando una terza donna, un'altra mia parente, si è opposta. Sia lei che il bambino che aveva in braccio sono stati risparmiati».
E' così che hanno trovato la morte i quattro bambini che figurarono tra le 55 vittime dell'eccidio. Una violenza che lascia senza parole e che costringe civili innocenti, che già vivono un'esistenza di per sé difficile, a scegliere tra l'istinto di sopravvivenza e quello della maternità. Non molto tempo fa, a Pajule, alcune decine di chilometri a sud di Kitgum, nel piccolo mercato locale, un gruppetto di ribelli in borghese ha disturbato una povera madre di due gemelli che vendeva sul suo banchetto un po' di ortaggi, qualche mango e altri prodotti sfusi. Uno dei più facinorosi chiese la merce per sé e i propri amici senza volerla pagare. La donna allora chiese aiuto a un militare che li scacciò a bastonate. Poche ore dopo, quando era già buio, i ribelli tornarono armati nella sua abitazione e la sgozzarono assieme ai propri figli, derubandole delle sue poche cose e infine dando alle fiamme la capanna. Il destino volle che tra quegli ignobili malfattori, vi fosse un bambino di 9 anni il quale, vista la confusione ne approfittò per darsi a gambe levate e nascondersi nel bush. Fu lui, il giorno dopo, a raccontare tutto ai missionari e a chiedere la loro protezione.
Per la stragrande maggioranza dei bambini, l'arruolamento nelle file della formazione ribelle del Nord Uganda non è frutto di una libera scelta. Bambini come bottino di guerra, senza genitori da cui tornare, i piccoli vengono sottoposti a un regime d'obbedienza totale che li obbliga a piazzare bombe, ad attraversare campi minati, infiltrarsi nei villaggi da attaccare, eseguire azioni suicide. Imparano presto a usare gli onnipresenti Kalashnikov AK-47 di fabbricazione russa come i fucili semiautomatici M16 made in Usa.
Il processo di reintegrazione di questi minori, nel momento in cui decidono di fuggire dallo Lra o di arrendersi, passa inevitabilmente attraverso una mirata azione di sensibilizzazione della popolazione autoctona che spesso vede i loro figli con disprezzo.
Da un'indagine condotta dai leader religiosi acholi all'inizio del 2002 sugli esiti dell'amnistia concessa dal governo di Kampala agli ex ribelli di Kony, è risultato che il 55 per cento di coloro che hanno goduto del provvedimento non vive più nella comunità di origine. Al di là del risentimento che i parenti possono avere per questi minori, si aggiunge, specie nei distretti acholi, l'estrema povertà delle famiglie. Non c'è lavoro. Così, per molti l'unico rifugio sono i campi profughi situati in zone spesso lontane dai villaggi d'origine.
di Giulio Albanese
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