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La confessione di Mario, che all’epoca del duplice omicidio era ancora minorenne: «Io andavo in trance... Colpii Fabio due volte: una alla fronte e una alla nuca»
«Dottoressa, non si muore mai subito, lo sa? Non si muore mai subito. E Fabio e Chiara, quando erano stesi giù nella fossa, facevano ancora quei gorgoglii, quei respiri. Io li ho sentiti bene. Come si chiamano? I rumori della morte, ecco. Li sentivo venir su dal fosso, non finivano più. Poi mi sono inchinato, ho messo una mano sulla vena del collo di Fabio, e ho capito che era tutto finito». Mario M., che quando morirono il suo più caro amico e la ragazza aveva 17 anni e 10 mesi, si porta le mani alle tempie, fra i lunghi capelli neri. Non ha le manette, ma i polsi magrissimi tremano lo stesso. E così le gambe, fasciate nei jeans neri. E i piedi, stretti in due scarpe prestate da altri: gli stivaletti da metallaro che il giovane aveva al momento dell’arresto, in carcere non hanno cittadinanza. «Non si muore mai subito». Mario ripete due volte quella frase, guardando fisso la dottoressa Poli, giudice per le indagini preliminari sui reati commessi dai minorenni (com’era appunto lui nel gennaio 1998, all’epoca dei fatti). Nell’ufficio del carcere c’è un silenzio assoluto. Perché Mario è pallido, gli occhi sbarrati, e nella sua felpa da ginnastica sembra molto più giovane della sua età. Ma fino ad oggi è stato sempre considerato uno dei più «duri» della setta: è l’unico ad aver confessato la sua partecipazione al delitto. Salvatore e Angelo Granata, padre e figlio, i due avvocati suoi difensori, titolari di uno dei più noti studi legali milanesi, sanno bene quanto sia pesante la posizione del loro assistito: ma hanno accettato l’incarico, così hanno spiegato dal primo giorno, perché ritengono quest’imputato «umanamente difendibile» «un giovane che probabilmente è stato plagiato da altri e si è trovato in un gioco più grande di lui».
«Se la sente di parlare?», chiede il magistrato all’inizio della deposizione, vedendo Mario M. molto agitato. «Non lo so, non sto bene», è la risposta. «Ci provo». Il «gioco», racconta, era cominciato già prima di quel 17 gennaio ’98. «Io ero un po’ il medium del nostro gruppo. Non mi interessava tanto il satanismo, però. Invece mi piacevano molto quella musica, l’hard metal, e lo spiritismo. E durante i riti andavo in trance. Mi entrava dentro lo spirito di uno scrittore francese, uno spiritista, che poi ci diceva che cosa fare».
La sera del 17 gennaio, dopo due ore al pub milanese, qualche birra e un paio di spinelli, le «Bestie di Satana» partirono per un altro locale nel Varesotto. «Ma già sull’autostrada, nella macchina, sentii un’aria strana, capii che quella notte sarebbe successo qualcosa». Arrivati al bosco del Parco del Ticino, qualcuno propone di scendere a fumare un altro po’. Il gruppetto si addentra fra gli alberi, «e lì vidi la fossa, già pronta. Non ne sapevo nulla. Volpe e Chiara avevano due pile, le agitarono verticalmente mostrandomi le pareti e il fondo». Il racconto si fa confuso: «Chiara mi accoltellò al polso, la spinsi. Vidi Volpe che aveva preso Fabio da dietro, gli aveva passato il braccio intorno al collo, e con l’altra mano lo pugnalava al petto. Mi gridò: prendi il martello, prendi il martello! Corsi alla macchina, c’erano tanti sassi sulla strada. Presi il mazzuolo e colpii Fabio due volte: una alla fronte, e una - quando era già caduto - alla nuca» (secondo un altro dei satanisti, intercettato in una conversazione con il padre, Mario M. avrebbe colpito con il mazzuolo anche Chiara, e per un’ottantina di volte). Nell’agitazione, continua il racconto, forse il martello ferì anche Volpe.
Sentono quei rantoli, «i rumori della morte»: «Poi riempimmo la fossa. Raccogliemmo tutte le foglie insanguinate che c’erano intorno, e le bruciammo insieme con i guanti di lattice (che però sono stati ora, 6 anni dopo, ritrovati nella fossa, ndr). Da quel giorno, Mario M. continua a drogarsi ma ancor più di prima, «per dimenticare tutto». Invece non ha dimenticato: «Non si muore mai subito, mai«.
di Luigi Offeddu
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