Negli atti dell’inchiesta la prima indicazione per arrivare al «terzo livello»: «Messe nere in tutta Italia»

DAL NOSTRO INVIATO
BUSTO ARSIZIO (Varese) - Lui viene chiamato «il figlio primogenito del diavolo», perché è il più potente di tutti gli altri. Ha un nome anche all’anagrafe, Paolo. E’ parente di uno degli arrestati per i delitti del Varesotto. Vive in Piemonte, a Torino, città da cui ha sempre comandato - insieme con pochissimi altri iniziati - le «Bestie di Satana». Sarebbero loro, questi ispiratori conosciuti solo ai capi delle singole cellule, la cupola della rete satanista che opererebbe da molti anni in Italia. Convocano i loro adepti anche in Lombardia, al castello di Melegnano, o in altre regioni, fino a Roma. In una parola: sono la setta delle sette, «la più grande del mondo».
Con queste parole incerte, dalla sua cella in carcere, uno dei giovani accusati della morte di Fabio Tollis e Chiara Marino punta il dito contro il fantomatico «terzo livello», l’«anello superiore» dell’organizzazione: il personaggio o i personaggi finora senza volto, gente benestante e istruita, che avrebbero commissionato delitti e messe nere, fornendo droga e denaro ai «soldati»; o semplicemente riconoscendo loro un potere di vita e di morte sugli adepti più deboli. Nessun riscontro concreto, almeno fino ad oggi, all’accusa del detenuto: potrebbe essere solo un’allucinazione, il frutto di una mente intossicata (come tutti gli altri della setta, l’uomo ha consumato per anni droghe pesanti), o anche un frammento di strategia difensiva. Così, gli inquirenti non si sbilanciano. Per ora questa è solo una labile pista di indagine, tutta da battere: i primi controlli sarebbero già partiti, nella massima discrezione.
Ma intanto, un alone sempre più cupo si sta allargando intorno a questa storia già così feroce: e lo dice anche quanto avviene da giorni fra le mura delle diversi carceri. Dove le «Bestie di Satana», o meglio quelli fra loro che già hanno fornito qualche traccia agli inquirenti, riceverebbero continuamente minacce di morte. In parte sarebbero le solite minacce comuni in tutte le prigioni, secondo una tradizione secolare, da parte degli altri detenuti che odiano gli spioni, i «pentiti» veri o presunti.
Ma ci sarebbe anche qualcosa di più: messaggi precisi inviati dall’esterno e «recapitati» poi da compagni di cella o di cortile, messaggi che sembrano terrorizzare i giovani satanisti. Alcuni ne hanno parlato con i familiari, con gli avvocati. E Andrea Volpe, quello considerato il più intelligente e «preparato» della banda, l’uomo accusato degli omicidi di Mariangela Pezzotta, Fabio Tollis e Chiara Marino, ha chiesto e ottenuto di essere trasferito lontano dal Varesotto, e ora si trova nel carcere di Vercelli. Gli altri detenuti, tranne uno, sono tutti in celle singole, in regime di isolamento, e sotto continua sorveglianza perché si teme qualche gesto disperato. Come diceva ieri, con una battuta forse banale ma convinta, una guardia penitenziarie: «Non ti corichi per anni con il diavolo, senza pagare un prezzo. E senza farlo pagare agli altri».

di L. Off.