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In una nuova traduzione, la celeberrima storia nera dello scrittore irlandese ambientata nella lugubre Transilvania
Ci sono autori di un libro solo. Non semplicemente autori di un capolavoro e di libri meno importanti. Autori che vanno nella memoria collettiva e presso i posteri (noi, a questo punto )associati a un nome o a una storia che diventa più grande di loro, li possiede, li divora, e sì, li vampirizza. E Dracula (da domani in edicola con Repubblica nella nuova traduzione di Rossella Bernascone) - che pure è registrato nelle storie letterarie in squadra con romanzi come La signora del sudario e La tana del verme bianco, con i racconti di L'ospite di Dracula e Il mistero del mare, e con I ricordi personali di Sir Henry Irving -Dracula ha vampirizzato il suo autore, Bram Stoker.
Lo ha vampirizzato in due modi. Attraverso il suo capolavoro, quello che dal 1897, in forma compiuta e proteiforme, ha aggiunto un mito al pantheon delle nostre paure collettive o, per i più cinici e robusti, alle paure di cui farsi beffe (si vedano Roman Polanski con i suoi vampiri gay a Renato Rascel con il "cha cha cha" del "vampiro dal nero mantello"), fino ad assorbire la vita dell'autore in quella della creatura. E attraverso l'incontro fatale che nel 1876 ha portato Bram Stoker, anzi Abraham, classe 1847, irlandese, già bambino malaticcio, laurea in matematica al Trinità College di Dublino, gigante rossocrinito, burocrate dalla vita noiosa, marito poco entusiasta di una ex fidanzata di Oscar Wilde, autore dell'eccitante volume I doveri degli impiegati nelle udienze per i reati minori in Irlanda, nell'orbita di un grande vampiro - di attenzione, passioni, ammirazione - qual era Sir Henry Irving, attore magnifico, accentratore massimo. Due orbite fatate da cui non è più uscito. In un certo senso si potrebbe anche dire che il vampirologo ha vampirizzato se stesso. Se è vero (ma potrebbe esserci una qualche esagerazione) che Dracula, a prova della sua popolarità mitica, ha ispirato settecento film - come sostengono alcuni esperti, mettendo nel conto non solo i grandi film come il Nosferatu di Murnau ma anche gli Spermula, i vampirelli messicani -, il prezzo della sua notorietà mondiale è che non molti si sono presi la briga di leggere il romanzo di Stoker nella sua forma originaria, accontentandosi della sinossi del mito e delle sue varianti.
E invece, pur con qualche lungaggine e qualche digressione di troppo, Dracula è un capolavoro al di fuori dei generi, una costruzione brillantemente organizzata, una struttura narrativa modernissima, con i tre punti di vista del giornale stenografato di Jonathan Harker, delle lettere di sua moglie Mina, del diario del dottor Seward registrato su fonografo, che vanno a comporre con altri materiali e altri interventi un quadro della paura vittoriana della sessualità, della liberazione femminile, delle malattie veneree imperversanti allora come oggi, della solitudine di chi è diverso o semplicemente della paura ultima, che tutto finisca - o non finisca - con la morte. Un finto romanzo "vero", maniacale nella precisione dei dettagli (tutti controllati e controllabili, i luoghi, le fonti, le tappe del viaggio di Jonathan Arker da Monaco via Budapest al castello del Conte Dracula in Transilvania, gli sfondi marini e urbani inglesi, le informazioni minuziose e pratiche), tutto proteso a rendersi credibile, data dopo data e particolare dopo particolare di quello che si presenta come un grande diario collettivo di sette anni di paura.
Sette come quelli che ha impiegato Bram Stoker a comporre il suo libro. Secondo alcuni, suggerito dalla conoscenza con l'ungherese Arminius Vanbéry, che gli raccontò la leggenda di Vlad Tepes l'Impalatore. Secondo il suo biografo, Harry Ludlam, autore di La Biografia di Dracula (sottotitolo: Biografia di Bram Stoker, a riprova della simbiosi tra personaggio e romanziere), poco romanticamente, per l'incubo procuratogli da "una scorpacciata di granchi in insalata" fatta al Kilmarnock Arms di Cruden Bay, Scozia, in seguito alla quale Stoker sognò "un vampiro che sorgeva dalla tomba per dedicarsi alla sua infame attività". L'incubo (se quello fu) fece da detonatore all'ovvia cultura di Stoker in materia di tradizione vampiristica, e cioè l'Ur-vampiro inventato dal dottor Polidori nella fatale estate del 1816 (la stessa da cui nacque Frankenstein di Mary Shelley), le suggestioni della tradizione gotica di Lewis e della Radcliffe, quelle del Melmoth il vagabondo di Maturin (1820), di Varney il vampiro di Thomas Presket Prest (del 1847, lungo 887 pagine e 220 capitoli...), e della recentissima (del 1871) Carmilla di Sheridan Le Fanu, storia al femminile e molto sexy di una bellissima vampiressa che per un po' ossessionò le fantasie del Nostro.
Sarebbe a dire che Stoker ha copiato o plagiato? Certo che no. La qualità originale di Dracula - che non esaurisce i suoi meriti - è l'intreccio tra il materiale fantastico e il materiale storico. Perché si sa che esistette, alle spalle di Dracula, la figura storica di Vlad Dracul o Vlad Tepes l'Impalatore, crudelissimo voivoda della Valacchia, vissuto alla metà del quindicesimo secolo, responsabile della morte di almeno trentamila persone, despota abilissimo nel governare col terrore. Si sa che ovunque nel mondo ricorre il mito del vampiro, declinato in forme diverse e ricchissime, e che Stoker ne ha adattate un buon numero a Vlad Dracul per creare il Conte Dracula. E si sa che Stoker, metodico e pignolo, per documentarsi frequentò a lungo biblioteche ed archivi, oltre all'amico Arminius.
La pubblicazione del romanzo, nel 1897, venne seguita dalla soddisfazione della sua lungimirante mamma irlandese ("Nessun libro, dopo il Frankenstein della signora Shelley, si avvicina al tuo per originalità o per capacità di suscitare terrore"), dalla sopraccigliosità della critica, dal successo di pubblico e dall'intuizione che il libro avrebbe avuto lunga vita e che bisognava difenderne i diritti letterari. Così che, per non sbagliarsi, Stoker lo mise subito in scena al Lyceum, il teatro londinese di cui era impresario da ventotto anni, il teatro dell'altro vampiro, Sir Henry Irving, colui che lo aveva strappato alla sua regolare esistenza di impiegato statale e critico teatrale dilettante, e che aveva fatto di lui il suo uomo di fiducia, il suo "ghost writer", la sua vittima, e un amico tanto intimo da suscitare qualche pettegolezzo - corroborato dall'attrazione repulsione che i romanzi di Stoker rivelano nei confronti delle donne.
Nel 1905 Henry Irving moriva nell'atrio del Midland Hotel, a Londra. Stoker gli sopravvisse sette anni, durante i quali scrisse i ricordi dell'amico attore, La signora del sudario, La tana del verme bianco e altri racconti. Tutti di modesta qualità. Tanto da lasciare senza riposta la domanda su quale miracolo produca il genio e la creatività: se no come si sarebbero concentrati, genio e creatività, come risucchiati da un vampiro, nell'invenzione di Dracula e solo di Dracula?
di Irene Bignardi
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