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C’ è voluto l’atto riparatore di un grandissimo regista, Francis Ford Coppola, per restituire nel 1992 allo scrittore irlandese Bram Stoker la paternità di Dracula . Fino ad allora era stato un bel caso di vampirismo: il personaggio si era talmente nutrito del sangue del suo autore da vampirizzarlo, cancellandolo addirittura dall’immaginario collettivo di tutto il mondo.
Quando il libro uscì nel 1897, stampato dalla casa editrice Constable, Stoker stava per compiere cinquant’anni (era nato a Dublino l’8 novembre 1847). L’idea gli frullava nella testa dall’inizio del decennio, stimolata dalla lettura di un altro libro fresco di stampa, Il ramo d’oro , dove James Frazer aveva raccolto una miriade di leggende popolari di ogni parte del mondo mettendole a confontro. Un’opera antropologica ancor oggi importantissima. Qui venivano tra l’altro illustrate e analizzate diverse tipologie di vampiri. E anche dalla messinscena da parte dell’attore con cui aveva un rapporto artistico privilegiato in quanto direttore artistico al The London Lyceum , Henry Irving, della Carmilla (o meglio Camilla , nella versione teatrale) del connazionale Sheridan Le Fanu, in cui la protagonista era una sensuale succhiasangue.
Vuole poi una leggenda che gli incubi letterari gli siano tornati in mente una notte del 1895, dopo un’indigestione di crostacei. Che sia vero o no, fatto sta che Stoker si mise a scrivere ispirandosi a un personaggio realmente esistito, non senza essersi prima documentato pignolescamente sulle leggende, le tradizioni e le caratteristiche dei vampiri, dalla repellenza all’aglio al timore della luce del sole, dalla paura dei simboli religiosi alla mancanza di riflesso negli specchi.
Inizialmente Stoker pensava a un dramma in quattro atti da far mettere in scena da Irving, poi di fronte a un probabile rifiuto dell’attore, ripiegò sul romanzo. Ma un romanzo particolare, una specie di macedonia di diario, lettere e resoconto giornalistico. Un modello che era stato portato al successo nel 1860 da Wilkie Collins con La donna in bianco.
Quando finì di scrivere, portò il testo all’editore con il titolo The Undead ( Il non-morto ), salvo poi sostituirlo all’ultimo minuto con quello di Dracula , che divenne anche il nome del protagonista, che originariamente si chiamava Conte Wampyr.
Dracula deriva da «Drakul», soprannome di un Voivoda (ossia Principe) della Valacchia e della Transilvania del XV secolo, Vlad Basorab, detto «Tepes», cioè l’«Impalatore», per la bella abitudine di eliminare con questo metodo i nemici e in particolare i Turchi e di farsi poi servire il pranzo in mezzo ai fiumi di sangue che scorrevano da questi patiboli bizzarri e crudeli.
Mentre la tradizione locale vede in Vlad una specie di Robin Hood, le fonti occidentali cui attinse Stoker lo dipingevano come un tiranno folle e sanguinario. Ma l’interesse dello scrittore non era storico. E nemmeno geografico. Così la Transilvania è diventata nell’immaginario collettivo La Terra dei Vampiri.
L’abbinata comunque da allora è diventata uno dei miti contemporanei. Grazie probabilmente anche al cinema, che a sua volta vampirizzò il personaggio letterario, tanto è vero che non si riesce più a contare quanti siano stati in tutta la storia della Settima Arte i vampiri né di quante specie diverse. E allora per fare un po’ chiarezza, forse è meglio ripartire dal primo e originale Dracula, quello che scrisse appunto Bram Stoker.
di Giancarlo Beltrame
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