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Qualche giorno fa è scomparso Donald Griffin, l'etologo di New York che svelò le capacità di ecolocazione dei pipistrelli, ma che soprattutto apri il secolo a sfide filosofiche, e Cosmologiche davvero uniche per la cultura novecentesca, facendo riflettere almeno due generazioni di studiosi sul fatto che anche gli animali, oltre agli uomini, hanno menti capaci di consapevolezza, di autocoscienza, ed altre assai umanoidi qualità. Perché i pipistrelli al buio non urtavano contro sottilissimi budelli di bue, ma incidentavano spesso se le loro orecchie microscopiche erano turate con la cera? L'enigma di come i pipistrelli si orientassero al buio è antico, anzi, settecentesco. Restò a lungo irrisolto: per ben 144 anni. Nel 1938, quasi per caso, Griffin (che altre all'Università di Rockfeller ha anche insegnato a Corneli e Harvard) capitò nell'Istituto di Fisica harvardiano. Lì G. V. Pierce apparecchiature, tra i primi, gli ultrasuoni, grazie alle modernissime sue apparecchiature. Quasi per caso si accorsero assieme alle grida ultrasoniche dei pipistrelli: il loro sofisticatissimo radar. C'è qualcosa davvero di "magico" nel mestiere dell'etologo: il desiderio di fondere la propria mente di studioso appassionato con quella della specie animale oggetto dei nostri studi. Griffin tentò con successo questa comunione con i pipistrelli, facendone un credo professionale. Nei suoi bei testi autobiografici "Listening in the dark" (ascoltando nel buio pipistrelli in agguato per ecolocalizzare insetti volanti) e nel piacevolissiino e purtroppo introvabile in versione italiana "Guidandosi con l'eco: il radar dal pipistrello all'uomo" (Echoes of bats and men) tratta le assai attuali tematiche dell'innovazione tecnologica che sorge dalla ricerca di base e si realizza quando dall'ecolocazione pipistrellesca si passò alla realizzazione di radar militari e civili sempre più sofisticati. Ma è nel suo rivoluzionario "L'animale consapevole (Boringhieri 1980) che Griffin gettò la sfida a chi negava capacità intellettuali superiori a specie animali intellettualmente complesse e sofisticate come le scimmie antropomorfe, per non parlar di gatti e cani. Anche per gli animali soggettività, consapevolezza, affettività, fiducia, divenivano fenomenologie misurabili, spazzando via visioni limitativamente robotizzanti per questi esseri, considerati da Cartesio in poi semplici animali-macchine in grado di rispondere a stimoli ambientali con comportamenti solo apparentemente complessi. Il libro ebbe un successo enorme, oggi è un classico della storia biologica recente. E stabilì i fondamenti per quella 'etologia cognitiva', oggi disciplina affermata che attrae psicolinguisti, cognitivisti, informatici, filosofi del linguaggio, psicoanalisti vogliosi di fondere la propria mente con quelle dei loro pazienti, giuristi dediti alla turbinosa questione dei diritti animali. Disciplina finalmente consacrata dal volume del 1991, a cura di Carolyn A. Ristau "Etologia cognitiva, le menti di altri animali (oltre l'uomo); saggi in onore di Donald Griffin", non tradotto, dove scimpanzè che ingannano, pappagalli che esprimono comprensibili linguaggi emotivi, pivieri che fingono di avere un'ala rotta per distrarre i predatori dal nido trovano rispettabilità per le loro azioni "intellettivamente" non così dissimili dalla cognizione umana. Sfugge ai più l'importanza dell'opera di Griffin per la nostra medicina d'inizio millennio. Fu proprio in quella newyorkese Rockefeller University dove il pipistrellologo regnò a lungo che si svilupparono ricerche sull'emissione di suoni animali, canto del canarino maschio incluso. Proprio lì, nella centralissima York Avenue, ci si accorse che il nucleo cerebra le che controllava la melodiosa emissione canora scompariva ogni anno per riapparire, puntuale, in primavera, quando il canarino voglioso di accoppiarsi si ritrasformava ogni anno in un romantico menestrello. Venne sapientemente violato l'assioma che un cervello adulto avesse forma immodificabile e come ciò avvenisse grazie a curiosi neuroni che riapparivano improvvisamente come folletti primaverili. Oggi tutti li chiamano cellule staminali, sperando che curino molta (forse troppe) patologie umane. E tutto ciò era nelle "Lettere sopra il sospetto di un nuovo senso nei pipistrelli" dell'abate Lazzaro Spallanzani, pipistrellologo: eravamo nel 1794.
di Enrico Alleva e Daniela Santucci
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