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Duecento abitanti e, giurano, una decina di fattucchiere. «Leggenda? Provi a gettare del sale davanti a una donna»
1587, sotto accusa
decine di fanciulle
«che ballavano
con il diavolo»
La quarta puntata della serie «Amori & misteri»
è dedicata a Triora, borgo medievale
della Liguria, luogo di incantesimi e stregoneria.
Nel Cinquecento gli inquisitori percorsero
la strada tutta curve che sale dal
fondovalle, in cerca di quelle donne silenziose
che amoreggiavano con il diavolo
TRIORA(Imperia)—«Certo che ce ne sono ancora
di streghe qui in paese. Sono una decina.
Nessuno ne parla apertamente, ma tutti sanno
chi sono. Un paio sono sulla quarantina, le altre
attorno ai sessanta». All’ombra della pergola l’uomoaccetta
di raccontare, «ma niente nomi per favore
e a bassa voce». Si interrompe di tanto in tanto
per dare un’occhiata attorno e per asciugarsi il
sudore dalla fronte. Una bibita lo aiuta a continuare.
«Quelli della Pro Loco hanno rispolverato
la storia del processo alle streghe di quattrocento
anni fa per fare un po’ di pubblicità a Triora e così
i turisti vengono a vedere il "paese delle streghe".
Mail problema è che le streghe ci sono ancora, eccome
».
Al mio confidente non sfugge lo scetticismo del
cronista e insiste. «E’ facile scoprirle. Basta buttare
una manciata di sale davanti ai piedi di una
donna e se è una strega non riuscirà a trattenere
la pipì. Certo, non è facile farlo perché c’è il rischio
che poi si vendichi». L’uomo non sembra ancora
soddisfatto del risultato delle sue parole e insiste,
con una logica tutta sua. «In quasi tutti i paesini
della valle ci sono persone che tolgono il malocchio
e il malocchio lomandano le streghe, quindi
le streghe ci sono».
C’è da rimanere senza parole.O con la sensazione
di essere presi in giro «a scopo turistico». Questo
è il rischio che corre chi viene fin quaggiù per
raccontare «il paese delle streghe». L’altro rischio,
opposto al primo, è quello di farsi suggestionare
dall’ambiente. Dalla strada che in trenta chilometri
porta dalla costa fin quassù, ad esempio.
Una stradina stretta e tutta curve che si muove
come un serpente nel fondovalle, poi si arrampica
sui fianchi delle
montagne dove il
bosco fitto disegna
ombre sempre più
nere. Questa valle
pare un tunnel tra
due mondi lontani:
da una parte le
spiaggette assolate
della Riviera, il casinò,
i fiori, le macchine
che corrono sull’autostrada;
dall’altra
il bosco fitto e
buio, i dirupi di roccia,
paesini lontani,
silenzio, quasi il nulla.
Il paese di Triora appare quando ormai sembra
impossibile arrivarci. E’ attaccato a mezza costa
e guarda un panorama che pare il mondo prima
che ci vivesse qualcuno. Anche in paese sembra
che la vita sia andata da un’altra parte. Ci vivono
in duecento, quasi tutti anziani. Troppo pochi
per animare questo grumo di case di pietra grigia
accatastate l’una sull’altra in un labirinto di archi,
sottopassi, muraglioni, rientranze, finestre
vuote, porte inchiodate e muri puntellati. E’ come
se il paese fosse un edificio unico. Impossibile
distinguere una casa da quella accanto. Non si capisce
come il tutto si regga in piedi. Qua e là un
vaso di gerani segnala che qualcuno ha deciso di
resistere. Su tutto si appoggia un castello abbandonato
che pare proprio quello delle streghe; ancora
più in alto, appollaiato su un picco come un
avvoltoio, incombe il cimitero. Credo sia l’unico
paese al mondo ad avere il cimitero sulla testa.
A farmi da guida in questo groviglio medievale
è Sandro Oddo, l’impiegato comunale che da sempre
si prende cura della storia di Triora e delle sue
streghe. Ma lo fa con l’occhio dello storico quando
scrive libri, e con un sorriso bonario quando si
occupa della Pro Loco. «Sono nato qui e so che
cosa si dice in giro. Si dice che ci sono ancora delle
streghe e di come si fa a riconoscerle.Ma io non
ho bisogno del sale, conosco tutto di tutti. Comunque
èmeglio che io parli solo di quelle di una
volta». Meglio così, perché per un momento m’è
parso incerto sulla posizione da tenere.
Nella parte più vecchia del paese seguiamo una
stradina lastricata di pietre che prima sembra
una trincea, poi un tunnel buio tutto in discesa
che soffia un vortice d’aria fresca. Se fosse calda
sembrerebbe la bocca dell’inferno. E non dev’essere
un caso se nello stemma comunale di Triora
(dal latino Tria Ora, «tre bocche») c’è Cerbero, il
cane a tre teste che stava di guardia sulla porta
dell’Averno. Continuiamo fino a una piazzetta
chiusa da una chiesa e da un palazzo che promette
di crollare. Da una delle finestre si buttò giù disperata
una delle donne che nel 1587 vennero imprigionate
con l’accusa di stregoneria. E ci lasciò
la vita.
«Un po’ in tutto il paese si trovano riferimenti a
quei fatti lontani — spiega Oddo, che ormai confondo
con Caronte —, ma il vero centro della vicenda
è appena fuori lemura, alla Cabotina». Andiamo.
Un rudere coperto dall’edera, muri sbrecciati
e una lapide che spiega: «Cabotina. Nel secolo
XVI credevasi luogo delle streghe». Un altro cartello,
meno ufficiale e fatto in qualche modo, dice
che qui le streghe ballavano coi diavoli. Lo scrisse
qualche anno fa un vecchietto convinto che le
streghe fossero belle ragazze che si divertivano
un mondo. Poi morì, sognando quelle femmine
spensierate.
La storia però racconta un’altra verità. Tra queste
mura ormai prossime a essere ingoiate dal bosco,
vivevano nel Cinquecento alcune donne difficili,
silenziose, magari scorbutiche e per questo
se ne stavano fuori dalle mura tutte insieme, cercando
di sopravvivere. Erano state escluse dagli
altri sempre pronti a incolparle di qualcosa: epidemie,
raccolti andati male, carestie, bimbi scomparsi,
grandinate. Era tutta colpa loro, diceva la
gente, di quelle streghe che di giorno andavano
per i boschi in cerca di erbe magiche e di notte incontravano
i diavoli per fare con quei laidi caproni
cose da non potersi dire.
«Una brutta storia davvero — spiega Oddo —.
Ho riletto i verbali dei processi che vennero fatti a
quelle donne e c’è da farsi venire i brividi. Gli inquisitori
che vennero a Triora si comportarono
con tale violenza che alla fine sia il Senato della
Repubblica diGenova che il Sant’Uffizio intervennero
per chiudere il caso senza altrimorti». Tutto
cominciò nell’autunno del 1587. Dopo due o tre
anni di carestia, il popolo a stomaco vuoto disse
al Parlamento riunito in piazza che era colpa di
quelle donnacce fuori le mura. Il podestà non perse
tempo e chiese alla Repubblica e al vescovo di
Albenga di mandare subito due inquisitori. Dopo
qualche giorno arrivarono il vicario dell’inquisitore
di Genova e quello del vescovo di Albenga, tale
Girolamo Dal Pozzo che — come riporta Oddo in
uno dei suoi libri — illustrò al popolo «le malefatte
di cui erano capaci le streghe: dal divorare i
bambini appena nati al succhiarne il sangue, dall’inaridire
le mammelle delle mucche allo scatenare
tempeste, dall’accoppiarsi col diavolo all’esibirsi
in frenetici sabba, dall’entrare nel corpo delle
persone al provocare carestie e fame». Il popolo
acclamò e additò una ventina di disgraziate che
vennero subito imprigionate. Per convincerle a
confessare le loro diaboliche tresche, le accusate
vennero appese a una corda, stirate su un cavalletto,
depilate del tutto, tenute sveglie per giorni
e notti e abbrustolite sotto i piedi con braci accese.
Quasi tutte dissero quello che l’inquisitore voleva
sentire,ma lui non si accontentava mai e così
a ogni strattone di corda quelle poveracce facevano
il nome di altre complici. E non si limitavano
alle donne del popolino, ma indicavano anche pie
matrone che mai si sarebbero aspettate di finire
sotto tortura. Nel frattempo, un paio di streghe
se n’erano andate all’altro mondo ammazzate da
patimenti e disperazione.
Ma fu il coinvolgimento della borghesia a spingere
il Consiglio degli Anziani, il 13 gennaio del
1588, a scrivere una lettera al governo di Genova
per denunciare i metodi disumani di Del Pozzo e
avvertire che a forza di torture le persone denunciate
erano ormai duecento. Il Doge chiese spiegazioni
al vescovo di Albenga e lui girò la lettera al
suo vicario Del Pozzo che per difendersi disse che
le aveva torturate pochino pochino. La faccenda
si ingarbugliò ancora di più e il governo di Genova
incaricò del caso Giulio Scribanti, un commissario
straordinario che per prima cosa fece trasferire
le tredici streghe confesse nelle carceri di Genova,
dove alcune morirono di stenti (delle altre i
documenti non dicono che fine fecero). Sappiamo
invece che lo Scribanti ne processò qualcun’altra
e tra queste una certa Franchetta Borelli
che la passò davvero brutta. Franchetta venne
spogliata e depilata, poi la coprirono con un camicione
bianco, quindi ebbe inizio la tortura. Quando
venne appesa alla corda la donna cominciò a
implorare il Padreterno, mentre lo Scribanti annotava
parola per parola. «Calatemi che la verità
l’ho detta... giudicami Signor, tu che sai chi sono,
che li giudici del mondo non lo possono sapere, io
stringo i denti e poi diranno che rido (ridere era
ritenuto segno di colpevolezza certa, ndr), ahi le
mie braccia... Il cor mi manca... se non mi calate
adesso mi calerete morta, mi manca lo fiato... Signor
commissario fattemi dar un poco di aceto o
di vino ... vi domando misericordia... Delle mie
braccia non me ne potrò più aggiutare, guardatemi
come ho la mia lingua io non posso più, per
amor di Dio fattemi calare tanto che io respiro
un poco...».
Dopo cinque ore di tortura Franchetta non si
lamentò più e stette in silenzio fino all’undicesima
ora quando chiese disperatamente aiuto. Dopo
tredici ore chiese un po’ d’acqua; dopo quattordici
le fecero bere delle uova. Tornò quindi a
disperarsi invocando la morte. «Signor datemi il
fuoco alli piedi et levatemi di qui... Fattemi brusciare...
prendete una mazza e datemi sopra la testa
et levatemi d’affanni, la verità l’ho detta...».
Verso la diciannovesima ora obbiettò che nel
tribunale di Roma la tortura al cavalletto non durava
mai più di otto ore.Mapoco dopo la sua mente
svanì e con tutta calma fece notare che a Triora
nascevano belle castagne, si offrì di aggiustare
un paio di scarpe rotte e chiese una minestra, che
le venne data alla ventunesima ora di tortura. Poi
stette in silenzio ancora due ore e quando riprese
a parlare lo fece per rivolgersi a se stessa: «Franchetta,
di stare sul cavalletto due o tre ore in più
che cosa vi importa?». A quel punto lo Scribani
interruppe la tortura, la fece esorcizzare e ricominciò
daccapo, ma ancora una volta Franchetta
non confessò nulla. I documenti non raccontano
altro. Di lei sappiamo solo che morì alcuni anni
dopo, il 2 gennaio del 1595.
Oddo sa tutto sulle streghe di un tempo, ma
per quelle di oggi suggerisce di parlare con Amalia.
«E’ una donna straordinaria. Lei alle streghe
ci ha sempre creduto, le ha viste e ha volato con
loro. Per tutta la vita ha levato ilmalocchio e guarito
malattie; senza mai chiedere un soldo. Conosce
tutti i riti e le formule contro le streghe, ma
ora è molto anziana e non "lavora" più».
Non è facile farsi ricevere, ma alla fine Amalia
accetta, sia pure per pochi minuti. E’ una donna
elegante e cordiale, capelli bianchi corti, occhiali
moderni, parlantina vivace, un bel vestito lungo
color glicine. Alle pareti foto di nipotini, Madonne
e il faccione di Padre Pio. «Le streghe sono dappertutto
—mi spiega con calma —. Non sono solo
in questa valle. Per tanti anni ho fatto "pentolini"
e altri riti per difendere la gente dai loro malefici.
Ho guarito tante persone importanti imponendo
le mani, ma è faticoso e porta tanta sofferenza.
Ora sono stanca e non mi sento nemmeno tanto
bene. Proprio oggi devo fare dei controlli medici.
Da quando sono andata da Maurizio Costanzo,
circa un anno fa, non sono più stata bene. Quelle
sono invidiose e si sono accanite contro di me.
Qualche cautela sarebbe sempre meglio averla.
Ad esempio, se lei evitasse di mettere la mia foto
sul giornale sarebbe meglio perché quelle prendono
le foto e le bucano coi chiodini. Un’altra raccomandazione:
non scriva che sono una strega. Io le
streghe le ho sempre combattute. Ora mi scusi,
devo andare. Lei non si preoccupi: non vedo alcun
male...». Grazie signora Amalia.
Aspetto cena alla Colomba d’Oro, l’unico albergo
di Triora, e sfoglio un libro dove c’è scritto che
le streghe appaiono anche sotto forma di conigli...
«Signore vuole ordinare? La nostra specialità è
il coniglio in casseruola».
«Va benissimo, me la porti».
(4—continua. Le puntate precedenti
sono state pubblicate il 3 agosto, sul Parco
dell’Uccellina e la vicenda della Bella
Marsilia; l’11 agosto, sulla Torre di
Spilamberto e il prigioniero che vi disegnò
la sua storia d’amore e morte; il 15 agosto,
sulla spada infissa nella roccia della
chiesetta di San Galgano, nel Senese)
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IL PAESE
Triora si trova a 780
metri sul livello del mare,
30 chilometri da Arma
di Taggia (Imperia).
Ha poco più di 400
residenti, ma gli abitanti
effettivi sono appena 200.
Nel paese ha sede
un museo etnografico
e della stregoneria.
Pro Loco: 0184/94477,
proloco@comune.triora.im.it
COSA LEGGERE
S. Oddo, Bagiue, le
streghe di Triora, Pro
Triora Editore, 2003
F. Ferraironi, Le streghe
e l’Inquisizione, Dominici
editore, Imperia, 1955
M. Centini, Le streghe
nel mondo, De Vecchi
editore, 2002
S. Oddo, La medicina
popolare in alta Valle
Argentina, Pro Triora
Editore, 1989
di Viviano Domenici
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