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Oltre quel limite tutto era buio pesto e mi sentii spaesato davanti al lungo corridoio stretto e nero pece che si trovava davanti a me, ma poi, non so spiegare come, una luce fioca si fece breccia dal fondo del corridoio buio, come un richiamo ad entrare in quella stanza lontana. Decisi di addentrarmi nelle tenebre e giungere fino in fondo, fino alla luce. Il silenzio necrarca del corridoio era spezzato dal rumore rimbombante dei miei passi che scandivano un ritmo da marcia perfetto, ma anche questo rumore andò ad affievolire man mano che mi avvicinavo alla porta, e il mio timore mi faceva esitare e rallentare. Non volevo farmi sentire, volevo cogliere di sorpresa chiunque si fosse trovato dietro a quella porta. Prima di entrare sbirciai dalla fessura, ma alla mia vista nessuna sagoma umana si trovava in quella stanza; entrai di corsa brandendo la spada all’altezza della testa con tutte e due le mani e con uno sguardo furioso, ma senza lanciare un urlo o dire una parola.
La stanza era molto grande, quasi il doppio di quella dove io e i miei uomini c’eravamo accampati; l’illuminazione era molto scarsa ai lati e soprattutto ai quattro angoli del rettangolo, un po’ come quella delle chiese di quei tempi. Non so se ebbi più paura di non aver trovato niente o di aver scoperto qualche segreto che il castello aveva mantenuto per millenni, ma quell’aria di tristezza e terrore che percepivo da quel luogo era peggio di essermi dovuto trovare a fronteggiare contro un intero esercito. Ma, ad ascoltare bene, il silenzio non era del tutto vuoto, in quella stanza; percepivo un minuscolo rumore provenire da davanti a me, all’angolo sinistro,un rumore che si faceva sempre più forte e vigoroso; e poi lo vidi, come un fantasma materializzarsi da quel buio angolo, una sagoma di uomo con una tunica nera e il cappuccio a coprire il volto. Chiunque o qualunque cosa fosse, non aprì bocca con me, si limitò ad avanzare verso me penzolando col tronco come segno di stanchezza e di vecchiaia delle sue povere spoglie, ma allo stesso tempo, quasi come per dare l’impressione di sicurezza e di noncuranza del rivale che gli stava avanti. Il suo avanzare m'innervosì al punto che cominciai ad indietreggiare e ad urlargli contro di arrestarsi, ma lui continuava imperterrito ad avanzare, fino a fermarsi a pochi passi da me. In quel momento lui alzò la mano sinistra e la portò sul cappuccio, lo prese e lo tolse. Quale orrore indescrivibile e inimmaginabile il vedere il suo volto verrucoso e i suoi occhi neri che rispecchiavano il buio dell’oblio. Quella creatura infernale alzo dunque l’altra mano che stringeva un rosso batuffolo animale intriso di sangue, lo portò alla bocca e gli diede un morso che creò quel rumore sgradevole che aveva accompagnato la mia insonnia. Poi prese il batuffolo e lo fece rotolare a terra nella mia direzione. Quello che vidi era il più grande abominio mai fatto alla razza umana: era la testa di uno dei miei soldati di guardia, strappata con la forza dal corpo, con evidenti lembi di carne e pelle attaccati al collo, che dimostravano l’autenticità della mia supposizione; il volto era assente di molte parti e al posto di esse si vedevano i chiari simboli del feroce cannibalismo di cui era stato vittima. Al vederlo rabbrividii e il sangue mi gelò nelle vene; ora sapevo che le leggende che narravano i miei commilitoni erano reali storie accadute e non novelle volte a spaventare i bambini.
Alzai lo sguardo e cercai di guardare il mio avversario dritto negli occhi ma la paura di quello che mi avrebbe potuto fare era grande, come la mia consapevolezza di essere chiaramente sconfitto e di non aver più speranze. Si avvicinò fino a trovarsi petto a petto con me, mi prese per i capelli, mi piegò la testa di lato e con un colpo secco affondò i suoi lunghi canini sul mio collo. Io svenni.
Al mio risveglio fui stupefatto di esser ancora vivo, ma oltre al dolore del mio collo, dentro di me sentivo il dolore della mancanza di qualcosa; il mio cuore non batteva più e una gran fame faceva brontolare il mio stomaco. Il mio “maestro” si avvicinò a me e cominciò a parlarmi. Mi spiegò cosa mi aveva fatto, cosa ero diventato e a cosa gli servivo per non avermi ucciso: io ero il suo nuovo giochino, un pagliaccio al quale aveva omesso la facoltà di cancellare i sentimenti, -un mezzo non uomo e mezzo demone- così che si sarebbe potuto divertire con la mia sofferenza. Dopo questo mi fece scendere le scale fino ad arrivare alle tende dei soldati, me li fece prendere ad uno ad uno e mi costrinse a banchettare con i loro corpi.
Per alcuni decenni fui il suo servitore, ma nelle mie brame c’era il desiderio della fuga e soprattutto della vendetta per quello che mi aveva fatto e per quello che mi aveva costretto a fare ai miei uomini. Così una notte, dopo essermi ricordato la leggenda che narrava che quel demone fu costretto a rimanere dentro il castello tramite un sortilegio, corsi l’opportunità di aspettare che abbassasse la guardia per fuggire; ci riuscii, ero libero.
Da quel momento girovagai per il mondo alla ricerca del modo per tornare normale e di quello per ucciderlo, ma l’unico libro che parlava di queste cose scomparve secoli prima e le sue copie andarono bruciate per mano dei papi della chiesa Romana. Così, arresomi all’evidenza di quello che ero diventato andai in tutti i posti dove regnava la guerra, per poter così nutrirmi in pace, solo in questo modo nessuno si sarebbe mai accorto della mia esistenza.
Una volta venni a conoscenza che Molhock aveva creato nuovi servitori come me e li aveva scagliati alla mia ricerca; da un altro lato, innumerevoli uomini crearono gruppi e sette che avevano il solo compito di cacciare la mia stirpe: non ero più umano, non ero più un figlio delle tenebre, ero un reietto da entrambi i lati; per me non poteva esistere il bene ne tanto meno il male. Continuai la mia ricerca di un perché a tutto questo viaggiando per il mondo, senza uccidere più di quattro persone in ogni paese che trovavo lungo la mia via per non sollevare sospetti e così cercando di vivere in simbiosi con il resto del mondo, nella mia immensa solitudine. Ma quello che mi ha portato a scrivere tutto questo è che chi avrà la sfortuna di recapitare questo diario sappia che quello riportato qui sopra è tutto reale e che l’inferno esiste davvero.”
L’avevo finito, avevo scritto tutto il mio racconto, omettendo la maggior parte degli elementi della mia vita che mi sembravano troppo turpi e sconcertanti per non dare emozioni troppo forti al mio amico di penna. Poi presi una busta grande che avevo richiesto alla réception dell’albergo e scrissi il nome del destinatario, ovvero dell’unico amico che avevo conosciuto tramite una recensione pubblicata in un giornale di New York; ad essere sinceri avrei voluto conoscerlo di persona perché, a parte le vecchie meretrici in cerca di carne fresca, era difficile trovare uomini in cerca d’amici di penna, e io penso proprio che questo mio sentire di persone sole e tristi sia stato fondamentale per la mia scelta.
La birra era finita ormai; avevo dato la lettera al fattorino dell’albergo, facendo attenzione di non farlo entrare e fargli vedere la donna morta distesa sul letto. Con la mente lucida e con la birra che mi circolava in corpi, presi la sedia e la lanciai contro l’armadio, poi mi avvicinai e presi un piede della sedia e lo strinsi con tutte le mie forze al petto; chiusi gli occhi e mi avvicinai alla finestra, alzai il piede sinistro sul cornicione e misi forza per far salire il peso del mio corpo.
Aprii per un attimo gli occhi, sì perché volevo essere cosciente di tutto quello che mi stava per accadere; pensai ai miei uomini, dei quali mi cibai per la prima volta, e di tutte le mie vittime, delle quali cercai di fare un resoconto generale che si avvicinasse al numero effettivo di quante vite furono frutto della mia brama di sete e di morte, ma era troppo difficile ricordarle tutte. Poi infine pensai al mio persecutore e nemico giurato; gli avevo promesso secoli fa di ucciderlo e di spazzarlo via dalla faccia della terra, ora mi rendo conto che il mio era solo un folle gesto votato alla mia brama di ritornare uomo e alla mia arresa alla potenza della fiera ferina che esisteva dentro me.
Non mi rimaneva che chiudere gli occhi e salutare il mondo con un mio ultimo grido; urlai con tutte le mie forze e mentre quel mio urlo mi caricava di forza e sicurezza, m’infilzai il piede rotto al petto e mi lasciai cadere. Durante il salto non urlai, non mi faceva paura la morte, l’avevo già conosciuta in passato, ma ricordo che caddi su una macchia e feci un gran rumore che destò i dormienti e fece uscire le persone dalle loro case.
Sentivo un gran dolore e la voglia di rigenerarmi col sangue fresco, e appunto questo fatto fu determinante per la mia scelta della morte, perché con tutte le ossa rotte non avrei potuto azzannare nessuno e con un paletto conficcato al cuore il sangue sarebbe uscito più velocemente e mi avrebbe prosciugato nel giro di pochi minuti.
Mi convinsi, prima di esalare l’ultimo respiro, che ero morto per noia della non vita, per essermi pentito di aver ucciso tutte quelle persone nei miei secoli di vita, perché avevo scontato le mie colpe, ma poi, prima di chiudere gli occhi, capii che mi ero ucciso solo perché la mia codardia mi aveva impedito di farlo prima.
di Ian Valek
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