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“Il giocattolo della nonna! Andava con le pile!” pensò mentre si spostava verso la sua stanza.
Si arrestò all’improvviso. “Prima, però devo fare pipì, mi scappa…”
Entrò in bagno e si diresse direttamente verso la tazza. Appoggiò la candela sulla lavatrice lì di fianco e poi espletò il bisogno emettendo un sospiro di sollievo. Tirò su la zip del pantalone e riprese la candela. La fiamma illuminò appena la vasca da bagno. L’uomo dal viso sfigurato era sdraiato nella vasca avvolto da una asciugamano scura. Lo fissava.
Un urlo di terrore, la candela gli cadde per lo spavento e si spense.
La riafferrò in fretta, era ormai in preda alla agitazione, non riusciva a riaccenderla, quando vi riuscì fece subito luce verso la vasca, ma lo spostamento repentino spense di nuovo la fiamma.
-Porca puttana, accenditi!- imprecò
La fiamma riapparse sulla sommità della candela. Fece luce. Nella vasca c’era adagiato l’accappatoio blu scuro che era stato di suo padre. Era steso in modo da esibire le forme umane di una persona, il cappuccio sembrava la testa, le maniche tese sembravano le braccia.
-Io sono guarito!- urlò disperato mentre tirava via l’accappatoio. – Non ho più allucinazioni da due anni! Me lo ha detto il dottor Morsen!- Nel fondo della vasca si intravedevano degli attrezzi tra cui un coltellaccio da macellaio e un grosso martello. Erano forse serviti per qualche lavoro.
Uscì dal bagno ed entrò nella sua stanza per recuperare le pile. Si abbassò per cercarle sul pavimento. Il respiro affannoso di una presenza nella stanza si confondeva con il suo. Si guardò intorno. La candela illuminava solo pochi centimetri di spazio. Riuscì a scorgere un’ombra che si muoveva. Si mise a riflettere brevemente. “Non è possibile che riesca a vedere delle ombre anche dove tutto è così scuro!” Fu costretto a convincersi da solo che andava tutto bene, altrimenti voleva dire che non era guarito.
Trovò le pile, le raccolse e tornò nel salone.
“Quanta musica ho ascoltato con questa…” pensò mentre introduceva le pile nell’apposito vano della radio. Chiuse lo sportellino e mise la cassetta nel lettore. Premette il tasto play. Si sentiva il cigolio del nastro che avanzava.
- Ormai mi sto fottendo…- la voce del padre, stanca e appena deformata – Prima di perdere completamente la ragione ho pensato che è meglio registrare questo nastro… -
La parola nastro echeggiò nella mente di Max, prese la lettera della clinica e rivide quella parola scritta sul retro del foglio.
- L’esperimento lo aveva già fatto con Bartolomeo… lo ha ripetuto su di me perché l’altro gli era riuscito a metà…- Il respiro affannoso e qualche colpo di tosse accompagnavano le parole.
- Se si deve fare un processo le prove sono tutte scritte nel suo diario, quello con la copertina marrone…- una serie di convulsi colpi di tosse misero fine alla voce.
Max guardò ancora la lettera della clinica, come nel messaggio c’era anche la parola diario.
“Nastro…” pensava “… e diario…”
-Il nastro è questo! E il diario?”-
Appoggiò la candela sul libricino nel grosso scatolone, quello che aveva preso precedentemente, si accorse che aveva la copertina marrone. Lo prese e lo aprì, era una agenda. La parola diario era riferita sicuramente ad essa. La sfogliò velocemente notando che per ogni giornata c’erano degli appunti.
- Questo lo nascondiamo qui…- ancora la voce del padre, sul nastro c’era inciso dell’altro
– A nessuno verrà in mente di cercarlo a casa mia… - Max ripose l’agenda e guardò la radio, la registrazione non era stata fermata. Il rumore di qualcosa che striscia, i gemiti di chi fa uno sforzo, infine il tonfo della porta di un mobile che si chiude.
Uno scatto decretò la fine della registrazione sul nastro.
Fece qualche passo nel buio. Si avvicinò al mobile bar. La porta si aprì improvvisamente e il cadavere di un uomo con la testa fracassata gli rovinò addosso. Si spostò con un balzo all’indietro emettendo un gemito di terrore e di schifo. Avvicinò la candela al corpo finito ormai sul pavimento. Aveva la faccia così orrendamente frantumata da non poter capire chi fosse. ”Ma questo è papà!” pensò meravigliato e al tempo stesso disgustato “ Ha il pigiama che gli aveva regalato la mamma…”
Fece luce per scorgere nel viso qualche somiglianza, ma la vista di quella orribile testa maciullata glielo impedì, provocandogli anche dei conati di vomito.
“Non è possibile!” pensò disperandosi.
Prese ancora l’agenda e cominciò a sfogliare le pagine nervosamente, leggendo nella poca luce quello che gli capitava. Termini ospedalieri, nomi di farmaci. Decise di cominciare dall’inizio.
“In data odierna si dà inizio all’esperimento, è questo il secondo tentativo, rispetto al primo modificherò sia la terapia di preparazione che quella da iniettare nel cervello…”
Non ci capiva molto.
“Il paziente ha acconsentito affinché l’esperimento abbia luogo, anche se per convincerlo ho dovuto dirgli che il primo è perfettamente riuscito, ma il tumore al cervello di Bartolomeo era più esteso, forse solo per tale causa si sono verificate le note problematiche post-intervento.”
Era stata effettuata una terapia sperimentale, per salvare il padre, non era andata a buon fine, però.
“Stamattina abbiamo installato nella camera da letto le apparecchiature necessarie, nel pomeriggio provvederò a portare i ferri, l’anestetico, le garze e i tamponi, e tutto l’occorrente.”
“Hanno fatto l’esperimento qui a casa!” pensò ricordandosi di aver visto in camera da letto dei teli che coprivano non so cosa.
“La terapia di preparazione ha avuto inizio. Ho cercato inutilmente di rintracciare Bartolomeo, nessuno sa dove sia. Speriamo non giri ancora da queste parti, sarà necessario neutralizzarlo per evitare complicazioni.”
Iniziò a percepire qualcosa di losco. Sfogliò l’agenda andando avanti.
“La terapia di preparazione è terminata, i parametri sono nella norma, unico problema l’apparizione di chiazze cutanee su parti del corpo e sul viso. Potrebbe essere una forma di allergia.”
Leggeva ad alta voce, il respiro affannoso tornò a farsi sentire nella stanza.
“Questa mattina effettuerò l’intervento chirurgico, i parametri sono sempre ottimali. Le chiazze cutanee mi impensieriscono, non sono scomparse e alcune mi sembrano più estese.”
“Lo hanno operato nonostante l’allergia…” Qualcosa finalmente cominciava ad essergli chiaro.
“L’intervento sembra riuscito. La massa tumorale esterna è stata asportata. Per quella interna è stato iniettato il farmaco sperimentale. Ho deciso di aumentare ancora di qualche milligrammo la dose in quanto trattasi di tumore più aggressivo del previsto.”
Quel sospiro che udiva si faceva più pesante. Alzò lo sguardo dai fogli e si voltò indietro. Tornò il silenzio.
“Il decorso operatorio è piuttosto positivo, i parametri sono sempre nella norma, ma le chiazze sul volto vanno accentuandosi. Proverò ad iniettare degli antistaminici.”
“Cosa gli hanno combinato, povero papà…” andò avanti di qualche pagina.
“Le chiazze sono diventate ormai delle piaghe, fuoriesce del pus e altro liquido biologico. Proverò con altri farmaci. Il paziente non sa ancora di questo effetto collaterale, ma domani dovrò metterlo in piedi per testare definitivamente il decorso post-operatorio.”
“Lo hanno rovinato, prima di morire…” Max scuoteva la testa mentre leggeva.
“Il paziente ha reagito negativamente alla scoperta della propria situazione. Nella sua rabbia ho anche intravisto segni di squilibrio. Sto valutando l’ipotesi di liberarmene e diffondere la notizia del suo decesso causato dal tumore, per non lasciare tracce ulteriori.”
“Che figlio di puttana!” Max voltò la pagina e si accorse che era vuota, anche quelle immediatamente successive. Per qualche giorno non era stato annotato nulla. Qualche pagina più avanti trovò altre frasi, le parole erano scritte con una grafia diversa, in stampatello. Lesse.
“Il dottor Morsen è una brava persona, ma col suo esperimento mi ha trasformato in un mostro, non me lo doveva fare. Io, però, l’altro giorno gliel’ho fatta pagare. E l’ho fatto solo per il suo bene.”
Max spalancò gli occhi. “La stessa scrittura della lettera! Papà aveva l’abitudine di scrivere in stampatello! L’ha spedita lui, allora! Ma perché?” Anche il nome del medico gli destò stupore. “Il dottor Morsen… il mio psicanalista…” Lesse sulla pagina successiva.
“Il dottore è sistemato, gli ho fatto indossare il mio pigiama, adesso dormirà per sempre. Ma non ha voluto prendere la camomilla.”
Max avvertì il velo di una crescente pazzia presente in quelle frasi. Spostò il braccio e illuminò il cadavere sul pavimento col pigiama del padre. Finalmente capì chi fosse. Ma non riusciva a capire dov’era finito il corpo del padre. Tornò a leggere.
“ Il martello che ho usato è nascosto sotto l’accappatoio, così non lo troverà nessuno. Adesso non ho più voglia di scrivere.”
Depose l’agenda nello scatolone e si diresse verso il bagno. Entrò e illuminò il fondo della vasca, il grosso martello era ancora al suo posto. “Credevo ci fosse anche un coltello…”
Si voltò per uscire dal bagno. Il mostro era davanti a lui. La mano destra impugnava il coltellaccio da macellaio.
- Adesso devi dormire anche tu.- la voce deformata e rauca sibilò nei suoi timpani.
- No, papà! – urlò disperato.
Il mostro tentò di colpirlo, ma i suoi gesti erano troppo lenti, Max gli bloccò il braccio e lo disarmò. Dalla bocca di quella orribile creatura fuoriuscì del vomito verdastro.
- Non ce la faccio più… - disse ansimando – Volevo vederti ancora una volta, prima di andare a dormire… Dammi la camomilla…-
Max comprese che il padre stava soffrendo atrocemente, doveva fare qualcosa.
Sferrò il colpo il più forte possibile. La lama del coltello si infilò completamente nel petto dell’uomo all’altezza del cuore, il sangue che usciva era misto ad un liquido giallognolo. Il padre lo guardò con occhi pietosi per l’ultima volta. Poi si accasciò. L’ultimo rantolo del mostro fece ripiombare la casa nel silenzio.
Max non sapeva che fare, voleva solo andare via da quella casa. Gettò con sdegno il coltello per terra. Fece un cenno di solenne saluto al corpo del padre e si diresse verso l’uscita.
Aprì la porta. Due occhi spiritati lo fissavano, il volto deturpato era coperto da un ruvido cappuccio, le pupille luccicavano come fiamme dell’inferno, un ghigno orripilante mostrava i pochi denti marci. Era Bartolomeo, il vecchio custode del cimitero.
N.d.A..
Da questo racconto sarà tratta, dallo stesso autore, una sceneggiatura cinematografica per la realizzazione di un cortometraggio indipendente. Chiunque fosse interessato al finanziamento del progetto o comunque a parteciparvi lo può contattare all’indirizzo mail: mariomottola@libero.it
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