Il vampiro presenta un rapporto ambivalente con la sua preda.
La sua forza e la sua determinazione lo portano ad essere un eccellente cacciatore, spietato, una macchina perfetta per catturare le proprie prede e per procacciarsi il nutrimento. In tal senso è un dominatore, è l'equivalente ottocentesco della figura del cacciatore presso le tribù primitive; egli ha conservato retaggi istintivi che lo pongono sul gradino più alto della catena alimentare.
Il fatto che non sia onnivoro, tuttavia, lo condanna ad essere schiavo delle sue prede. Egli non può trovare surrogati. E' spinto all'azione dal suo bisogno di nutrirsi di sangue e non riesce a trovare altro tipo di nutrimento in grado di placare la sua sete. In tal senso è destinato alla dannazione eterna: è condannato ad inseguire le sue prede di cui - suo malgrado - non può fare a meno.
E' vittima delle proprie vittime, è schiavo dei propri schiavi. Incarna in sé tutte le contraddizioni e l'ambivalenza che prendono corpo in ogni rapporto di dominio. Chi esercita il dominio è suo malgrado dominato da chi il dominio lo subisce. Senza subalterni il Signore non sarebbe tale - potrebbe conservare i suoi modi cavallereschi e il suo carattere impavido, ma non avrebbe alcuno specchio nel quale vedere riflessa la propria immagine di dominatore, rinvigorita dal potere che riesce ad esercitare sugli altri.