Come abbiamo più volte sottolineato il vampiro rappresenta un essere sospeso fra la vita e la morte, fra realtà e fantasia, costretto ad essere lontano dai vivi ma allontanato anche dalla morte, dotato di sangue quasi divino ed allo stesso tempo demoniaco. Un essere vivente in un corpo morto.
Il simbolo dell'irraggiungibile immortalità, un mostro soprannaturale che ha conservato tutte le caratteristiche esteriori di un essere umano, le passioni, il fascino che scatena l'amore e la passione.
In pieno periodo illuminista, il periodo della razionalità e della logica in cui le credenze, i miti e le leggende venivano sconfessate, Voltaire si rallegrò della scomparsa del mito vampirico, ma non comprese che esso aveva soltanto cambiato "teatro". con il declino della società tradizionale il vampiro era divenuto il simbolo dell'ideale romantico che non accetta la modernità industriale.
Il vampiro quindi lasciò definitivamente il suo ruolo di protagonista delle leggende popolari per affermarsi come protagonista nella cultura colta europea.
"Il vampiro che a inizio Ottocento si afferma come figura letteraria è metafora di un amore inteso come rovina e distruzione dell'altro. L'eros esasperato conduce il vampiro e l'eroe maledetto alla distruzione della persona amata, e si risolve, spesso, in autodistruzione. Il rapporto amoroso tende a configurarsi come legame di tipo vampirico. Gli eroi romantici, diabolici e fatali, tenebrosi e misteriosi, sono figure vampiriche. La paura della perdita della persona amata si risolve in anticipazione della perdita. L'eros sfrenato e insoddisfatto si trasforma in assunzione cannibalica dell'oggetto" stralcio tratto dal libro di Vito Teti "La melanconia del Vampiro".
Divenne quindi lo stereotipo del personaggio tormentato e melanconico, fatale e maledetto, tenebroso e misterioso dell'ideale Bayroniano.
Nello spleen di Baudelaire si comprende meglio la relazione tra l’immutabile e dolorosa condizione interiore del melanconico ed il cambiamento del mondo circostante.
Lord Ruthven si aggira, bello e satanico, tra le rovine della classicità quasi ad annunciare le rovine che si appresta a provocare nei salotti di Londra.
I vampiri de "L’ultima notte" di Furio Jesi si aggirano tra le macerie e le rovine delle metropoli di un’umanità che non ha saputo reggere le sorti del mondo.
Il vampiro è assurto a metafora del rischio della fine di quella stessa modernità, ponendosi come drammatica figura post moderna che si aggira tra le rovine di una Londra colpita dalla peste (si pensi al Dracula di Stoker, ed al più vicino Nosferatu di Herzog) o tra le macerie in cui si scontrano, in una lotta terribile e decisiva, uomini e vampiri, bene e male, vita e morte.
Con la sua esistenza senza fine, un viaggio lineare fino alla fine del tempo si oppone alla visone ultraterrena che le religioni ci offrono della condizione umana.
Concetti ed idee quali vita, peccato, redenzione, e morte, non hanno significato per un vampiro che non conosce la fine e non possiede la consapevolezza della propria morte.
Il suo status di immortale però non gli conferisce uno stato di grazia e felicità ma l'esatto contrario: una cupa e lenta comprensione della incurabile malinconia.
Il vampiro si trova dunque perso come in un labirinto tra l'impossibilità di vivere ed l'impossibilità di morire, tra la nostalgia dell'amore e l'incapacità di amare.
trasformandosi in abitatore delle macerie degli uomini, il vampiro moderno sembra proiettato verso una sopravvivenza alla fine dell’uomo e alla scomparsa della civiltà.