[ « indietro ]     Passano pochi minuti e alla luci della ribalta salgono due figuri con grembiule da macellaio più un terzo con indosso una maschera, evidentemente la vittima designata. Il palco si trasforma in un mattatoio insanguinato dagli audio-massacri perpetrati da questi tre maniaci omicidi. Si tratta di Macelleria Mobile di Mezzanotte. Un delirio di scariche rumoristiche assordanti ci piove addosso. Esplodendo in convulsi spasmi, la voce filtratissima del leader, Adriano Vincenti crea scenari di brutalità e crudezza assassina. E’ di assassinio seriale che si tratta: è lo stupro della macchina a servizio di una narrazione nevrotica, concitata che, dietro il suo insieme fortemente alienante, agita un catalogo di perversioni criminali e patologiche. In particolare, ad essere indagati con maggiore attenzione sono gli aspetti criminogeni del sesso attraverso l’uso di un’iconografia che non lascia dubbi. Uno spettacolo granguignolesco che, nella sua ricerca dell’estremo, del punto di non ritorno, è tutto votato al nichilismo. In questo atto di avanguardia efferata ed oltranzista gli istinti primordiali tornano a rivendicare il loro primato, bandendo come fuorilegge ogni logica razionale. La creatura di Vincenti & Co trova la sua sublimazione in un’estetica criminale che mira all’annichilimento dell’ascoltatore. Sembra di vedere davanti agli occhi il Trittico delle delizie di Bosch con la sua libidinosa incursione tra le mostruosità umane. Solo che qui manca ogni tipo di carica religiosa. Diciamo, anzi, che siamo proprio agli antipodi. Qualsiasi preoccupazione morale è fuori luogo. Ciò che conta è solo la passione per la caduta, l’attrazione fatale per ciò che vi è di dannato in ogni essere.

Mentre mi abbandono a queste elucubrazioni, però, sobrio, austero ed elegante fa la sua comparsa sul palco Atrax Morgue. Con la sua aura spettrale Corbelli catalizza subito l’attenzione di tutti i presenti e quando la prima scarica siderale viene a deliziare le orecchie, sono già tutti ipnotizzati. Inizia una fredda e asettica operazione di killeraggio sonoro. I suoni vengono dissezionati con precisione chirurgia come un cadavere sottoposto ad autopsia. Violente eruzioni di velocità si decompongono in schegge di concettosa densità, mentre da questo magma infernale emergono sculture soniche lavorate con furia imperiosa e devastatrice; il tutto sorretto da un equipaggiamento spartano fatto di microfoni, mixer e sintetizzatore analogico. La resa in potenza è straordinaria e crea una sorta di coazione a ripetere, che ha senza dubbio del patologico. Un deleterio universo si spalanca allo spirito: il rumore induce uno stato di piacere/dolore che trapassa nel delirio fino a pervenire all’estasi nella prospettiva della morte. A rendere ancora più inquietante l’atmosfera è la voce elettronica, distorta ed inumana del protagonista assoluto di questo rituale di passaggio. Le losche immagini di morte che il proiettore continua a somministrare a piccole dosi regolari solleticano i sensi con la ripugnanza, che è stretta parente del desiderio. Infine, scene di erotismo esplicito completano la serie delle perversioni audio-visive con una certa predilezione per alcuni giochi di Venere. Morte e Bellezza sono un nesso inscindibile nell’Atrax Morgue pensiero: la bellezza ha bisogno di violenza, la sua oscena nudità richiama la lama di un coltello. Ma la ricerca del fondo ultimo conduce ineluttabilmente a scoprire che al limite estremo non c’ è che il nulla...

Prostrata dall’ impeto di Atrax Morgue, mi accingo a godere l’ultimo artista previsto dalla scaletta. E’ Bad Sector. Di lui, Massimo Magrini, ideatore del progetto, sono stati in molti a parlarmi bene. E devo dire che, quando attacca ad infilare una dietro l’altra sequenze, scandite in ritmi vorticosi, partoriti da una strumentazione anomala (almeno per quanto mi riguarda), rimango molto colpita. Nella destra un tubo al neon, al centro un computer e a sinistra un interessante congegno, un modo davvero singolare di orchestrare questa sinfonia molto noisy, che ormai, già da qualche minuto, mi sta sconquassando il cervello. Il suono è manipolato gestualmente passando attraverso cellule fotoelettriche collegate col PC. Fanno il paio con queste oblique geometrie sonore immagini tridimensionali che somigliano a radiografie, un po’ cyber nello stile. L’attrezzatura super-hi-tech, rielaborando suoni per mezzo del software, rimanda un suono digitale sfilacciato, che fa venire in mente qualcosa di possente, di maestoso. Tra i rombi cupi delle accelerazioni ritmiche sature di distorsioni di tanto in tanto fa capolino un’elettronica che divine più orecchiabile. E così comincio a vedere teste muoversi come fulminate da scosse elettriche, che ne mandano in corto gli ingranaggi. Il sound non rinuncia, tuttavia, alla sua abrasività. E il ritmo si fa sempre più corrosivo di pari passo col crescere della foga. Merito maggiore di Magrini è, a mio avviso, l’elaborazione di un soundscape espressivo soprattutto dal punto di vista emozionale. La tecnologia, tutta funzionale alle emozioni, suggerisce, infatti, immagini mentali che attingono una sensibilità dalla macchina. Magrini è un vero ingegnere del suono, ma alla sua tecnica e alla sua competenza sa abbinare un’umanità che non sfugge a nessuno. Il pubblico è sintonizzato sulla sua stessa lunghezza d’onda, perciò quando l’esibizione termina segue un applauso fragoroso.
Il concerto è finito. Anche per quest’anno il Congresso chiude i lavori, come si suol dire. L’augurio da parte mia è che si possa tornare presto a vedere un terzo atto di questa session, che si avvia – ne sono certa – a diventare una tradizione grazie alla passione e all’impegno profusi dagli organizzatori, le persone che rendono possibile tutto ciò e di cui troppo spesso ci si dimentica.

Le foto che corredano il presente articolo ci sono state gentilmente offerte da Riccardo Conforti e Flash Magazine (prima foto pagina 1), Flavio DBPIT (seconda foto pagina 1 e prima foto pagina 2) e MoonFish (terza foto pagina 1, seconda e terza foto pagina 2). Un grazie sentito a tutti loro.


Melania Capuozzo