Giunto alla sua seconda edizione, il Congresso post-industriale organizzato dallo staff di EnergyZone ha visto un autentico “bagno di folla”: ben 150 gli intervenuti alla manifestazione. Una cifra record per un tipo di non-musica, refrattaria, com’è implicito già da questa definizione, al mainstream e quindi ancora di scarsa diffusione, perlomeno presso l’audience italiana. L’apertura al pubblico è prevista per le 20:30, ma già prima dell’ora stabilita un discreto numero di persone presidia l’entrata del locale. Finalmente si entra e la prima tappa obbligata è per tutti il tavolo del merchandising, dove Mr. Protti, proprietario della label friulana Old Europa Cafe’ ha allestito un allettante assortimento.
L’evento è solenne. Questa è una delle poche occasioni che si presentano nel nostro Paese per assistere ad una performance estrema come questa, ai limiti dell’ udibile, destabilizzante per il corpo e per la mente. E’ la teorizzazione del rumore che si fa prassi: un’esperienza comunicativa, che passa attraverso l’oscuramento del linguaggio musicale convenzionale, che anzi si pone in antitesi agli insegnamenti accademici, per sedurre attraverso il rumore. Rumore come arte. Il rumore si appropria di un suo status; diviene viatico espressivo a disposizione della creatività umana. Formula per mezzo dei suoi demiurghi una filosofia che combina approccio concettuale e fisico: strutture soniche ostiche, solide come pietra, taglienti come cocci aguzzi fondono il freddo acciaio della macchina e il calore della carne e della sensibilità umana. Percorrendo sentieri impervi, il rumore scava nell’angolo più remoto della coscienza, ove non trapela il benchè minimo spiraglio di luce. Stimola immagini visive pregne di riflessi emotivi e dall’ alto potere evocativo…
Ma ora il silenzio esige di essere trasgredito. Lo show incomincia.

Il primo a salire sul palco è Wertham aka Marco Deplano, che ci assale subito con fragorose note che colpiscono in pieno viso. Si capisce subito che quella che ci attende è una performance delle più energiche. Elemento indispensabile della grammatica musicale (?) di Wertham è un rumore totale, senza compromessi; la follia cacofonica fa parte del suo codice genetico. E’ l’apologia del caos: forme soniche indisciplinate sprigionano la loro bellicosità sotto il dominio di questo Marte Ultore. Ma c’è qualcosa di più. Sotto queste terrificanti architetture di puro noise si intuisce un’attitudine diversa, che tradisce un background molto personale. La mentalità punk, la sua essenza primitiva è ungulata dal graffio di un abrasivo power elettronic. Pieno delle contraddizioni dell’hardcore, Wertham sembra in prima istanza proporre la ricerca di una strategia per cospirare contro gli schemi sociali. L’esibzione propone stereotipi, simboli e icone della società molto discutibili e sempre al limite del “politicamente corretto” . E’ il caso del golly wog, bambolotto di pezza bandito dai negozi di giocattoli, specie negli anni ’80, ad opera dell’establishment britannico perché giudicato una caricatura offensiva della gente di colore. Wertham lo agita convulsamente dinanzi alla platea confusa. Poi, col suo fare teatrale prende una t-shirt sulla quale campeggia in bella vista la scritta: “CONQUERING – THE LION OF JUDA” e con un coltello la fa a brandelli, offrendo i lacerti in omaggio al pubblico sottostante. L’impressione che quella proposta da Wertham sia una trasgressione non facilmente assimilabile è ulteriormente confermata dalle proiezioni non proprio rassicuranti, date in pasto ad un uditorio già sufficientemente stordito dalla drammaticità delle onde sonore. Gelide escursioni ad alto voltaggio contrappuntano dolorosamente la vista dei corpi orrendamente martoriati della guerra in Bosnia. L’orrore vocale delle urla vomitate nel microfono contribuiscono a rendere l’effetto ancora più urticante. Seguono alcune agghiaccianti immagini tratte da “Death Scenes”, documentario sui delitti violenti prodotto da Nick Bougas. I documentari sembrano essere la passione di Wertham, ragion per cui ecco nuove sequenze a proporre l’ennesimo documentario. Questa volta è “Nazismo esoterico”. In verità, sarebbe operazione filologica complessa ricostruire ed elencare qui tutte le numerose fonti visive e bibliografiche cui Deplano attinge. Ne cito tuttavia altre due, che mi sembrano degne di nota. Norman Cohn, Licenza per un genocidio e I protocolli dei savi anziani di Sion, un falso (voluto dai servizi segreti zaristi), in cui un sindacato internazionale di Ebrei si propone di sovvertire l’ordine sociale costituito. Strettici in questo viluppo mortale, come il più impassibile dei traghettatori Wertham ci conduce verso la fine di questo meraviglioso entertainment. Il risultato è pienamente raggiunto. Quello che personalmente ne ricavo, al di là del disorientamento iniziale, è la precisa volontà di creare disturbo, di creare distruggendo nell’intento di dare espressione a degli stati emozionali, che non hanno una bandiera di appartenenza se non quella della propria sensibilità. Dietro tanta virulenza non è da leggersi che una rappresentazione delle ossessioni umane, la fascinazione morbosa verso l’estremo che porta a toccare la profondità di sé. Un vero atto di autotrascendimento di cui Wertham ha voluto farci dono. Certamente una performance di grande forza espressiva con la quale matura ottime credenziali di front-man, anche in versione live.

E’ il turno di I Burn. La proposta di Santamaria è un noise ambient sperimentale creato con l’ausilio di software, campionamenti, PC e microfoni. Lenti e costanti crepitii danno luogo ad una deflagrazione allungata che risulta poco digeribile. Poco a poco il suono aumenta in spessore. Santamaria esibisce un perfetto controllo del suono, continuamente reiterato e stratificato. Serrati sbalzi armonici provocano un effetto di straniamento. La suite sopravvive nella tensione dell’attesa, come se fosse sempre in bilico sull’orlo di uno scurissimo e profondo baratro, dal quale non è possibile uscire indenni. Sfruttando una certa attitudine lo-fi, il nostro insiste sull’ipnosi creata dai tempi dilatati, catapultandoci in plaghe sonore dalla durata imprevedibile. A scandire la tensione alcune sequenze di Todo modo, che rimarcano in maniera impietosa la crisi incipiente che attende di far esplodere la stessa costruzione sonora. Si attende la palingenesi. E così, guadagnando progressivamente in volume, il brano raggiunge il suo climax espressivo, fino a assomigliare ad un maremoto per quanto è violento. Tra gli applausi della folla entusiasta ecco uscire di scena anche I Burn.     [ avanti » ]


Melania Capuozzo