Asylum è il patrocinatore di un debut ricco di validi spunti stilistici e compositivi: Rattus in sanguine, un impasto bastardo di krautrock, industrial e techno. Si tratta in realtà di un demo, ma così ben allestito da preconizzare un brillante futuro per questo artista nascente. Ciò che lo contraddistingue è innanzitutto un approccio alla struttura del suono che definirei pornografico: alligna con depravazione tra i solchi di questo CD un’ aggressiva seduzione dal retrogusto decisamente sadico.
La creatività disturbata di Asylum scivola malatamente in un maelstrom di violenza oltranzista, che raramente concede spazio alla melodia. In capitoli come “The end of show” e “Ploratus” si fanno strada le istanze più isolazioniste del progetto. I brani destrutturalizzati e con un continuo intrecciarsi di stratificazioni e diversificazioni sonore disegnano davanti agli occhi dell’ ascoltatore un oscuro mondo pieno di pericoli e di insidie.
Paradigmatica è “Barbie trip”, ove un noise dalla forte componente meccanica stila immaginari gelidi, glaciali. I vortici ipnotici che la aprono sono l’ anticamera che conduce nei meandri più morbosi della psiche umana.
Le facoltà immaginative sono stimolate e insieme ad esse lo sono anche i sensi. In “Everybody’s dead” le intrusive infiltrazioni rumoriste che intervallano qua e là l’ architettura compositiva del brano generano l’ impressione di essere lambiti da lingue biforcute di rettili che al minimo contatto gelano il sangue. E in “Lesbo sado dance” incalzanti BPM sono fregiati da un sinistro squittire.
Talvolta, però, sporadiche incursioni industrial, che graffiano i padiglioni auricolari, possono cedere il passo al rumore puro, quello che sconquassa il cervello oltre che il corpo. E’ ciò che accade in “The end of show”, marziale manovra sonica che si muove tra mitragliatrici e guerresche percussioni. Tal’ altra, invece, lo sperimentalismo caotico di Asylum può passare da una girandola di modulazioni distorte, da passaggi claustrofobici e contorti a brani movimentati e ritmati. In questo il nostro rivela tutta la sua abilità di manipolatore di un compendio sonoro ad ampio spettro.
Gli ultimi brani del demo sono un chiaro omaggio ai dusseldorfiani Kraftwerk, a cominciare da Man a machine, che varia leggermente nel titolo il celeberrimo album The man machine del 1978 contenente un hit acclamatissima all over the world, sto parlando ovviamente di “The model”, anch’ essa ripresa da Asylum in una versione, nemmeno a farlo apposta, industriale. La devianza psichica assume ora l’ aspetto di figure robotiche che si contorcono. La freddezza chirurgica dell’ EBM, unita a qualche cupo sprazzo di new-wave, trascina, tra ombre e malinconie, verso surreali orizzonti.
E allora al suono di una dance minimalista e inquietante, intersecata da deliri cacofonici e presaga di un future sound dove l’ integrazione tra macchina e uomo sarà sempre più evidente, Asylum ci sbarella in psicotiche diramazioni technocrati.
In breve, quello che Asylum ci serve è un piatto indigesto che non mancherà di solleticare i palati degli avvezzi ai generi più estremi, ma anche di coloro che semplicemente vanno in cerca di qualcosa di forte. La scossa è garantita. Sapete già a chi chiedere asilo!


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