Un biglietto di sola andata per l’ Inferno! Ecco, cos’è Phlegmaticus! Editato tra l’ ’86 e l’ ’87 dalla Misty Circles, etichetta cui va il più sentito plauso per aver portato alla luce con pionieristica azione dei veri e propri capolavori che diversamente sarebbero forse caduti per sempre nell’ oblio, questo live action è il frutto del folle genio di Maurizio Pustianaz.
Una nota all’ interno del booklet avverte che l’ album è stato realizzato con l’ uso della Dream Machine, seguendo il progetto di Brion Gysin, noto poeta e pittore visionario, inventore del metodo del cut-up, utilizzato poi nella scrittura da William S. Burroughs. Per quanti ancora non lo sapessero, la D. M. (adottata tra l’ altro anche dal Tempio di Genesis P. Orridge) è un cilindro contenente una lampadina e perforato ad arte, che gira a tutta velocità (la velocità di rotazione per chi la “costruisce” in casa è di 78 giri al minuto, come i vecchi giradischi) e che provoca stati di trance. E effettivamente uno stato di alterazione mentale percorre tutto il CD. L’ irrazionale è preponderante: si esplica qui il libero dettato del pensiero, privo di controllo, che ingenera automatismi psichici che evadono i limiti assegnati dalla camicia di forza sequenziale della logica assoluta. Gerstein è il regno dove il sogno è onnipotente.
Ascoltarlo è come fare sperimentazione psicotropa sul proprio corpo. Attua una sovversione nella percezione del suono, che non si fissa mai, ma è costantemente in transizione e distrugge se stesso…riemerge, si incarna di nuovo in fonomorfemi tortuosi, al limite della pazzia e si annichilisce ancora e ancora e ancora…Alla fine quello che se ne ricava è un’ impressione di straniamento. I suoni si susseguono come pensieri che si sviluppano per associazioni. La significazione nella sua organizzazione tradizionale è sconvolta e crea una sconnessione finanche nel circuito sinaptico. Quella di Phlegmaticus è una struttura sonora ogni volta decostruita, spezzata e poi riassemblata in una costruzione esplosa. In breve: entropia senza pranza di un ritorno all’ ordine.
Una narrazione sotterranea che corrode il senso e produce un oscuro groviglio inestricabile di pulsioni e stati allucinatori ci guida attraverso un mortifero e ferale universo. Ogni traccia equivale ad un’ abluzione nelle mefitiche acque dello Stige, infestate da demoni maligni, calati entro sulfuree atmosfere e ricoperti da tenebrose nenie.
Intriso di un’ aura oscura e claustrofobica e trafitto da esplosioni industriali, Phlegmaticus è un capolavoro di trascendenza esoterica. Un’ impronta misterica è filtrata in tessiture limacciose. Campanelli, voci che recitano formule, una tastiera solenne che non manca di carica epica, grida disperate e raccapriccianti che evocano foschi immaginari rasentanti il delirio sono il suo violento viatico espressivo.
Il primo brano annuncia inequivocabilmente che l’ apocalisse è vicina. Si comincia subito con un pestaggio assassino alle trombe d’ Eustachio. Sferragliamenti, voci distorte, tamburellare ossessivo, voragini che si spalancano sotto i piedi producono immagini surrealistiche che gettano una luce inquietante sulle zone più riposte dell’ Io. Si svela in questo modo una sensibilità protesa a scoprire sotto l’ involucro della realtà fenomenica altri rapporti, che non siano quelli immediatamente rintracciabili. Sonorità spezzate cui si aggiungono ciclicamente segmenti simili accentuano una morbosità clinica da incubo psichiatrico. Ogni brano, annegando dentro suoni lunghi e calibrati, accresce la sensazione di fastidio. La frontiera del suono viene continuamente trasgredita da interferenze, contaminata, corrotta, macchiata di impurità soniche. Tanto la calma piatta della III traccia, lacerata da drones e fruscii che attraversano il cervello, quanto la voce robotica della IV, punteggiata da insopportabili intermittenze noise tessono una trama ambientale efferata, che esplora gli spetti più sconosciuti dei processi psichici e li registra con taglio crudo. Il senso di angoscia contagia la II traccia: voce salmodiante, loop e suoni riverberati che trapassano le orecchie. Ma è soprattutto la VI traccia che regala inquietudine a fiumi, chiudendo un lavoro così brillantemente “coerente” nella sua incoerenza. Ecco quindi Pustianaz proporci un assolo di piano massacrato da urla, voci d’ oltretomba e lunghi muggiti. Ma, come se non bastasse, l’ ansia è accresciuta dalla concitazione delle mani sulla tastiera e da quelle note appena pizzicate tra lo sciabordio dell’ acqua e l’ abbaiare dei cani.
Non mi resta che consigliarvi calorosamente l’ acquisto di questo disco, da avere ad ogni costo!


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