Nothing, Desire, Prejudice, Indifference, Malice sono gli eteronimi con i quali operano i cinque musicisti che compongono WELTSCHMERZ. Di primo acchito verrebbe da pensare al titolo di un romanzo esistenzialista. E, a ben vedere, non si è poi tanto lontani dalla “verità”. Già in quel monicker è infatti tutto il peso di una “Weltanshauung” negativa, su cui grava la cognizione di un “dolore universale” che nasce dalla constatazione del Nulla (Nothing), che spinge a desiderare proprio per questa costante Assenza (Desire) e che lascia spesso nell’ Indifferenza (Indifference).Sentita testimonianza di questa decadenza spirituale è Capitale de la Douleur. Con questo loro secondo significativo atto i Weltschmerz firmano una serie di brani dall’ anima maledetta e romantica, esibendo vistose doti tecniche, che dimostrano una maturità già pienamente raggiunta. Il quintetto si muove con estrema abilità nei foschi territori di una dark-wave lunare suonata al ralenty, ondeggiando in un ambiente onirico creato da riffs lenti e suggestivi che inducono alla meditazione. Le basi ritmiche si intrecciano, combinandosi in avvincenti spirali di sicuro trasporto emotivo. Dramma e pathos sono gli ingredienti essenziali di questo apocalittico universo. Troneggia ovunque una sottile inquietudine, dalle parole delle lyrics pronunciate con un tono da giudizio universale all’ umore desolato che infetta di sé tutte le composizioni. Ballate funeree e cadenzate spargono accenti noir sull’ animo afflitto, perso tra atmosfere malinconiche e limbi di solitudine. Si respira in alcuni brani un clima oppressivo da fine del mondo, che è come una palpitazione soffocante. Si sente che il lavoro musicale è una continua inchiesta su nuovi segreti da scovare; mira ad approfondire lontananze, a muoversi verso verità e profondità assenti dalla percezione della vita comune. E il risultato è la proiezione entro una dimensione metafisica, cui non manca una coloritura misticheggiante. A ciò contribuisce del resto anche l’ eterea e sinuosa voce di Desire, che su una tela di disperato nero è la variazione cromatica che occorre: una pennellata di rosso. “Maha Pralaya” per esempio è un brano ipnotico che si nutre dei contrappunti tra il drammatico recitativo maschile di Nothing e l’ angelicità vocale di Desire. Sul versante relaxing non sono da meno le tastiere che, presenti un po’ in tutti i brani, evocano atmosfere avvolgenti ed intense che fanno riaffiorare alla mente ricordi e nostalgie inconsolabili. Non mancano tuttavia momenti energici, l’ album è anzi ritmato sovente dai decisi passaggi di basso di Nothing e dagli splendidi arpeggi chitarristici di Prejudice (alias Mauro Berchi ), che già titolare del progetto Canaan, torna qui a dimostrare ancora una volta la sua perizia e padronanza tecnica. E’ bellissimo crogiolarsi all’ ombra di brani come “Inanna incarnates” , la title-track e “Downfall Bolero”. Da segnalare anche l’ epigrammaticità essenziale dell’ opener “Jade Eclipse” che fa di questo album un capolavoro di ermetismo non solo nei testi, conditi degli immancabili elementi nichilistici, ma anche nella struttura sonora. I testi cifrati , l’ ascetismo della parola e della musica, il raffinato preziosismo degli arrangiamenti fanno di questa musica qualcosa di elitario, dalle sfumature difficilmente decodificabili, perché portatrici di messaggi subliminali. Ma se i testi sono oscuri, non sono di certo oscure le fonti di ispirazione del gruppo, che anzi le palesa già a partire dal titolo dato all’ album, che ricalca chiaramente l’ omonima raccolta di liriche del poeta surrealista francese Paul Eluard, di cui i Weltschmerz riprendono il talento visionario, segno di un’ allucinata sensibilità, continuo gioco che fonde la realtà con l’ esaltazione visionaria e il sogno oppure nel brano “Colore di pioggia e di ferro”, trasposizione musicale di una poesia di Salvatore Quasimodo, in cui alberga un cupo mal du vivre dato dalla logora, usuale trama dei giorni. Weltschmerz, come indica il nome, è il “dolorare” del mondo che ognuno porta in sé, la coscienza del declino e dell’ irrimediabile caducità che porta il nostro essere. Ma questa meditazione sul dolore dell’ uomo vuole porsi come un battesimo purificatore che, attraverso orizzonti sonori, fortifica lo spirito e permette in qualche modo di mitridatizzarsi contro la dose di veleno quotidiano.
Entrate in sintonia con lo spirito di questa musica, fate emergere il vostro inconscio, ne uscirete con una nuova consapevolezza di voi e del circostante.


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