Provate a pensare ad una giornata uggiosa, fuori la pioggia che picchia sui vetri e nel cuore un incolmabile senso di tristezza. Questa è la cornice perfetta entro la quale ascrivere il lavoro di Cesare Marilungo ovvero Noosfera: un viaggio psichico attraverso i meandri dell' ambient music più descrittiva ed emozionale che si coniuga ad un paesaggio onirico, che proietta in diramazioni di chiara matrice apocalittica, con venature tendenti alla psichedelia. Psiche è per l' appunto la parola chiave in questo contesto. I suoni di Junghian Epiphanies somigliano infatti a manifestazioni dell' inconscio che diventa, qui, la sorgente di forze spirituali pure e archetipe.
Ritmiche fluide e monolitiche sortiscono l' effetto di polpastrelli che massaggiano le tempie, trasportando in ambienti tutti cerebrali, vero paradiso per narcolettici incurabili. I brani d' ascolto intensi e surreali poggiano su strutture armoniche circolari che ricorrono a minimali e ipnotiche proiezioni soprattutto attraverso l' orchestrazione dei sinths. Le atmosfere meditative, statiche e oscure, a volte immobili, a volte plumbee contaminano della ruggine metropolitana stanche ballate folk dai riff di chitarra melliflui che affondano in dinamiche ritmiche ovattate.
La dimensione emotiva dei 9 episodi composti da Noosfera risulta inquieta: talvolta induce stati di trance, talvolta porta sull' orlo di una crisi psicotica. Quello che viene offerto all' ascoltatore è un percorso sonoro che ha quella peculiare impronta della malattia interiore fatta di immobilità e svogliata insofferenza, che fa di Marilungo un moderno Oblomov in musica.
Una convincente propensione a stilare immaginari appena palpabili è magnificamente espressa in "Black cloud", che con il suo sognante sottofondo tastieristico veleggia nel romanticismo di stile decadente. Con chitarre Fender e Yamaha, sinths, Macintoh e un po' di software Marilungo crea passaggi dilatati, dalle pulsazioni lente e stordenti. La chitarra immersa in una fase rilassata e la timbrica calda della voce in "Lost" colorano di grigio la visuale. Lo stesso dicasi per l' oscura levità di "Cage", per "The reason why" che si aggira tra i ruderi sonnacchiosi di una voce estremamente bassa, filtrata dal microfono, che conferisce alla composizione un tono lo-fi e per il ricamo acustico di fabbrica Death in june di "Bardo Thödol" che trasmette un' angosciosa tragicità.
Unica eccezione in questa omogeneità "Concentrating on a picture" dall' appeal sonoro di stampo elettronico che, avvalendosi di macchine, che diluiscono i suoni all' infinito, comunica un senso di evanescente intimità.
Junghian Epiphanies è un album solitario che predilige toni notturni e ambientazioni malinconiche. Una ghiotta occasione per tutti coloro che ancora non conoscono questo progetto.


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