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Percorriamo, in un pomeriggio torrido, la strada deserta fra ulivi e
masserie. Il nastro d'asfalto si dipana fra dolci dossi e curve, fino ad
arrivare a Castellana Grotte.
Giungiamo dinnanzi all'imboccatura della grotta: una scala ripida in un tunnel.
L'aria che ci investe è fredda, carica di umidità e dall'odore strano
di muschio e di umidità.
Scendiamo lentamente, il corrimano di acciaio è bagnato di condensa, i
gradini scivolosi.
Ecco la prima grotta si apre dinnanzi a noi, dall'enorme foro centrale.
I lati sono coperti di depositi di ferro e muschio che colorano le,
altrimenti candide, pareti di rosso e grigio. Frammenti di rocce cadute,
stallattiti spezzate e stallagmiti formano un cumulo al centro.
Un busto in bronzo ricorda lo scopritore di queste grotte: Anelli.
Iniziamo ad addentrarci in questo strano regno della natura: la piccola
grotta, detta della lupa, per la singolare concrezione che vi si trova,
è la prima creazione che la natura si vanta di mostrarci.
Qui, la fantasia, l'immaginazione e la natura hanno carta bianca; in
questo immobile regno incantato si perde la nozione del tempo, unica
dimensione virtualmente inesistente.
Giungiamo alla grotta dei monumenti l'aria che ci accarezza è fresca
ma anche umida.
Osservando le costruzioni della natura non si può restare non colpiti
dalla varietà delle forme dai colori.
Attraverso il corridoio, fra le formazioni calcaree, si aprono piccoli
anfratti, solo buchi nella roccia, ma ricchi di segreti: colonnine finissime
stillanti gocce filtranti dal suolo.
Alcune di esse sono peculiari per i colori o le forme bizzarre. Gruppi di
stallattiti che sfidano la gravità, sfuggendo in ogni direzione: come
impazzite.
Profonde depressioni si trovano ai lati del percorso, luoghi ove l'aria
è irrespirabile per l'anidride carbonica e l'umidità.
Nel punto più lontano dall'ingresso giungiamo alla grotta considerata
la più bella del mondo.
Un luogo candido di trine e merletti, una colonna ed una stallagmite
paiono sostenere la volta.
Stallattiti come ghiaccioli pendono dal soffitto sottili e lattee.
Per qualche minuto restiamo in silenzio, senza fiato, ad osservare, a
tentare di cogliere tutti i particolari: troppo numerosi, troppo belli,
pare impossibile credere a ciò che gli occhi vedono.
Lentamente ritorniamo verso l'uscita e, mentre l'aria si fa meno pensante
diventa anche più facile respirare, ci accorgiamo di mantenere la voce
bassa: quasi a non voler offendere con parole o suoni questo luogo.
Si ha come un senso di reverenza per la "sacralità" di questo posto e lo si
lascia con un senso di rimpianto. Si vorrebbe restare, si vorrebbe
rivedere tutto: sicuri di trovare altre meraviglie sfuggite al primo
passaggio.
Nell'enorme grotta principale, il sole spande i suoi raggi dal foro centrale,
mentre ci dirigiamo verso gli ascensori che ci riportano in superficie.
E' in pratica un ritorno alla realtà e, consultando l'orologio, sembra
impossibile che il nostro viaggio sia durato tanto: pareva molto più
breve. Si ha la sensazione che sia stato solo un soffio e non un lungo
respiro di fantasia.
Gabrielle de Lioncourt

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