Varchiamo insieme queste porte... che ci trasportano da un punto che potrebbe essere ovunque nel mondo, tanto gli aeroporti sono uguali ed uniformi. Standardizzati ambienti che fanno perdere la dimensione del luogo in cui ci si trova e lo rendono simile a quello che si è lasciato.
Arriviamo al mito... al sogno di ogni bimbo... all'avventura che tutti abbiamo sognato scorrendo con gli occhi le parole e con la mente le immagini... che un uomo che mai viaggiò ebbe l'abilità di sognare e descrivere: E. Salgari.
Le porte dell'aeroporto si aprono. L'aria e' satura di umidita', quasi densa... si fatica a respirare. I primi respiri sono coscenti l'aria deve essere volutamente attirata nel corpo, ci vuole parecchio prima che i polmoni ricomincino a funzionare automaticamente.
La terra di Sandokan si apre davanti a noi ... le isole perse nell'oceano di mille sfumature di blu e turchese punteggiato di smeraldo. Con i praho dagli occhi dipinti che solcano le acque... Lussureggianti boschi di mangrovie affondano le radici nella sabbia... granchi minuscoli di mille colori si rifugiano al nostro passaggio nei buchi nella sabbia.
L'oceano si infrange sulla spiaggia... l'acqua cessa di essere trasparente... diviene grigia piena di polvere impalpabile. Vediamo un gattino piccolo forse di pochi mesi... No non e' cucciolo e' quasi uno scheletro! Solo la testa rivela la sua eta' il corpo denutrito e' rachitico si regge in piedi a fatica. Lo osservo, una cornacchia, grossa piu' di un pollo, gli si avvicina zampettando.
Carica i posteriori e salta con tutta la disperazione della fame e della morte che ormai lo osserva. Gli afferra la gola l'uccello cerca di scrollarselo di dosso, quel patetico diperato micio, ma lui non cede lo trascina dentro in un cespuglio... sopravvivera'!... il suo gesto mi colpisce: nel ristorante, fra i tavoli, tanti gatti vi trovano cibo... ma alcuni ne sono esclusi.. alcuni hanno il diritto territoriale a quegli avanzi altri sono condannati a contare solo su se stessi.
Visitiamo un piccolo tempio chiuso fra due case fra la sporcizia ...
Il rosso dei pilastri e' quasi marrone, come sangue rappreso. L'incenso nei braceri all'aperto riempie e satura l'aria con il suo profumo esotico e penetrante... Un mendicante dorme raggomitolato nel portico fra le colonne e l'ingresso.
Entro, sola, in questo antro buio... il sole abbagliante dell'esterno mi ha accecata... lentamente mi abituo... lentamente i particolari mi appaiono... il Buddha con il suo viso sereno ed immutabile. So cosa cercare, ma non vedo... non trovo nulla, scruto ovunque, ma mi sfugge.
Ad un certo punto eccolo! Sopra ad una specie di candelabro senza candele... elegantemente avvolto ... un serpente... ora i miei occhi sanno bene cosa vedere, cosa cercare: ... serpenti, ovunque: arrotolati sulle balaustre che separano i visitatori dalle statue.
Strisciano fra i piedi dei fedeli.. innoqui... disinteressati... partecipi del miracolo del Budda veri signori rispettati del tempio.
Un monaco mi avvisa sono tutti velenosi... ma pertecipi del miracolo del Buddha quindi assolutamente inoffensivi. Mi mostra con l'oroglio di un padre la matriarca, gigantessa attorniata dai suoi cuccioli neonati.
Ci trasferiamo in un'altra sala e da lì in un tranquillo cortile e finalmente eccolo... cio' che desidero cio' che mi ha attirata lì ... verde come lo smeraldo piu' puro... lungo piu' del mio braccio
.Una linguetta rosso carminio che saetta curiosa contro il mio naso, mentre si stringe sul mio braccio. Il suo corpo freddo in pochi istanti ruba la temperatura del mio e si scalda.
Ci osserviamo... esseri totalmente alieni, ma l'uno affascinato dal mistero dell'altro.
Il corpicino e' duro come l'acciaio, ma si adatta graziosamente e sinuosamente alla forma del mio braccio e del mio polso.
Usciamo dal tempio, ma una parte del mio cuore e' rimasta con quel simpatico amico.
Visitiamo la fattoria delle farfalle... siamo circondati dalle foglie delle piante fra cui volteggiano milioni di palpitanti ali colorate.
Siamo soli in questo giardino dal cielo rinchiuso in una sottilissima rete, piroetto facendo fuggire quelle affascinanti creature dalla vita che dura un solo istante.
Alcune piccolissime, altre piu' grandi della mia mano, ci si posano fra i capelli e sulle mani alzate.
Torniamo nel nostro castello dorato, sfiorando con la nostra mercedes le fatiscenti costruzioni in cemento dei nativi...
Osserviamo distaccati ed estranei le povere baracche e palafitte che affiancano la strada con i banchetti dei venditori di cocco.
Non esiste una linea di demarcazione fra il nastro d'alfalto e la sabbia su cui camminano i nativi... non esiste, ma c'e': una linea sottolineata dai mitra.
Dagli AK47 che portano le guardie del nostro rifugio dorato.
Quasi invisibili sentinelle del turista.
Il nativo puo' andare sulla spiaggia ma non puo' mettere piede sul curatissimo prato inglese che rappresenta il confine invalicabile.
Il suono della sicura del mitra scoraggia chiunque.
Nella notte corro nello splendido giardino pieno di fiori dalle forme spaziali e dai colori piu' vivaci. Abbandono il pareo... un tuffo nella piscina... l'acqua mi avvolge... sentire il fluido scorrere veloce contro la mia pelle.
Nuotare fino ad ansimare... riempire i polmoni e sfidare il tempo giocando come un pesce sotto la superficie.
Uscire con i capelli che formano un manto lungo e lucente sulla schiena sdraiarmi sull'erba e fissare le stelle... fissare un sogno
Questa e' la Malesia mio signore... questo e' il paese dei serpenti... questo e' il paradiso e nello stesso tempo l'inferno...

Gabrielle de Lioncourt