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Narrerò di un paese tanto
lontano da noi non solo geograficamente, le distanze ora sono annullate
in un battito di ciglia, ma molto più nel pensiero e negli usi
... il Giappone... con le sue stridenti contraddizioni che suscitano
un odio così forte che si fatica a trattenere le lacrime.
Con poetici scorci su un passato sempre vivo dentro
i cuori, la perfezione all'estremo e la morte come unico traguardo.
Una morte idealizzata, cercata e spesso trovata. Una fuga, anche se
questo viene decisamente rifiutato.
Piccole cose colpiscono, non esiste
Versaille, non esistono le piramidi... non possono esistere in un paese
nel quale la natura fa scempio di qualsialsi innalzamento dell'uomo,
quasi a punirlo come l'antica Babele del suo ardire.
Dirò che però esiste nell'elegante
Kyoto castel Niho, un piccolo palazzo quadrangolare. La pianta è
costituita da una stanza centrale suddivisa e sezionabile da pannelli
dipinti con figure di animali aironi e altri innoqui per le sale destinate
a ricevere "amici", tigri e draghi per le stanze ove ricevere
"nemici", circondate da un corridoio.
Il corridoio è il gioiello; l'intera costruzione
è in legno e carta di riso ed il pavimento del corridoio è
composto da enormi travi di legno che, grazie ad un ingegnoso marchingegno
posto sotto ad ogni asse, fa sì che se calpestati essi emettano
un particolare cigolio:... il canto degli usignoli...
E' incredibile la dolcezza che il solo sfiorare di
queste assi procura, camminando o correndo la melodia cambia...
Ma non ha una funzione poetica, ma di difesa... un
modo raffinato e sensuale di difendersi dai nemici che non possono contare
sulla sorpresa per arrivare alle stanze interne, traditi dalla musica
del corridoio.
Che dire poi dell'alterigia dello sguardo delle gheishe
incontrate lungo il Poncho-to fiere del loro status e della loro cultura
per noi così incomprensibile. Dietro a quei visi bianchi di cipria
di riso ed a quel trucco che le trasforma in affascinanti bambole, esistono
cervelli brillanti e menti colte. I loro corpi conoscono bene la fatica
della danza, del cerimoniale del the o delle lunghe e pazienti attese
in ginocchio, da noi sono visti solo come strumenti di piacere, ma qui
il piacere è molto diverso come idea da quello a noi familiare.
Il piacere dell'occhio come obiettivo, ovunque, nella
composizione di un unico fiore in una vaso particolare con un rametto
secco al fianco, in un giardino composto solo di candidi sassolini perfettamente
sistemati con il rastrello, nel cibo presentato su vassoi laccati o
in preziose ceramiche quasi a formare sculture o fiori incantati.
La paziente arte e la cura dei bonsai da noi visti
come stentati alberelli, ah ne esiste uno immenso a forma di barca al
fianco di uno splendido palazzo reale dai tetti sovrapposti tutti ricoperti
di lamine d'oro.
Come non amare questo paese come non odiare ciò
che è diventato; ciò che si è lasciato alle spalle.
Come si può amare il Giappone ideale... Yamato...
e non odiare la moderna Tokio con i suoi grattacieli sia moderni che
vecchi e quasi fatiscenti, con l'intera rete di cavi elettrici che come
ragnatele di ragni impazziti pendono da un palazzo all'altro.
Come non stupirsi durante una manifestazione dell'ordine
composto dei manifestanti, tutti in fila per non intralciare il traffico
e sempre rispettosi dei semafori.
Come capire un popolo che fino a poco fa era regnato
da un Dio... un Dio tanto amato e di cui venne accettata perfino la
sconfitta... e che oggi, oggi baratta la sua cultura e le sue tradizioni
al miraggio di una sfavillante americanizzazione che non comprende e
lo distrugge.
Gabrielle de Lioncourt

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